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Acipenser Naccarii
Acipenser Naccarii
Lo storione adriatico (Acipenser naccarii, Bonaparte, 1836), conosciuto anche come storione cobice, è una specie la cui identificazione può risultare complessa, soprattutto in fase giovanile, a causa della somiglianza con lo storione comune (Acipenser sturio). Descrizione Il corpo di Acipenser naccarii è allungato e slanciato, ma appiattito ventralmente, una caratteristica condivisa con altre specie affini. È rivestito da una spessa pelle, ornata da file di scudi o placche ossee, e possiede uno scheletro cartilagineo che presenta comunque un certo grado di ossificazione (rientrando nei Condrostei). Il capo è largo e tozzo, rappresentando il 20-23% della lunghezza totale dell’animale, e presenta alcune placche ossee disposte simmetricamente sulla fronte e sul capo. Il muso è accorciato e arrotondato all’estremità, privo dell’apice affusolato tipico dello storione comune, e la sua lunghezza occupa poco più della metà del capo. Il profilo superiore del muso è concavo. La bocca, con apertura trasversale, è tipicamente posta in posizione ventrale. Appare piuttosto stretta, a forma di tubo e protrattile, con il labbro inferiore (posteriore) sottile e interrotto nella sua parte centrale. Prima della bocca, più vicino alla punta del muso, si trovano i quattro barbigli, di sezione cilindrica, non nastriformi né sfrangiati, con gli esterni leggermente più lunghi degli interni. Lungo il corpo, l'animale presenta diverse serie di scudi ossei: Al centro del dorso: da 10 a 14 scudi, con i centrali più sviluppati. Sui fianchi: da 32 a 42 scudi per ogni lato. A lato del ventre: da 8 a circa 11 scudi per lato, generalmente più piccoli di quelli dorsali. Non compaiono ulteriori serie di placche ossee oltre quelle menzionate. Sono presenti circa 30 branchiospine, che terminano appuntite con una sola punta. A parte le pinne pettorali, le altre pinne sono spostate verso la parte posteriore del corpo. La pinna dorsale è di forma triangolare, mentre le altre pinne hanno una forma "a paletta" quasi rettangolare e tronca all'apice. La pinna caudale è asimmetrica, con la parte superiore più sviluppata e sostenuta dalla parte terminale del corpo dell'animale. Il numero di raggi che sorreggono la pinna dorsale varia da 35 a 50, mentre quelli della pinna anale vanno da 25 a 30. La colorazione di Acipenser naccarii è variabile, oscillando dal marrone grigio al marrone verdastro, fino a tonalità più scure prossime al nero. Le placche ossee sono generalmente più chiare e risaltano sul colore di fondo. Il ventre è di colore chiaro, tendente al biancastro, e talvolta gli scudi ventrali possono assumere sfumature rosate. Le pinne sono solitamente di colore verdastro. Dimensioni e Longevità Lo storione adriatico è tipicamente più piccolo rispetto ad altre specie di storioni presenti nel suo areale storico. Può raggiungere una lunghezza di 175-200 centimetri e un peso di 30-50 chilogrammi. Tuttavia, gli esemplari più comuni solitamente non superano il metro e mezzo di lunghezza e pesano circa 20-30 chilogrammi. Gli esemplari più longevi possono superare i 50 anni di età, con casi registrati che hanno raggiunto gli ottant'anni. Aspetti Tassonomici Intorno agli anni ’90 del secolo scorso, alcuni autori, come Tortonese, hanno classificato Acipenser naccarii come semplice sottospecie dello storione russo (Acipenser gueldenstaedtii). Questa ipotesi è stata supportata da ricerche che hanno evidenziato una somiglianza nel modello cariotipico e l'assenza di marcatori molecolari distintivi negli studi sul DNA mitocondriale tra le due specie. Nonostante ciò, la ricerca continua per chiarire questa relazione. Ulteriori segnalazioni storiche di Acipenser naccarii nei fiumi della Spagna, sebbene non supportate da prove certe, erano anch'esse usate a sostegno di questa teoria, ma sono state contestate da ricerche più recenti. Dieta La dieta di Acipenser naccarii è composta prevalentemente da larve e insetti acquatici, crostacei acquatici e altri invertebrati che trova sui fondali. Gli esemplari di maggiori dimensioni integrano la dieta con piccoli pesci o giovanili di pesci più grandi. Habitat e Ciclo Biologico Lo storione adriatico è una specie anadroma, il che significa che risale i fiumi dal mare per raggiungere le aree di riproduzione. Predilige i grandi fiumi profondi. Tuttavia, alcune popolazioni sembrano essere divenute stanziali, vivendo e riproducendosi per tutta la vita in tratti fluviali, come osservato per gli storioni del Fiume Po a monte della diga dell’Isola Serafini, un adattamento forzato dovuto alla barriera fisica. Sebbene sia considerato endemico dell'Adriatico, non si hanno molte informazioni precise sulle sue abitudini, derivate principalmente da studi datati. Vive stagionalmente sia nei grandi fiumi che in quelli di media portata. Nasce in acque dolci, poi migra verso valle per un periodo di sviluppo in mare, rimanendo però in zone costiere prossime alle foci fluviali, a profondità tra i 10 e i 40 metri, su fondali prevalentemente sabbiosi. Gli esemplari adulti risalgono i fiumi per riprodursi a partire dai primi mesi dell'anno, cercando tratti con fondo sabbioso, melmoso o ghiaia fine, con acque temperate e correnti non eccessivamente forti. Nel Fiume Po, i siti riproduttivi si trovano spesso alla confluenza con i grossi affluenti, come il Ticino. La deposizione delle uova avviene generalmente tra maggio e luglio. Le uova, prodotte in abbondanza, possono essere impiegate per la produzione di caviale. Una potenziale lunga permanenza in acque dolci, fino a ottobre, potrebbe giustificare la classificazione della specie come diadroma. Riproduzione e Sviluppo Le femmine raggiungono la maturità sessuale in media tra i 13 e i 15 anni, sebbene alcuni autori indichino una maturità non prima dei 10 anni, mentre i maschi possono raggiungerla prima, intorno agli 8-9 anni. Un esemplare fertile, di entrambi i sessi, ha generalmente una lunghezza pari o superiore al metro. Le femmine, pur mature, non si riproducono ogni anno, ma con intervalli di due, tre o anche cinque anni. Stato di Conservazione e Distribuzione Lo storione adriatico è una specie endemica del Mar Adriatico. È segnalato, seppur raramente, nel tratto settentrionale del mare, con presenze documentate in fiumi italiani come il Po (e affluenti come Adda e Ticino), il Tagliamento, il Piave, l’Adige, il Sile e il Livenza. Tuttavia, nel tratto occidentale dell’Adriatico Settentrionale (Croazia, Montenegro, Albania), la specie è considerata estinta dall'IUCN, sebbene in Albania possano ancora esistere piccole popolazioni selvatiche (ultime osservazioni nel fiume Buna nel 1997). Antiche segnalazioni lo indicavano anche in Grecia e sull'Isola di Corfù; sebbene sia stato reintrodotto in Grecia nel 2003, non ci sono prove di popolazioni autosufficienti. La sua presenza in Spagna è contestata e priva di prove certe. Attualmente, la specie è da considerarsi presente con certezza solo in Italia, ma con forte preoccupazione che gli esemplari attuali non siano selvatici, bensì derivanti da reintroduzioni da allevamento. Le ultime riproduzioni naturali risalirebbero agli anni '80 del secolo scorso. A causa di questo grave declino, l'IUCN ha classificato lo storione adriatico come "in pericolo critico" di estinzione, con forti timori che sia già estinto allo stato selvatico, avvalorato dalla mancanza di deposizioni di uova osservate negli ultimi 15 anni nelle aree riproduttive. Analisi genetiche hanno evidenziato che le popolazioni italiane e albanesi, pur geograficamente vicine, non si sono rimescolate, suggerendo l'esistenza di distinte unità di conservazione o sottopopolazioni, rendendo l'estinzione ancora più grave. Minacce Il declino degli esemplari selvatici è attribuibile a diverse cause principali: Perdita e degradazione dell'habitat: Dalla cementificazione delle aree costiere e fluviali alla modifica degli ambienti naturali. Inquinamento idrico: In particolare quello industriale e agricolo nei fiumi, con rilascio di pesticidi, sostanze chimiche e acque riscaldate che alterano la temperatura naturale degli ambienti acquatici. Costruzione di dighe e sbarramenti: Hanno impedito agli storioni di raggiungere le loro tradizionali zone di riproduzione fluviale, costringendo alcune popolazioni a un adattamento forzato a cicli vitali interamente in acqua dolce. Pesca eccessiva: Storicamente molto diffusa, soprattutto nel Fiume Po, dove tra il 1981 e il 1988 furono pescati circa 2.000 esemplari, di cui oltre l'80% in fase pre-riproduttiva, con un impatto devastante sulla capacità riproduttiva della specie. Introduzione di specie alloctone: Nel Fiume Po, l'introduzione del pesce siluro ha probabilmente influito sulla sopravvivenza dello storione adriatico, sia tramite predazione sui giovani che riducendo la disponibilità alimentare. Si stima che, se ancora presenti in natura, le popolazioni selvatiche in fiumi come il Po non supererebbero i 250 esemplari, numero insufficiente a garantire la ripresa della specie. Occasionali catture accidentali di esemplari di probabile origine selvatica mantengono viva la speranza. Misure di Conservazione In Italia, la pesca e la detenzione di Acipenser naccarii sono vietate dal D.P.R. 357 del 08/09/1997. A livello internazionale, la specie è inclusa nell'Allegato II della Direttiva 92/43/CEE del Consiglio Europeo, che richiede la designazione di Zone Speciali di Conservazione, e nell'Appendice II della Convenzione di Berna, classificandola come specie rigorosamente protetta insieme ad altri storioni come Acipenser sturio e Huso huso. Dal 1988 sono in corso programmi di riproduzione assistita (con uso di ormoni) e reintroduzione di avannotti in fiumi della Pianura Padana (Po, Adda, Oglio, Piave), con quasi mezzo milione di esemplari rilasciati. Tuttavia, non ci sono prove concrete che questi esemplari reintrodotti si riproducano con successo in natura. Progetti futuri mirano a costruire opere che permettano agli storioni di superare le dighe, come quella dell'Isola Serafini, per ripristinare le vie migratorie naturali. Caratteristiche Distintive Lo storione adriatico (Acipenser naccarii) presenta alcune caratteristiche morfologiche che lo distinguono da altre specie simili: Muso: Appare corto e tozzo. Cavità orale: Termina poco dopo l'estremità anteriore dell'opercolo, a differenza dello storione comune (Acipenser sturio) in cui termina a metà dell'opercolo. Inserzione dei barbigli: Negli adulti è più prossima alla punta del muso, mentre nello storione comune è più vicina alla bocca. Colore delle pinne: Verdastro, diverso dalle pinne dello storione comune che possono essere giallastre, grigiastre o rosate. Dorso: Generalmente più scuro, e le placche laterali sono in numero maggiore rispetto allo storione comune. Dimensioni: È di solito più piccolo dello storione comune, raggiungendo massimamente i due metri, ma più frequentemente il metro e mezzo. Può essere confuso anche con lo storione europeo o ladano (Huso huso), specie rarissima e di dimensioni molto più grandi (fino a 3,5 metri, storicamente 7 metri). Quest'ultimo si distingue per: Dimensioni: Molto più rilevanti. Scudi ossei: Sui fianchi sono proporzionalmente più piccoli. Muso: La punta è rivolta verso l'alto. Bocca: Più ampia. Barbigli: Sono frangiati e, ripiegati, raggiungono la bocca, a differenza di quelli non frangiati delle specie del genere Acipenser.
Acipenser Sturio
Acipenser Sturio
Pesci Acipenser naccarii (Bonaparte, 1836) regno animali fam. Acipenseridae Fonte immagine Foto di Hans Braxmeier, rilasciata dall’autore in pubblico dominio - fonte pixabay Questo storione, soprattutto in fase giovanile, somiglia abbastanza allo storione adriatico o cobice (Acipenser naccarii) e poteva essere confuso con questa specie. Sono diversi i nomi volgari utilizzati per indicarlo. I principali sono storione comune e storione europeo di mare o anche storione atlantico; nome, quest’ultimo, ispirato ad una delle zone geografiche marine in cui si ritrova questo pesce, che si trovava anche in Mediterraneo e che passa comunque gran parte della sua vita anche nelle acque dei fiumi. Secondo dati datati sembrerebbe che esemplari di questa specie possano raggiungere dimensioni rilevanti, sino a 5 (6?) metri di lunghezza per il peso di mezza tonnellata, e per alcuni anche di quasi una tonnellata. In tempi recenti, ma non troppo, la lunghezza massima misurata, in esemplari pesanti oltre 200 chilogrammi, è stata quella di 3, 5 metri circa. In Italia, nel 1977, alla foce dell’Adda fu pescato un esemplare di 2,75 metri e del peso di 175 kg. Le dimensioni eccezionali sono raggiunte solo da pochi esemplari perché la gran parte degli storioni comuni, osservati o catturati, hanno dimensioni comprese tra il metro ed il metro e mezzo. Questi pesci sono comunque longevi, con età massime stimate intorno ai cinquanta anni, ma sono state registrate anche età di circa 100 anni. In generale però molti esemplari non superano o raggiungono solamente i 25 anni di età. Il corpo di questo pesce è snello e affusolato, spesso un po’ più quello dello storione europeo (Huso huso). Il capo appare concavo nella sua parte superiore e appena curvo verso l’alto nella parte più bassa. In questo storione il muso, lungo circa una metà dell’intero capo, appare allungato e appuntito, ma con l’apice arrotondato e, talvolta, leggermente curvato verso l’alto. È a forma di cuneo e termina relativamente assottigliato. Nella parte ventrale del capo si apre la cavità orale. Questa è posta trasversalmente rispetto alla lunghezza del corpo del pesce ed ha termine in corrispondenza della metà dell’ opercolo. La bocca, molto piccola, è a forma di tubo e protrattile. Il labbro inferiore (posteriore) è interrotto nella sua zona centrale a formare due lobi. In questa specie non si osserva una dentatura. Sul muso dello storione sono evidenti e sviluppati i fori nasali, mentre gli occhi sono di dimensioni ridotte. Tra le altre caratteristiche, in questo pesce si osserva lo spiracolo, presente anche in altri pesci, ma non il preopercolo. In posizione ventrale sono evidenti quattro bargigli che sono equidistanti e posti al centro tra la bocca e la punta del muso. Negli esemplari di maggiore età, ma anche in quelli relativamente giovani ma comunque ben sviluppati, i bargigli si mostrano invece un po’ più vicini alla bocca. Se rivolti verso la bocca, questi non sono però così lunghi da raggiungerla. I bargigli mostrano una forma cilindrica e sono relativamente sottili e filiformi, simili a spessi peli bianchi. Come altri storioni anche quelli di questa specie mostrano cinque file di scudi dermici; una dorsale, due laterali e due ventrali. In questa specie gli scudi sono piuttosto sviluppati. Il numero degli scudi o placche dorsali è compreso tra 9 e 16, il numero di quelli laterali tra 24 e 36, mentre il numero degli scudi ventrali è compreso tra 8 e 14. In questa specie gli scudi appaiono anche ben visibili e robusti, mostrano striature radiali e piccole spine distribuite sulla loro superficie. Gli scudi, soprattutto quelli dorsali, sono conici e terminano assottigliati o, talvolta, anche a forma di cuneo apicale. Nei giovani l’apice di questi scudi appare spesso appuntito e con spina centrale. Gli scudi laterali, visti di lato, appaiono come rombi ravvicinati. Nelle zone di pelle, che comunque appare nuda, comprese tra la linea di scudi dorsali e quelle laterali si osservano macchie chiare costituite da dentelli vagamente rombici. Le pinne, ad eccezione di quelle pettorali, in questa specie di pesce, come in altri storioni, sono inserite verso la parte posteriore del corpo. La loro forma appare abbastanza regolare. Fa eccezione la pinna caudale, che è eterocerca e quindi asimmetrica, con il lobo superiore molto sviluppato, sorretto dalla parte terminale affusolata del corpo dell’animale. La pinna dorsale è in posizione prossima alla caudale e appare talvolta con il margine superiore arcuato e più alto anteriormente. In corrispondenza di questa pinna, ma in posizione ventrale, si trova quella anale che appare relativamente piccola e dal perimetro arrotondato. Le pinne pettorali sono inserite nella zona in basso, che si trova dietro l’opercolo, mentre le ventrali sono a poca distanza da quella anale. Fonte immagine Foto di Hans Braxmeier, rilasciata dall’autore in pubblico dominio - fonte pixabay Il primo raggio delle pettorali è più sviluppato ed ossificato, mentre tutti gli altri raggi delle pinne sono molli. Nella dorsale i raggi vanno da circa una trentina a circa una cinquantina, mentre nell’anale vanno da circa una ventina a circa una trentina. Le branchiospine sono in numero variabile e possono essere tra la decina e le venticinque, provviste di una sola punta. In questi pesci lo scheletro è cartilagineo, ma mediamente ossificato. La livrea di questo pesce è abbastanza scura nella sua parte dorsale; generalmente grigio brunastra o marrone o anche vagamente nerastra e mostra anche riflessi azzurrognoli o verdastri. I fianchi hanno le stesse tonalità cromatiche ma appaiono più chiari. Il ventre mostra invece, a seconda dei diversi esemplari, tonalità biancastre, giallastre o argentate. Gli scudi risaltano sul fondo della livrea, soprattutto quelli dorsali e laterali perché sono di colore chiaro e biancastro. Le pinne sono grigiastre o chiare e bordate in alcune zone di bianco. Inoltre, soprattutto le pettorali, possono mostrare tonalità e riflessi giallastri o rosati. Questo storione come altri è una specie anadroma, ossia trascorre parte della sua vita in mare per poi risalire i fiumi quando deve riprodursi. Non vive comunque in mare aperto ma la sua vita in mare si svolge soprattutto nelle zone costiere, situate in vicinanza delle foci dei grandi fiumi, dove l’acqua dolce si mescola con quella salata, abbassandone la salinità (specie eurialina). In realtà anche se predilige acque salmastre, può trovarsi anche in acque marine esclusivamente salate e tollera abbastanza bene i diversi gradi di salinità delle acque nelle quali vive. Nelle foci dei fiumi questo storione predilige fondali melmosi o fangosi e gli esemplari di rilevanti dimensioni, oltre il metro e cinquanta, possono vivere anche su quelli che si trovano oltre i 100-120 metri di profondità, mentre i giovani, di lunghezza inferiore al metro, sono soliti vivere su fondali tra i 20 ed i 50 metri di profondità. Intorno alle foci questi storioni compiono spostamenti rilevanti, sino a 50-100 chilometri di distanza dallo sbocco dei fiumi in mare. Ricerche effettuate in Italia e ormai datate di D’Ancona, indicano che quest’animale vive su fondali molto vari, ossia melmosi e fangosi, ma anche rocciosi e sabbiosi. Anche la presenza o assenza di vegetazione sarebbe ininfluente per gli esemplari della specie. Il ricercatore indica anche che il periodo dell’anno trascorso dagli storioni su questi fondali va dall’estate a quasi tutto l’inverno. A partire da fine inverno i pesci risalgono i fiumi per tratti molto lunghi allo scopo di riprodursi in primavera. In questa specie non esiste dimorfismo sessuale visibile. Le femmine sono pronte per riprodursi ad un’età compresa tra 15 e 19 anni, per alcuni anche a partire dagli otto anni, mentre i maschi sono pronti anche quando sono sensibilmente più giovani, ossia all’età di circa 10-14 anni e per alcuni anche a partire dai sette anni. Le misure ed i pesi indicativi degli esemplari che raggiungono l’età riproduttiva sono compresi per i maschi tra i 100 e i 150 centimetri e tra i 10 e i 13 chilogrammi e per le femmine tra i 120 e i 180 centimetri e tra i 15 e i 50 chilogrammi. Sembrerebbe che sotto il metro di lunghezza gli esemplari non siano sicuramente riproduttivi. Per i singoli esemplari la riproduzione non avviene tutti gli anni. Le femmine sono solite riprodursi ogni 3 o 4 anni, mentre i maschi di solito si riproducono ad anni alterni, ossia ogni due anni. Sembra che il raggiungimento dell’età riproduttiva vari in ragione della regione geografica, del clima e delle risorse alimentari a disposizione di questi animali. Non è facile comunque definire per questa specie, dall’ampio areale, periodi certi di accoppiamento e riproduzione, sui quali incidono spesso condizioni climatiche più o meno rigide. Secondo gran parte degli studiosi, questi storioni dovrebbero comunque iniziare ad entrare nei fiumi a partire da gennaio, con accoppiamento e deposizione che avviene tra marzo e giugno –luglio. Nel basso Po, ad esempio, questi storioni erano segnalati proprio tra marzo e giugno. Per il Golfo di Napoli erano invece segnalati precocemente: tra aprile e maggio. A livello europeo si amplia la forbice perché questi storioni possono decidere di restare nei fiumi, anche per deporre le uova, da gennaio ad ottobre, anche se il picco riproduttivo è compreso sempre tra aprile e maggio. Le popolazioni del sud migrano prima nei fiumi rispetto a quelle del nord dell’Europa. Gli storioni possono percorrere ampi tratti di fiume, lunghi anche un centinaio di chilometri, prima di arrivare alla zona di accoppiamento e riproduzione. Sembra siano in maschi a giungere nella zona prescelta prima delle femmine. Ad esempio nel Fiume Guadalquivir, anni fa, il picco della presenza dei maschi è stato registrato da due a tre settimane prima del picco di presenza delle femmine (Classen, 1944). Le uova fecondate vengono deposte su fondali fluviali che si trovano da qualche metro sino ad una decina di metri di profondità. Questi storioni sembrano scegliere tratti di fiume nei quali il fondo sia costituito da ghiaia a diversa granulometria, o ciottolosi, dove le acque siano limpide e ossigenate e dove le correnti siano abbastanza sostenute. Durante l’atto riproduttivo, la femmina espelle le uova che vengono fecondate da alcuni maschi riuniti a formare un piccolo gruppo. La femmina produce una grande quantità di uova; mediamente oltre ventimila per ogni chilo di peso corporeo. In pratica una femmina di circa 50 chilogrammi produce oltre un milione di uova. Le uova sono nerastre ed hanno un diametro di circa 3 millimetri. Inoltre una volta scese sul fondo vi aderiscono grazie ad una sostanza adesiva che hanno sul guscio molle. Una volta che le uova sono riuscite a fissarsi sul fondo passano pochi giorni, da 3 sino ad una settimana scarsa, prima della schiusa. Dalle uova nascono piccole larve che hanno misure medie pari ad un centimetro di lunghezza e che si alimentano di organismi minuscoli, come crostacei copepodi e dafnie. Nell’Estuario della Gironda, dove confluiscono i Fiumi Garonna e Dordogna, sembra che i piccoli storioni si cibino soprattutto di anellidi policheti, delle famiglie Nereididae, Capitellidae, come Heteromastus filiformis, e Spionidae, come Polyodora sp. In questa zona, i giovani pesci predano comunque anche piccoli crostacei La vita di questi animali comincia nei fiumi, dove passano generalmente qualche anno prima di discendere il corso del fiume ed arrivare al mare. Più precisamente, nei grossi fiumi, i piccoli pesci iniziano a scendere lungo l’alveo e dopo circa un anno si trovano in tratti di valle o in prossimità della parte superiore dell’estuario. Per ancora un anno o due migrano lentamente verso la foce per poi fare il loro ingresso in mare. Dopo un ‘intervallo compreso tra (1) 2 e 6 anni, i giovani entrano in mare, ma la loro vita si svolge per un po’ tra mare e fiume e trascorrono l’inverno nella foce dei fiumi. Generalmente per qualche anno (4-6) sembra entrino nella parte inferiore degli estuari durante il periodo estivo, per tornare al mare e alla foce in autunno. Quando sono in mare, comunque, i giovani si trovano solitamente nei pressi delle rive e non in mare aperto. Esistono osservazioni di studiosi orma datate che sembrano provare un comportamento anomalo di questi animali. Sembrerebbe che alcuni di essi non risalgano i fiumi, riuscendo a riprodursi ugualmente nelle acque delle foci. Giovani storioni di circa 20 centimetri sono stati osservati da Paolucci alla foce dell’Esino nelle Marche, un piccolo fiume che questi storioni non potevano risalire. In modo analogo, la presenza di piccoli storioni di lunghezza tra 20 e 50 centimetri era stata registrata nel Golfo di Napoli, pesci probabilmente nati alle foci dei fiumi della zona. Anche se attualmente non sono stati più osservati storioni di questa specie, l’ultima osservazione risale infatti al 1984, vale la pena parlare di quanto avveniva nel Lago Ladoga, un lago russo nel quale gli storioni giungevano, attraverso corsi d’acqua, dal Golfo di Finlandia. In questo lago, nel 1948, Berg segnalava in un suo lavoro la contemporanea presenza di storioni comuni, giovani e adulti, indicando la quasi certa presenza in questo lago di una popolazione divenuta stanziale per qualche motivo. Per la precisione, osservazioni di giovani e adulti sembra siano state registrate nel periodo compreso tra il 1939 e il 1957. Fonte immagine fIllustrazione realizzata con disegni di pubblico dominio tratti da: Die Süsswasserfische der üstreichischen Monarchie mit rücksicht auf die angrüÞnzenden lüÞnder Jakob Heckel & & Rudolf Kner – 1858 – autore delle litografie ignoto – fonte wikipedia Le migrazioni compiute da questi pesci sono essenzialmente a scopo riproduttivo. Durante queste fasi di vita, gli storioni risalgono il corso di grossi fiumi e continuano a nuotare senza alimentarsi. I tragitti percorsi possono essere lunghi anche centinaia e sino ad un migliaio di chilometri dalle foci, ma i luoghi più distanti possono essere raggiunti solo in anni nei quali l’acqua nell’alveo del fiume non manchi. La risalita di questi pesci termina quando le condizioni delle acque del fiume sembrano divenire proibitive, ossia immediatamente prima di acque troppo fredde, troppo basse, con poca acqua e troppo agitate. Nelle acque dove stazioneranno gli storioni dovranno esistere le condizioni ideali e soprattutto condizioni di tranquillità che consentano la completa maturazione delle gonadi di questi pesci. Una volta che si sono riprodotti, i pesci, probabilmente stanchi ed affamati, ritornano nelle acque marine. Anche gli adulti come i giovani si cibano ancora di vermi policheti e crostacei. Tra questi ultimi predano isopodi e decapodi, come i gamberi. Possono cibarsi anche di molluschi che raccolgono dal fondo. Si nutrono anche di pesci, come piccoli gobidi, e occasionalmente di esemplari di altre specie ittiche appartenenti alla famiglia degli Ammodytidae; animali che rimangono nascosti nella sabbia, spuntando con il loro capo. Quando questi storioni raggiungono l’età adulta, non sembrano temere grandi predatori a parte l’uomo. Possono però subire attacchi da parte di crostacei copepodi parassiti, come Dichelestium sturionis che vive sopra le branchie di questi pesci. Sembra che questo storione abbia prevalentemente abitudini notturne e sia attivo soprattutto nelle ore serali o in quelle dell’alba. Sembra poi che in particolari circostanze sia in grado di spiccare salti, uscendo fuori dall’acqua. Questa specie viene considerata a crescita abbastanza rapida. I dati riportati di seguito, sull’accrescimento degli esemplari di storione, derivano da studi ormai datati, realizzati su esemplari viventi lungo le coste atlantiche francesi. In pratica, dopo 1 o 2 anni, questi pesci raggiungono una lunghezza compresa tra i 30 ed i 50 centimetri (peso tra 150 e 500 gr), dopo 5 anni una lunghezza compresa tra 70 e 80 centimetri (peso tra 2 e 3 Kg) e dopo 10 anni una lunghezza intorno al metro e mezzo (peso tra i 15 ed i 30 Kg). Lo storione comune ha ridotto di molto il suo areale ed oggi vive praticamente solo in Francia, nell’Estuario della Gironda, che si trova sull’Oceano Atlantico alla confluenza del Fiume Dordogna e del Fiume Garonne. È poi segnalato anche nel Fiume Rioni, in Georgia, che sfocia nel Mar Nero. In questo fiume l’ultima segnalazione risale però al 1991 e da allora non ne sono più susseguite. La specie è quindi considerata estinta con estrema probabilità in Belgio, Danimarca, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Spagna,Tunisia e Regno Unito, paesi dove la specie viveva o era stata segnalata. Anticamente la specie era segnalata anche in Marocco ed Algeria. L’areale quindi comprendeva il Mar Baltico, Il canale della Manica, quasi tutte le coste europee atlantiche ed il Mar Mediterraneo. Nel 1950 è stato osservato un esemplare anche nel Mar Bianco, un mare prossimo al Mar Glaciale Artico. A dire il vero questo storione ha ancora un areale residuo in mare, dove si può trovare proprio grazie alla vicinanza con l’Estuario della Gironda. Questo andrebbe dal Golfo di Biscaglia al Canale della manica, sino a parte delle coste britanniche, nonché al Mare del Nord e ad alcune zone norvegesi (Trondheim). Nel Mediterraneo, probabilmente, lo storione comune abitava le foci dei principali fiumi e in Italia sembrava molto diffuso, soprattutto in Adriatico, ma anche lungo le coste tirreniche. In Italia è quasi scontato che le sue principali migrazioni fossero effettuate lungo il corso del Po e dei principali corsi d’acqua. Lo storione comune è di fatto una delle specie candidate all’estinzione. L’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) lo definisce “in pericolo critico”; l’ultimo stadio prima dell’estinzione. Le valutazioni dell’IUCN hanno il loro fondamento sull’evidente ed enorme calo delle popolazioni di questi pesci che si è verificato in pochi anni. Quando lo storione comune era ancora abbondante sono state descritte sottopopolazioni di questa specie. Quella dell’Estuario della Gironda e del Mare del Nord era di fatto una sottopopolazione distinta da una probabile sottopopolazione della Penisola Iberica Occidentale e da una certa sottopopolazione mediterranea. Esisteva, e si spera esista ancora, anche una sottopopolazione del Mar Nero. In particolare la sottopopolazione mediterranea è stata indicata come geneticamente distinta. Queste indicazioni rendono quindi ancor più grave la situazione dello storione comune, probabilmente già estinto nella sua sottopopolazione mediterranea. In effetti, con certezza, lo storione comune è segnalato ormai solo nell’Estuario della Gironda, ma il numero di esemplari stimati come ancora viventi, pari a 20- 750, è impressionante, anche se si considerasse il valore più ottimistico possibile della forbice di valori. Da qualche decennio non si hanno dati relativi ad altre zone del vecchio areale, a parte il dato del 1991 relativo alla Georgia e comunque non replicato. Sembrerebbe che l’ultima riproduzione naturale osservata sia relativa al 1994. Un’altra stima, precedente a quella citata e relativa all’anno 2005, indicava in 2.000 il numero di esemplari presenti al mondo. I dati attuali potrebbero essere ridotti anche perché, nei mari e nei tratti fluviali dove gli esemplari di questa specie sono ancora presenti, sembra si verifichino circa 200 catture accidentali all’anno. Sino agli anni intorno al 1950, questa specie era segnalata in un gran numero di stazioni, anche se comunque risultava ormai in declino. Solo per fare un esempio, nel Fiume Elba in Germania i dati di pesca indicano che nel 1890 furono pescati 2800 storioni, nel 1918 ne furono pescati 34 e nel 1965 fu catturato solo qualche esemplare. Oggi nell’Elba e nel Reno la specie è considerata estinta. Altri dati indicano in 10.000 le catture annue di questi storioni effettuate in Europa Occidentale nei primi anni del ‘900. In Italia la specie era diffusa in molti dei principali fiumi. Lo storione comune veniva pescato abitualmente e spesso intensamente. Antiche segnalazioni lo danno presente nell’Arno, mentre nel Po e nei suoi grossi affluenti era molto diffuso e catturato, anche in tempi relativamente recenti. Le ultime segnalazioni italiane della specie sono quelle relative al Po, ma questo pesce era segnalato pure in molti fiumi veneti e di altre regioni che si affacciano nell’Adriatico Settentrionale. Se le cause del repentino degrado delle popolazioni di questo pesce sono legate ad attività di pesca, ad inquinamento o ancora alla creazione di sbarramenti e dighe lungo il corso dei fiumi, non vanno dimenticate azioni minori che sicuramente hanno inciso negativamente sullo stato della specie. A fine ‘800, ad esempio, in Germania e Polonia sono state effettuate azioni di raccolta del novellame a scopi alimentari. Tali azioni sono state svolte senza criterio, raccogliendo l’intera totalità dei piccoli pesci che erano trovati nelle zone di riproduzione e non lasciandone almeno una parte per consentire alla specie di rinnovarsi. In effetti il dato del Fiume Elba, dove si è assistito ad una forte diminuzione del numero di esemplari nel 1918, potrebbe essere provocato da questa pratica e non solo da altri fattori. Lo storione comune è stato considerato, almeno a partire da fine ‘800, un importante pesce commerciale. Le sue carni sono di colore chiaro, grasse, ma molto pregiate perché sode e gustose. In particolare i buongustai ne hanno definito il gusto come qualcosa che sta tra quello della carne di anguilla e di vitello, sembra con una punta di aroma di gambero. Da questa descrizione è facile capire come il pesce potesse essere apprezzato anche ai tempi dell’antica Roma o dei persiani. Gli esemplari pescati un tempo erano venduti freschi, ma anche essiccati e affumicati o conservati congelati o come tranci in scatola. Dalla vescica gassosa di questo storione si ricavava anche una colla di pesce molto tenace. Erano però soprattutto le uova a fornire un ottimo caviale, chiamato “osetra”, e ad attirare ancora gli interessi dei buongustai. La fortuna di questa pietanza la fece l’acqua di mare, dopo che si scoprì che il caviale diventava buonissimo se bagnato con quest’acqua. Certamente, quindi, la pesca eccessiva, commerciale e ricreativa, e soprattutto, in tempi passati, il prelievo di uova e avannotti per motivi alimentari ha sicuramente contribuito fortemente a ridurre il numero di storioni comuni nei fiumi ed in mare. Oggi la pesca diretta è vietata, ma un tempo era effettuata con fiocine, lenze o reti che pescavano sul fondale. Quando si parla di pesca vanno ancora considerate le catture accidentali, effettuate durante le attività di pesca mirate ad altre specie, che potrebbero prevedere però, quando possibile, il rilascio degli animali catturati. Oggi questa causa, come si è visto prima, è la principale imputata del declino di questi storioni. Le catture accidentali si verificano in reti da posta o durante la pesca con reti a strascico. L’inquinamento dei fiumi, soprattutto dei grossi fiumi europei nei quali sono stati riversati inquinanti o sono state inserite prese d’acqua per il raffreddamento degli impianti industriali, ha sicuramente inciso sulla biologia di questi animali che durante le fasi giovanili passano alcuni anni nei corsi d’acqua. Lo storione comune è poi particolarmente vulnerabile durante le fasi di passaggio tra acque dolci e salate, ed un ambiente inquinato potrebbe creare ancora maggiori problemi. Ha inciso negativamente sullo stato della specie anche il degrado degli habitat riproduttivi, ossia dei fiumi, dove sono state realizzate opere edili, come dighe, sbarramenti e chiuse, per ricavare energia elettrica o ancora per favorire le attività agricole, senza pensare minimamente ad opere che potessero salvaguardare anche gli habitat e gli organismi che li abitano. In alcune zone, poi, gli storioni comuni potrebbero patire la concorrenza da parte di specie introdotte, volutamente o accidentalmente, nell’ambiente; soprattutto specie ittiche predatrici e più voraci. Per finire va considerata oggi anche la ridotta quantità di esemplari selvatici al mondo, che ha ormai raggiunto una soglia ed una condizione (la maggior parte degli esemplari sono concentrati nell’Estuario della Gironda) che rende difficile il rimescolamento genetico e potrebbe provocare l’estinzione della specie con la nascita di esemplari gracili e vulnerabili alle malattie, perché tutti piuttosto simili geneticamente. La specie può anche ibridarsi con altre dello stesso genere, ad esempio con il grosso storione europeo o beluga. Questa specie di storione è elencata nell’appendice I della CITES, che regola il commercio internazionale delle specie selvatiche a rischio estinzione. La specie è anche elencata in Appendice II della Convenzione di Berna, relativa alla conservazione della vita selvatica e dell’ambiente naturale, che vieta il prelievo di esemplari di questa specie e la distruzione del loro habitat. Tutti i paesi che hanno firmato questa convenzione devono anche coordinare i propri sforzi per proteggere le specie a rischio di estinzione, nonché promuovere tutta una serie di misure contro l’inquinamento e a favore della conservazione delle specie. I paesi si impegnano anche ad attivare misure educative e informative, tese al rispetto ed alla salvaguardia della specie. Lo storione comune è inoltre inserito anche nell’appendice I della Convenzione sulle specie migratorie, meglio conosciuta come Convenzione di Bonn. Oggi in Italia è stata vietata la pesca e la detenzione di esemplari di questa specie e dell’affine Acipenser naccarii, attraverso il D.P.R. 357 DEL 08/09/1997. Come l’Italia, la maggior parte delle nazioni dove la specie era presente hanno emanato leggi a tutela della stessa. In Francia lo storione comune è stato totalmente protetto a partire dal 1982. Soprattutto alcune nazioni (Francia e Germania) hanno creato programmi di ripopolamento, allevando esemplari di questa specie. A inficiare lo sforzo della reintroduzione, resta comunque il grosso problema della ricostituzione degli habitat naturali. La revisione delle barriere create nei grossi fiumi prevede spese rilevanti, con costruzione di sistemi attraverso i quali gli storioni possano nuovamente risalire i corsi d’acqua. In Italia, ad esempio, è stata prevista, soprattutto nel Po in corrispondenza di Isola Serafini, la costruzione di briglie e di scale di monta, ma queste opere rimangono incompiute per assenza di finanziamenti. Resterebbe comunque da valutare quanto le opere possano essere efficaci, dopo decenni di interruzione del corso del fiume, su una popolazione di storioni forse estinta. È anche vero che una sorta di popolazione potrebbe essere ricostituita con esemplari allevati, ma non si sa come effettivamente questi storioni potrebbero reagire alle nuove condizioni create dalle opere idrauliche. Anche la situazione in Francia, Nell’Estuario della Gironda, non è per nulla rosea, con la popolazione di storioni comuni in continuo calo. Qui le minacce sono state la costruzione di dighe sulla Garonne e l’inquinamento. Esistono anche recenti minacce, come l’idea di destinare alcune zone lungo il fiume all’estrazione di ghiaia per lavori edili. Tutto ciò ha già provocato la degradazione o la distruzione di alcuni siti dove abitualmente si riproducevano questi pesci. Attualmente la popolazione di questi pesci si trova nel periodo degli accoppiamenti in una sola area molto ristretta, di circa 10 chilometri quadrati, dove sono state stimate 27 aree riproduttive. Purtroppo, come si è visto, non esistono solo le minacce sul fiume perché l’effettivo rischio di estinzione è oggi rappresentato dalle catture accessorie durante le attività di pesca. Le misure messe in atto, soprattutto in Francia, hanno previsto il ripopolamento dei fiumi, e in questi anni sono stati cresciuti esemplari da immettere in natura. I numeri di esemplari prodotti nel triennio 2007-2009 sono i seguenti: 7.000 nel 2007, 80.000 nel 2008 e 46.000 nel 2009. Questi numeri fanno certamente ben sperare, almeno per evitare l’estinzione della specie in senso generale, ma sarebbe estremamente importante mantenere la specie allo stato selvatico. In ogni caso gli esemplari introdotti sono oggi ancora troppo giovani per iniziare un ciclo riproduttivo. Non si tratterebbe tanto dei maschi, che relativamente alle prime generazioni riprodotte sarebbero in teoria riproduttivi dal 2014, ma delle femmine, che sarebbero fertili a partire dal 2016. Il programma di riproduzione dello storione comune si è attivato in Francia e Germania già nel 1995, con bassi tassi riproduttivi, ma è solo nel 2007 che ha visto la nascita di avannotti da esemplari allevati. In questo storione il muso appare allungato e appuntito. In esso la cavità orale ha termine all’altezza della metà dell’opercolo, mentre nello storione cobice (Acipenser naccarii) ha termine poco dopo l’estremità anteriore dell’opercolo. Negli adulti di storione cobice, l’inserzione dei barbigli è più prossima al muso, mentre in quelli di storione comune l’inserzione è più prossima alla bocca. Le pinne di questo storione hanno colore giallastro, grigiastro o rosato, a differenza di quelle dello storione cobice che mostrano un colore verdastro. Nello storione comune il dorso è generalmente più chiaro, ma non sempre, e le placche laterali sono in minor numero rispetto allo storione cobice. Infine questo storione è più grande dello storione cobice, con dimensioni che possono raggiungere 1,5-3metri. Lo storione comune si potrebbe anche confondere con lo storione europeo (Huso huso) o ladano, ma quest’ultimo si può distinguere per le dimensioni più rilevanti, che possono raggiungere i 3,5 metri e che un tempo, negli esemplari enormi, raggiungevano i 7. In questo grosso storione gli scudi ossei sui fianchi sono proporzionalmente più piccoli e la bocca è più ampia. Inoltre i barbigli ripiegati raggiungono la bocca e mostrano estroflessioni foliacee, a differenza di quanto accade negli esemplari delle specie di storioni appartenenti al genere Acipenser, come quella descritta. Rispetto agli storioni comuni, i grossi storioni europei mostrano subito dopo il capo un aspetto più “ingobbito”. Mostrano anche un colore più uniforme, generalmente grigio, con il muso chiaro sul lato ventrale, punteggiato di grigio sul bordo e rivoltò all’insù,. Attenzione la scheda potrebbe contenere lievi inesattezze o imprecisioni in quanto non è stata ancora controllata da un esperto dello specifico gruppo sistematico cui appartiene la specie descritta.
Alopias Vulpinus
Alopias Vulpinus
Pesci Alopias vulpinus (Bonnaterre, 1788) sinonimo Alopias macrourus (Rafinesque, 1810) regno animali fam. Alopiidae Fonte immagine Disegno originale contenuto in “Atlante dei pesci delle coste italiane”, di Giorgio Bini – Volume 1 – Mondo Sommerso Editrice 1967 Comunemente chiamato squalo o pesce volpe comune, questo è un animale marino molto particolare. Sono inoltre molti e molto diversi i nomi utilizzati nel mondo per indicare questo pesce. Sembrerebbe comunque che l’epiteto “volpe” derivi dalla considerazione e convinzione, radicata nel passato, che questo animale fosse particolarmente furbo. Sino al 1940, e probabilmente anche sino a oltre il 1960, vi era molta confusione nella famiglia Alopiidae e addirittura si pensava che lo squalo volpe fosse l’unica specie a farne parte. In realtà, già nel 1945, Bigelow e Schroeder avevano considerato questo squalo come squalo volpe comune, per differenziarlo da una specie diversa, ossia dallo squalo volpe obeso (Alopias superciliosus). La scoperta dello squalo volpe obeso si deve all’ittiologo inglese Lowe, che per primo ha descritto questa specie nel 1840, osservando un esemplare pescato in Atlantico. La descrizione dello scienziato fu trascurata proprio sino al 1940, pensando che in questo caso non si trattasse di una nuova specie. Ancora nel 1935 venne identificata da Nakamura una terza specie, che però non si trova né in Atlantico e né in Mediterraneo, ossia lo squalo volpe pelagico (Alopias pelagicus), che vive prevalentemente lontano dalla costa. Esisterebbe una quarta specie di squalo volpe, probabilmente la più affine allo squalo volpe comune, osservata al largo dello stato messicano di Baja California. Le altre due specie, ossia lo squalo volpe obeso e quello pelagico, sono invece relativamente affini tra loro, ma solo quello obeso frequenta il Mediterraneo. Lo squalo volpe comune mostra una caratteristica unica, che condivide comunque con le specie citate, ossia l’eccezionale lunghezza del lobo superiore della pinna caudale. Il corpo quindi appare relativamente corto e robusto e la testa corta, ma abbastanza larga se vista dorsalmente o ventralmente, così come il muso, che appare subconico e ottuso. Il pesce mostra occhi moderatamente grandi e allargati verticalmente, ossia con il diametro verticale un po’ più lungo di quello orizzontale. Conseguentemente anche le pupille appaiono leggermente verticali. Lo spazio tra le orbite appare piuttosto convesso. Gli occhi sono anche sprovvisti di membrana nittitante. Lo spiracolo si trova poco dietro ad essi ed appare relativamente piccolo. Le narici sono relativamente piccole e ventrali e si trovano più vicine alla bocca che all’apice del muso. Le fessure branchiali sono cinque, piuttosto piccole, con l’ultima fessura, e talvolta la penultima, che si trova sul fianco appena sopra le pinne pettorali e in corrispondenza del loro bordo anteriore. La bocca è relativamente piccola, come il muso, e arcuata. All’interno di essa sono contenuti circa una quarantina di denti per mascella; in pratica ci sono da 40 a 42 denti (secondo alcuni i denti sono da 32 sino a 53) nella mascella superiore, e da 34 a 42 denti (secondo alcune fonti i denti sono da 25 a 50) in quella inferiore. Nella dentatura sono di solito presenti file di denti sinfisiali e intermedi. I denti sono piccoli, lisci, taglienti, triangolari e con una cuspide. Sono anche appiattiti su di un lato e con margine liscio. Mostrano anche una sottile radice arcuata. I denti partono larghi dalla radice e si restringono più o meno notevolmente, a seconda del dente e della sua posizione in bocca, poco sopra la radice, a formare proprio l’unica cuspide appuntita. Le ganasce mostrano denti sagomati in maniera simile e con cuspidi gradualmente più oblique nei denti che dall’apice della bocca vanno verso il suo angolo interno. Le pliche labiali inferiori appaiono piuttosto corte. Il peduncolo caudale è molto tozzo e in posizione dorsale mostra una fossetta a forma di mezzaluna. Una fossetta simile sembrerebbe presente sempre nel peduncolo caudale ma in posizione ventrale. La pelle, come in quasi tutti gli squali, appare ricoperta da minuscoli dentelli dermici con una base ampia sulla quale sono inserite perpendicolarmente scagliette, dalla forma che ricorda la conchiglia di un “pettine di mare”, con cinque, o talvolta tre, carene longitudinali rilevate, con la centrale più lunga. I dentelli appaiono sovrapposti l’uno all’altro e mostrano piccole dimensioni, con lunghezza e larghezza quasi uguali e pari a 2 decimi di millimetro. In questa specie la prima pinna dorsale è molto più sviluppata della seconda. Si trova, lungo l’asse del corpo, a metà tra la base delle pinne pettorali e le pinne pelviche, o leggermente più vicina alla base delle pettorali. È triangolare, arrotondata all’apice, con il margine posteriore concavo. La seconda dorsale è piccola, poco vistosa nell’animale vivo, e quadrangolare o romboidale, con tre lati liberi. È simile all’anale e leggermente anteriore ad essa lungo l’asse del corpo dell’animale. Le pinne pelviche sono triangolari e ben sviluppate, talvolta ampie quanto la metà delle pettorali o anche di più. Possono mostrare nei maschi le lunghe e sottili appendici a forma di frusta, utilizzate durante l’atto riproduttivo. Le pinne pettorali sono ben sviluppate e ben falcate, piuttosto lunghe e con apice esterno relativamente arrotondato, talvolta anche moderatamente appuntito. Particolarissima la pinna caudale, con il lobo inferiore tozzo e triangolare, con l’apice rivolto verso il basso, e quello superiore molto sviluppato, lungo da oltre metà a quasi quanto il corpo del pesce. Il lobo superiore termina spesso molto affusolato e sottile. Appare anche mantenuto dall’animale con un angolo di 45°, o minore, rispetto all’asse del corpo, e con l’apice rivolto posteriormente. Su di esso non esiste nessuna incisura subterminale, ma in qualche esemplare può comparire una sorta di leggera estroflessione triangolare (lobo piccolo) in prossimità dell’apice del lobo superiore. La livrea dorsale dello squalo volpe comune varia dal blu grigio, grigio ardesia o anche scuro, al marrone viola, sino al brunastro e, raramente, al nero. Alcune colorazioni sono spesso esaltate da alcuni riflessi metallici, mentre la livrea ventrale appare biancastra. Talvolta i fianchi appaiono maggiormente bluastri, argentei o ramati. Molto irregolare l’area di passaggio presente sui fianchi tra la livrea dorsale e quella ventrale. Anche se irregolare, la zona di passaggio tra i due colori è spesso netta, senza sfumature, e presenta qualche punteggiatura scura sulla parte chiara. In pratica la colorazione della livrea dorsale si spinge dalla metà del muso, partendo dalla sua punta, sino sotto l’occhio, talvolta sin quasi al margine della bocca. Talvolta questa colorazione lambisce, o addirittura avvolge, la base delle pinne pettorali. Altre volte la colorazione sfiora la base delle pettorali, lasciando sopra di esse una banda chiara di colorazione ventrale. Quindi non tutti gli esemplari hanno colorazioni identiche e in alcuni la colorazione dorsale scende sui fianchi uniformemente sino al punto di inserzione delle pinne, mentre in altri, nella zona di inserzione delle pinne la colorazione ventrale appare più alta. In ogni caso le pinne dorsali e la caudale sono scure come il dorso anche se può esistere una macchia bianca all’apice delle pinne pettorali. Anche la parte dorsale delle pettorali e delle pelviche è scura, ma queste pinne possono mostrare alla loro base superiore ampie macchie chiare. Ventralmente le pettorali e le pelviche sono chiare ma, soprattutto le pettorali, sono ampiamente bordate di scuro. Questo squalo raggiunge dimensioni rilevanti ed alcuni esemplari riescono anche a superare i 5 metri di lunghezza. Il peso di esemplari di rilevanti dimensioni, 3-4 metri, si aggira intorno ai 200-250 chilogrammi. Tra i vari record esiste quello dell’esemplare più lungo mai catturato, che misurava 5,7 metri, anche se alcuni stimano che questi pesci possano, in condizioni eccezionali, raggiungere e superare i 6 metri di lunghezza o sfiorare i 7,5 metri (dato non confermato). Per quel che riguarda il peso massimo, un esemplare di quasi cinque metri pesava circa 510 chilogrammi. Secondo autorevoli ricercatori, le dimensioni massime di questi pesci sarebbero comprese, a parte eccezioni, tra 4,15 e 5,73 metri e gli adulti crescerebbero solo di dieci centimetri l’anno. I giovani esemplari appena nati sono già relativamente sviluppati, con dimensioni comprese tra 115 e 160 centimetri. Le dimensioni tra 118 e 145 centimetri sono quelle di esemplari piccoli ma già capaci di vita autonoma, mentre quelle tra 139 e 156 sono quelle di esemplari ben sviluppati e per i quali la gravidanza è stata correttamente portata a termine. Va sempre tenuto conto che gran parte della lunghezza di questo squalo si deve alla lunghezza della coda per cui le effettive dimensioni del corpo sono spesso poco più della metà delle dimensioni totali. Lo squalo volpe comune sarebbe una specie relativamente longeva, con esemplari che in natura dovrebbero raggiungere almeno i 24 anni, con età massime intorno ai 50 anni. Alcuni però osservano che l’età media raggiunta in natura sarebbe anche più bassa e si aggirerebbe intorno ai 15 anni di età. Questi squali frequentano le acque in corrispondenza delle piattaforme continentali o insulari e anche il mare aperto, ma sembrano relativamente abbondanti nelle acque che si trovano entro 40 o 50 miglia dalle coste. Hanno però la tendenza ad abitare frequentemente e ad essere relativamente diffusi anche in acque costiere. Sono considerati comunque circumglobali, ossia distribuiti negli oceani intorno al mondo entro determinate latitudini. La vicinanza alle coste è prevalentemente osservata quando gli esemplari sono alla ricerca di cibo. Sono soprattutto i giovani esemplari che si incontrano vicino alla costa, anche in acque relativamente basse come quelle di baie e golfi. Questi immaturi sembrano preferire acque calde o temperate perché tollerano meno il freddo rispetto agli esemplari adulti. Nel Pacifico esiste un’area dove i giovani crescono (area nursery) in corrispondenza delle coste della California del Sud. Da qui gli squali non sembrano spostarsi in zone con acque più fresche sinché non sono sufficientemente cresciuti. Le acque costiere possono comunque essere frequentate sia da giovani che da adulti, come avviene nel periodo primaverile ed estivo proprio in alcune zone della California Meridionale. Sembra che altre zone dove stazionano i giovani si trovino lungo la costa orientale degli Stati Uniti, nell’Atlantico Nordorientale, in Sudafrica e nel Bacino Occidentale del Mediterraneo (Mare di Alboran). In Italia, aree nursery dove crescono i piccoli, sono state individuate nel Mar Adriatico.Quasi tutti gli esemplari vivono nelle vicinanze della superficie marina, ma possono scendere anche a maggiori profondità, sino a circa 300-350 metri. Le quote estreme alle quali si è registrata la presenza di questi squali sotto la superficie del mare si aggirano intorno ai 550 metri di profondità. Gli squali volpe comuni non amano di solito acque troppo fredde, anche se possono tollerare temperature rigide dell’acqua. Sembrerebbero comunque preferire acque calde, tropicali o temperate. In mare aperto questi pesci si possono trovare anche in acque vicine alla superficie (epipelagiche) relativamente fresche. A parte queste evidenze, si sa poco sulle abitudini della specie e su quali sono i comportamenti in mare. Si sa poco anche dei movimenti migratori di questi squali, anche se la specie è considerata migratrice. Le migrazioni osservate sono stagionali e riguardano popolazioni che da Baja California in Messico si spostano più a nord, verso le acque dello stato statunitense della California. Qui le femmine sono solite terminare la loro migrazione mentre i maschi possono continuarla sino alle coste della Columbia Britannica e di Vancouver, che raggiungono tra fine estate ed inizio autunno. Probabilmente le migrazioni avvengono anche in altre zone al mondo, ma in questa specie, a differenza di altre, non sono state registrate migrazioni transoceaniche. Fonte immagine In alto la visione ventrale del capo dello squalo. B: dentelli dermici, con un dentello visto lateralmente. C: aspetto dei denti del pesce. Disegno originale contenuto in “Atlante dei pesci delle coste italiane”, di Giorgio Bini – Volume 1 – Mondo Sommerso Editrice 1967. Le popolazioni di questi pesci sono state studiate soprattutto in alcune aree dell’Oceano Indiano e Pacifico. In esse sembra che i gruppi si formino in base al sesso e alla profondità alla quale vivono. Nell’Atlantico Nordorientale sembra che questi squali, durante la stagione nella quale i piccoli vengono lasciati nelle aree nursery, si separino proprio in base al sesso ed alle dimensioni. La segregazione sessuale si osserva anche in inverno e primavera (stagione di “allevamento”) nell’Oceano Indiano, dove le femmine permangono nella zona nordoccidentale dell’oceano, mentre i maschi gravitano intorno alle Isole Maldive. Nell’Oceano Indiano le femmine gravide sono presenti anche in estate e autunno e ciò ha portato i ricercatori ad affermare che questa specie in quell’area non presenta una stagionalità riproduttiva ma si riproduce in ogni momento dell’anno. In tutto il mondo le diverse popolazioni di squalo volpe comune possono mostrare leggere differenze legate alla capacità riproduttiva e all’età alla quale viene raggiunta la maturità. Analisi genetiche hanno indicato discrete diversità tra le popolazioni dei diversi oceani e questo confermerebbe che gli incroci tra esemplari diversi non avvengono o sono molto rari. Sembrerebbe quindi che non vi siano esemplari che migrano tra popolazioni diverse e che invece esistano sottopopolazioni e popolazioni isolate. A confermare un certo isolamento vi sarebbero anche differenze di dimensioni e di fecondità delle diverse popolazioni presenti in differenti aree mondiali. Tra le altre caratteristiche della specie, va ancora osservato che questo squalo è molto potente in acqua ed è un ottimo nuotatore, aiutato anche dalla robusta coda. È anche in grado di spiccare vistosi e alti salti completamente fuori dall’acqua. Questo pesce condivide con gli squali della famiglia Lamnidae una sorta di sistema muscolare aerobico, molto potente e costituito da “muscolo rosso”. Questo tessuto è molto efficiente e può rimanere attivo per lungo tempo. Inoltre i muscoli interni, scaldandosi, garantiscono calore ad un sistema circolatorio controcorrente, chiamato “rete mirabile”, che recupera il calore prodotto e lo utilizza per riscaldare il corpo dell’animale e per mantenere più elevata la temperatura dello stesso rispetto all’ambiente circostante. Infatti la temperatura nei muscoli di uno squalo volpe è mediamente di 2° superiore a quella esterna, con diversità riscontrabili da un individuo all’altro. La rete mirabile in questo pesce non è però così efficiente come quella presente nelle altre due specie “ufficiali” dello stesso genere. In esse infatti esiste anche una rete mirabile che irrora il cervello e la zona intorno agli occhi, preservando queste zone da temperature troppo rigide. Le misure dei maschi e delle femmine a maturità raggiunta non sono precisissime e certe. Sembrerebbe certo invece che alla lunghezza di circa due metri e mezzo i maschi e le femmine siano ancora immaturi. I maschi infatti maturerebbero tra i 2,60 ed i 4,30 metri circa, mentre le femmine mature avrebbero dimensioni comprese tra i 2,60 ed i 4,70 metri circa. In questa specie le femmine e i maschi sembrerebbero capaci di raggiungere rapidamente l’età riproduttiva, anche già a tre anni di vita. Precisamente, però, per le femmine l’intervallo temporale nel quale raggiungono la maturità sarebbe compreso tra 3 e 9 anni, mentre per i maschi sarebbe compreso tra 3 e 7 anni. Sembra che, in particolare nel Pacifico Settentrionale, i maschi tendano a maturare al raggiungimento dei 5 anni di età e intorno ai 3,30-3,40 metri di lunghezza, mentre le femmine a circa 7 anni e dopo aver raggiunto lunghezze comprese tra 2,5 e 4,5 metri. Il tempo tra una generazione e l’altra, stimato nel 2008 da Cortés e compreso tra 8 e 14 anni, sembra però indicare che i tempi riproduttivi possano essere mediamente lunghi e che quindi è probabile che la maturità riproduttiva in questi squali non sia comunemente raggiunta in 3-4 anni ma ben più tardi. Il periodo degli accoppiamenti di questi squali sembra concentrato in piena o a fine estate e questo dato sembra valido soprattutto per il Pacifico. Come molte altre specie anche questi squali sono ovovivipari o anche chiamati vivipari aplacentali, ossia i piccoli non vengono alimentati attraverso una sorta di placenta, ma si nutrono di uova non sviluppate e non fecondate, che vengono prodotte in abbondanza dalla madre, la quale va in ovulazione proprio per sfamare i piccoli con queste uova, dopo che i piccoli hanno esaurito il contenuto del sacco vitellino. Nel ventre delle femmine si trovano camere di covata che ospitano gli embrioni e dove questi, dopo essere nati dalle uova, iniziano il loro sviluppo. La gestazione di questo squalo dovrebbe durare circa 9 mesi ed i parti sembrerebbero verificarsi nei mesi primaverili, da marzo sino a giugno. Nel periodo estivo, che segue la nascita, i giovani si incontrano nelle aree nursery dove si sviluppano e crescono. In questa specie, la capacità riproduttiva tende ad essere bassa anche perché è limitato il numero di piccoli partoriti dalle femmine. Nelle acque californiane del Pacifico i piccoli partoriti in media da una femmina sono generalmente 2, 3 o 4, anche se eccezionalmente possono essere una mezza dozzina. Una leggera discrepanza in positivo è stata registrata nelle femmine che vivono nell’Atlantico Orientale, che partorirebbero in media da 3 a 7 piccoli. Gli squali volpe sembrerebbero partorire un po’ ovunque nel mondo, ma generalmente solo in acque dove si trovano aree nursery, come quelle citate in precedenza, e probabilmente anche in altre zone meno conosciute e utilizzate nel tempo, proprio per partorire, dagli esemplari di questa specie. Negli embrioni i denti non sono funzionali e somigliano a mollette, ma ricoperte da tessuti molli. Quando i piccoli crescono, i denti iniziano a prendere una forma simile, anche se con le dovute proporzioni, a quella dei denti degli adulti. Tuttavia, sino a quando i piccoli pesci non nascono, i denti rimangono infossati nelle gengive, probabilmente per fare in modo che i neonati non arrechino danno alla madre quando si trovano ancora nel suo ventre. La misura dei piccoli è già stata indicata nel testo precedente e supera solitamente il metro di lunghezza. Tale misura è sempre comprensiva della lunghezza della coda, che già nei piccoli è enorme come negli esemplari adulti. Il peso di un cucciolo si aggira intorno ai 5 chilogrammi, ma dimensioni e peso possono variare in funzione delle dimensioni della madre. Da giovani i piccoli crescono notevolmente, anche di mezzo metro all’anno, e poi sempre meno sino all’età adulta quando crescono qualche centimetro l’anno. Le percentuali tra nati di un sesso o dell’altro e le dimensioni dei piccoli possono variare in zone geografiche distinte. Prima di elencare le prede che cattura lo squalo volpe comune è interessante indicare alcuni aneddoti e le tecniche di pesca utilizzate da questo pesce. Da Aristotele sono giunte sino a noi osservazioni relative all’intelligenza di questi pesci, capaci di liberarsi dalle lenze dopo essere stati presi all’amo, mordendo le lenze stesse. L’appellativo “volpe” deriva quindi da una particolare, presunta, intelligenza di questi animali, mai provata a livello scientifico. Un’antica credenza voleva che squali volpe e pesci spada cooperassero per uccidere le balene. Secondo quanto tramandato, lo squalo volpe distraeva la balena, mentre il pesce spada la infilzava in un punto vulnerabile. Altre versioni di storie fantasiose e improbabili riportano azioni dirette da parte dello squalo volpe, che sarebbe stato in grado di provocare ferite, squarciando i fianchi di una balena. Ovviamente i due pesci in questione non posseggono né dentature né altre “armi” capaci di impensierire gli enormi cetacei. Questa sorta di leggende potrebbero essere nate perché effettivamente in alcune grandi balene (comuni e azzurre) sono stati trovati conficcati i rostri di qualche pesce spada, forse a causa di qualche incidente occasionale, che però non ha recato nessun danno ai cetacei. È invece comune che lo squalo volpe utilizzi la sua coda per cacciare. In effetti con essa è in grado di colpire, stordire e quasi paralizzare le sue prede. Questa capacità può essergli talvolta fatale, perché può colpire prede che hanno abboccato a palamiti, venendo a sua volta agganciato per la coda dagli ami dell’attrezzo di pesca. Questa evidenza non rende per nulla merito all’epiteto “volpe” affibbiato a questo pesce. Quando però colpisce le sue prede sembra essere molto capace. Le colpisce spesso con colpi molto forti e tali da scagliarle lontano. Molti osservatori hanno assistito ai suoi colpi di frusta, usati sia per stordire e ferire pesci, sia anche forse per colpire uccelli immersi, come esemplari di Gavia immer. Il dubbio, in quest’ultimo caso, si basa sulle conclusioni alle quali sono giunti alcuni ricercatori, che hanno messo in discussione che lo squalo possa riuscire con la sua coda, molto elastica e relativamente poco muscolosa, a tramortire un grosso uccello. La dieta di questa specie di squalo è costituita quasi esclusivamente da pesci ossei, che rappresentano circa il 97% delle componenti della dieta di questo animali. I pesci ossei possono essere cacciati da esemplari solitari, ma più frequentemente quando questi sono riuniti in piccoli gruppi, da due o più esemplari. La tattica di caccia adottata dagli squali volpe è quella di nuotare prima intorno alle loro prede, costituite soprattutto da banchi di pesce azzurro, per circondarle in maniera sempre più stretta, producendo confusione e spruzzi d’acqua con le loro code. Quando individuano una potenziale vittima, la colpiscono con un violento colpo di coda, nel momento in cui si trova sufficientemente vicina a loro. Possono comunque dedicarsi anche alla caccia di esemplari solitari. Questi squali possono alimentarsi con diverse specie di prede e spesso sono condizionati dalle condizioni climatiche (acque più fredde o più calde), che favoriscono la presenza di una preda o di un’altra. Quindi concentrano spesso la loro caccia su prede abbondanti in un dato momento o in un dato periodo stagionale. I banchi di pesci predati sono costituiti soprattutto da pesce azzurro e tra questo troviamo acciughe dei generi Engraulis e Anchoa, aringhe, sardine, aguglie, sugarelli di varie specie, merluzzi e sgombri spesso immaturi. I banchi predati possono essere costituiti anche da immaturi di alcune specie di tunnidi. Gli squali volpe sono soliti catturare anche pesci lanterna quando questi risalgono la colonna d’acqua. Tra le specie predate nell’Oceano Pacifico vi sono sgombri del Pacifico (Scomber japonicus), acciughe del nord (Engraulis mordax), sardine del Pacifico (Sardinops sagax), salmone del Pacifico del genere Oncorynchus, e merluzzi del Pacifico (Merluccius productus). In alcune zone questi squali si nutrono abbondantemente, oltre che di pesce azzurro generico, anche di pesci “di burro” della famiglia Stromateidae e di veri “pesci azzurri” (Pomatomus saltatrix), appartenenti alla famiglia Pomatomidae. Si nutrono anche di pesci lancetta della famiglia Alepisauridae, di calamari, polpi, piccoli gamberi e granchi rossi pelagici della specie Pleuroncodes planipes. Sui fondali lo squalo volpe può catturare pesci solitari, ma si dedica soprattutto alla cattura di pesci piatti, come sogliole e passere di mare. A loro volta i piccoli ed i giovani possono cadere vittima di grossi squali di altre specie, mentre gli squali volpe adulti, viste le dimensioni, sono difficilmente predati, o perlomeno non hanno predatori specifici. Solo le orche ogni tanto, come sembra essere stato osservato nelle acque neozelandesi, sembrano predare questi pesci. Sono invece molte le specie di parassiti capaci di parassitare questo squalo. Tra queste, ad esempio, vi è il protozoo Giardia intestinalis, che parassita anche l’uomo e numerose specie di tenie e trematodi. Questo squalo è ancora suscettibile ad almeno nove specie di copepodi parassiti, soprattutto del genere Nemesis. Molti di questi organismi sono parassiti dei filamenti branchiali ed impediscono allo squalo una corretta respirazione, causando insufficienza respiratoria. Tra i copepodi vi sono anche quelli appartenenti alle seguenti specie: Kroeyerina benzorum, Pandaro smithii, Echthrogaleus denticulatus e Gangliopus pyriformis. Le interazioni degli squali volpe comuni con gli esseri umani si verificano soprattutto durante la cattura, perché si tratta di squali schivi e timidi, che non possiedono denti e mascelle in grado di impensierire gli esseri umani. Anche i subacquei che hanno incontrato questo pesce non hanno mai registrato azioni aggressive dell’animale verso l’uomo e anzi una tendenza a fuggire di fronte a loro. Resta comunque la necessità di un minimo di cautela nei confronti degli esemplari di questa specie, non tanto per il pericolo di morsi, ma per il rischio di colpi di coda. Secondo alcuni questo squalo, forse in difficoltà e disperato perché catturato, sarebbe capace di “affrontare” scafi di imbarcazioni. L’International Shark Attack File (ISEF) riferisce nei suoi elenchi di un solo attacco, ma provocato, nei confronti dell’uomo e quattro attacchi ad imbarcazioni proprio probabilmente da parte di squali volpe presi all’amo. Tra gli aneddoti anche quello di un uomo che, sporgendosi dalla barca per osservare una grossa preda presa all’amo, ricevette un colpo dalla coda di uno squalo appartenente a questa specie lungo 5 metri, che lo decapitò. È opinione comune tra gli esperti che tale fenomeno non possa verificarsi e che, conseguentemente, la storia sia falsa o ingigantita. L’areale dello squalo volpe appare determinato da una fascia circumglobale che si sviluppa intorno al globo e che comprende le acque di tutti gli oceani comprese tra determinate latitudini. Questa fascia comprenderebbe in realtà tutti i punti dove potrebbe trovarsi uno squalo volpe, ma per ciò che riguarda il mare aperto vi sono aree che sono certamente al di fuori delle zone frequentate da questo squalo, ma che vengono inglobate per semplificazione nell’areale generale della specie. L’areale costiero è invece più preciso e qui sono comprese aree dove lo squalo è sempre presente o lo è almeno stagionalmente. L’areale generale nell’Oceano Pacifico va dal Canada, poco oltre Vancouver, sino a oltre la Terra del Fuoco, in Cile, e dalla Corea e dal Giappone Meridionale, al mare che circonda Australia, Tasmania e Nuova Zelanda. Un’altra parte di areale comprende tutto l’Oceano Indiano, ad eccezione del Mar Rosso e del Golfo Persico. Nell’Atlantico l’areale va dalla Norvegia al Sudafrica, comprendendo il Regno Unito, e da Terranova e dal Labrador, sino a poco oltre la Terra del Fuoco in Argentina. Per quel che riguarda le coste ed il mare antistante ad esse lungo le quali è segnalato, riportiamo ora alcune altre indicazioni. Nell’Oceano Atlantico, la specie è segnalata dalla Norvegia Meridionale sino a Gibilterra, incluse tutte le coste del Regno Unito ed i tratti di mare che vanno dalle coste meridionali di questo regno al continente europeo. Da Gibilterra e dal Marocco, la specie è segnalata lungo le coste africane sino al Ghana, comprese Madera, Azzorre e Canarie, e dal Congo al Sudafrica. Lungo il Continente Americano, la specie è segnalata dal Canada (Baia di Chaleur e Golfo di San Lorenzo) e dalle coste di Terranova e Labrador sino a tutte le coste del Golfo del Messico, comprese le coste di Cuba Settentrionale e Centrale. In Sudamerica lo squalo si incontra lungo le coste venezuelane e della Guyana. Questa specie si incontra nuovamente dalle coste della Guyana Francese, lungo tutta la costa Brasiliana e lungo quella argentina, sino allo stato argentino di Santa Cruz. Per quanto riguarda il Mediterraneo, lo squalo è stato segnalato lungo tutte le coste e anche lungo quelle del Mar Nero. In Italia è ovviamente stato segnalato lungo tutte le coste. Nell’Oceano Indiano lo squalo è stato segnalato lungo le coste sudafricane e lungo quelle della Somalia e a Gibuti, sino al Kenia (Corno d’Africa). La specie è ancora segnalata lungo le coste dello Yemen e dell’Oman, del Pakistan e dell’India Occidentale, intorno alle Maldive e a Ceylon, e intorno a Sumatra in Indonesia. Nell’Oceano Pacifico questo squalo è segnalato in Asia, dalla costa del Giappone Meridionale e della Corea sino, verso sud, a tutta la costa cinese. È anche segnalato in Oceania, intorno alla Nuova Zelanda, alla Tasmania, alla Caledonia e ad altre isole limitrofe, e lungo la costa occidentale e meridionale dell’Australia, sino alle prime coste meridionali della regione dell’Australia Occidentale. La distribuzione dello squalo volpe appare invece più continua lungo le coste americane del Pacifico, dove la specie è segnalata dalla Columbia Britannica, a partire da Vancouver e Seattle, al Cile Meridionale, Isole Hawaii comprese. Dal 2009 la specie è identificata come vulnerabile dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN). La valutazione è la stessa anche per le altre due specie certe di squali volpe presenti nel mondo. Negli anni precedenti a questa valutazione, l’insufficienza di dati non consentiva all’IUCN la valutazione dello stato della specie. L’organo internazionale ha effettuato anche valutazioni regionali indicando la specie come vulnerabile ovunque, tranne che nel Pacifico Centrorientale (California), dove sarebbe “quasi a rischio”, e nella parte occidentale dell’area indo-pacifica, per la quale non sarebbe possibile effettuare una stima della popolazione per carenza di dati. Tutte le tre specie di squalo volpe sono elencate nell’allegato I della convenzione ONU che tutela le specie altamente migratorie e che invita gli stati ad impegnarsi per la gestione delle specie a rischio. Tutte le popolazioni sembrerebbero in declino un po’ ovunque a causa del concatenarsi di diversi fattori. Primo fra tutti l’impatto della pesca sulla specie, soprattutto relativo alle catture accessorie, spesso nemmeno dichiarate, unito alla bassa capacità riproduttiva, tipica di molti squali e anche dello squalo volpe, che limita la ripresa della specie. Anche lo sfruttamento diretto della specie non va sottovalutato ed appare legato al valore commerciale di questo pesce, che possiede carni di ottima qualità e apprezzate in molte regioni geografiche. Apprezzate e di un certo valore commerciale risultano anche le pinne, la pelle ed il fegato, dal quale si ricava un prezioso olio. La carne può essere commercializzata fresca o anche essiccata affumicata o salata. Da alcune stime rese note dalla FAO le catture di questa specie di squalo, nel 2006, sono state pari a 411 tonnellate. Lo squalo volpe comune non riesce, con i suoi tassi riproduttivi, a compensare azioni di sovrasfruttamento e l’aumento delle attività di pesca in tutto il mondo nei confronti di questa specie andrebbe attentamente monitorato. Un esempio di tale pratica nefasta si è avuto in acque californiane, ma anche in quelle di Washington e Oregon. Nel 1977 in questa zona esistevano 10 imbarcazioni da pesca, aumentate sino a 40 nel 1979. Impressionante il fatto che nel 1982 le navi impegnate nella pesca dello squalo volpe diventarono 228, capaci di sbarcare oltre 1.000 tonnellate di questi pesci. Intorno al 1990 le tonnellate sbarcate erano circa 300, con pochi esemplari adulti e di grosse dimensioni. Da quell’anno sembra sia terminata la caccia diretta a questo squalo, pur rimanendo comunque il prelievo dovuto alla pesca accessoria. La legislazione statunitense tutela questi pesci attraverso l’individuazione di quote massime commerciali e dimensioni minime di pesca. Alle restrizioni si aggiunge anche il divieto del taglio delle pinne che è già illegale negli Stati Uniti per tutti gli squali. In questo paese esistono una serie di organismi che hanno emanato piani di pesca e regolamentato l’attività. Gli effetti dell’azione di tutela si sono per fortuna fatti sentire, riuscendo nell’azione di invertire il trend di decrescita di alcune popolazioni destinate all’estinzione. La popolazione di squali volpe californiana, che nel 1990, come abbiamo visto, si era quasi esaurita, dopo la limitazione della flotta peschereccia, le restrizioni stagionali, la riduzione delle ore di lavoro e i limiti allo sbarco di esemplari, ha cominciato ad aumentare, ed attualmente la popolazione appare in crescita di un valore variabile, ma compreso tra il 4 ed il 7% annuo, indicando di fatto che le misure hanno dato buoni frutti. Questo squalo è comunque una specie particolarmente vulnerabile, perché passa gran parte della sua vita in ambito epipelagico, con gli esemplari che divengono così soggetti minacciati da numerose attività di pesca. Gran parte degli esemplari commercializzati sono pescati con palamiti, palamiti pelagici e reti da posta, come quelle da imbrocco, soprattutto in mare aperto. Questo tipo di pesca è comune in gran parte del mondo. Nel Pacifico alcuni pescatori catturano qualche squalo volpe anche con gli arpioni e le reti derivanti da posta a maglie piccole, oltre che con i soliti palamiti. La bontà delle sue carni, la sua forma e la forza che impiega durante la cattura, ne hanno fatto una preda ambita anche per i pescatori ricreativi, che utilizzano canne e lenze per catturare questi pesci. La maggiore attività di pesca ricreativa nei confronti di questi pesci si registra soprattutto lungo le coste californiane e sudafricane. Particolarmente combattivo, forse anche più di grossi e pericolosi squali come il mako, lo squalo volpe viene proprio indicato dalle principali associazioni di pesca internazionali come un pesce difficile da catturare, con il quale i pescatori ricreativi possono veramente impegnarsi a fondo e divertirsi. Sono poi molti gli esemplari appartenenti a questa specie che finiscono per diventare catture accessorie. Possono infatti venire pescati all’interno delle reti a strascico o addirittura finire catturati da grosse nasse. Spesso finiscono in reti preparate ed utilizzate per attività di pesca intensiva in mare, come la pesca dello sgombro. Nelle acque dell’Atlantico, lo squalo volpe viene catturato accidentalmente con palamiti utilizzati per la cattura di tonno e pesce spada. Ciò accade anche in Oregon ed in California, durante diverse attività di pesca professionale. In queste regioni, nonostante la volontà di ridurre le catture dirette, che ha portato ad una ricrescita della popolazione di squalo volpe, le catture accessorie sono evidenti e concentrate durante le attività di pesca, con reti da posta, del pesce spada. In ogni caso di tutti gli squali volpe commercializzati sembra che la gran parte, sino all’85%,venga dall’Oceano Pacifico ed una minima parte, circa il 15%, dall’Oceano Atlantico. Nel Mar Mediterraneo, sia i giovani che gli adulti di squalo volpe finiscono per essere catturati come catture accessorie in diversi tipi di pesca, ma soprattutto in quelli che prevedono l’uso di palamiti e di reti a circuizione. Anche la pesca ricreativa incide in parte su questa specie. Le aree nursery in questo mare, come si è già indicato, si trovano principalmente nel bacino occidentale estremo, ossia nel Mare di Alboran, dove si incontrano giovani esemplari e ancor prima femmine gravide che formano gruppi più o meno cospicui, soprattutto in prossimità dello Stretto di Gibilterra. In questa zona gli squali sono soggetti a gravi insidie, costituite dalla pesca effettuata tutto l’anno dalle flotte marocchine. I pescatori che le costituivano utilizzavano, sino a poco tempo fa e forse anche oggi, reti derivanti per la pesca del pesce spada, nonostante questo tipo di pesca sia illegale nel Mar Mediterraneo. In questa zona esiste quindi un sovra sfruttamento sia degli squali che dei pesci spada e attualmente le catture annuali sono diminuite, così come i pesi medi degli esemplari catturati, indicando proprio lo stato di vulnerabilità della specie, sia nel Mare di Alboran che nelle zone adiacenti; Mediterraneo Centrale e area atlantica adiacente a Gibilterra. In questo mare la pratica dannosa è quella di posizionare reti da posta derivanti a 1 o 2 miglia dalla costa, dove vivono e si spostano gli squali, soprattutto gli squali volpe. Nel 2003 alcuni ricercatori hanno indicato come gli squali pelagici in generale siano aumentati come componente delle catture accidentali da parte di pescherecci spagnoli impegnati nella pesca pelagica del pesce spada. Pur essendo ancora relativamente presente anche nelle altre parti del Mediterraneo, questo squalo è soggetto all’intenso sforzo di pesca che si verifica in mare aperto in tutto il bacino e che incide sicuramente sullo stato della specie. Anche lungo le coste europee e nordafricane atlantiche la specie è catturata come cattura accessoria, soprattutto al nord, durante le attività di pesca di tonni e pesci spada. Questo squalo finisce per essere catturato anche con reti da posta, sia da imbrocco che derivanti. Una volta pescato, il pesce volpe comune viene comunque commercializzato. Per avere un’idea della situazione in questa zona ci si può avvalere dei risultati di alcuni monitoraggi, comunque limitati ad alcune aree geografiche. Negli anni precedenti al 2000 gli sbarchi documentati di squali volpe sono rimasti compresi tra le 13 e le 17 tonnellate annue. Negli anni successivi, 2001-2002, gli sbarchi di questi pesci si sono notevolmente elevati, superando le 100 tonnellate annue. Si sarebbe trattato di azioni di forte sovra pesca, perché l’anno successivo (2002) ha fatto registrare un drastico calo delle catture, scese a 4 tonnellate annue. Di seguito non si sono più registrati livelli elevati di catture, che sono rimaste mediamente sotto le 7 tonnellate annue. Nella zona prossima a Gibilterra le condizioni dovrebbero essere simili a quelle registrate nel Mare di Alboran in Mediterraneo, mentre nelle altre zone la situazione potrebbe essere appena migliore. Per questo lo stato dello squalo volpe in queste acque è stata valutata “quasi a rischio” dallo IUCN e quindi godrebbe di una situazione relativamente meno preoccupante. Lungo le coste atlantiche dell’America Settentrionale e Centrale lo squalo volpe comune non è molto comune, mentre lo sarebbe molto di più l’affine squalo volpe obeso. In questa zona costituirebbe quindi una cattura accidentale meno comune delle altre. Da uno studio effettuato negli Stati Uniti, sulle catture effettuate sulle pescate di palamiti pelagici nel periodo 1992-2005, in un’area di costa dove lo squalo è un poco più diffuso, compresa tra i 35° nord ed i 40° nord di latitudine tra la Pennsylvania ed il North Carolina, risulta che ogni tre squali volpe obesi viene catturato uno squalo volpe comune. Anche se non in modo diretto solo su questa specie, nelle acque atlantiche occidentali all’altezza dell’equatore, lo sforzo di pesca con palamiti pelagici ha avuto inizio intorno al 1956 ad opera di pescherecci giapponesi. Da quelle acque, in tre o quattro anni, questo tipo di pesca si è esteso sino alle acque dell’America del Nord ed ha coinvolto con il tempo anche pescherecci americani. Attualmente, le catture accidentali di esemplari di squalo volpe in quest’area, nelle zone economiche esclusive (ZEE), sono però molto poche. Qui non sono state attivate misure specifiche di tutela di questa specie e non esistono neanche a quanto sembra valutazioni dei relativi stock ittici. Le misure di tutela di questa specie mancano anche in acque internazionali. Negli Stati Uniti ed in Canada solo una piccola parte, circa il 4%, di pescherecci utilizza palamiti, e li utilizza prevalentemente nella zona del Grand Banks a circa 45 ° N di latitudine. Lungo le coste atlantiche del continente americano, i palamiti vengono anche utilizzati lungo quelle del Sudamerica, a latitudini comprese tra 5° e 10° sud. Uno studio del 2003 effettuato da Baum ha tuttavia indicato che, per la zona atlantica nordoccidentale, le popolazioni di squali volpe (comune e obeso), tra il 1986 ed il 2000, hanno mostrato una riduzione stimata pari all’80%. I cali di biomassa, calcolati attraverso l’analisi di dati raccolti attraverso monitoraggi recenti, sono relativi però a popolazioni già sfruttate in precedenza rispetto alla data di inizio degli studi e quindi sarebbero ancora più gravi. È il caso di alcune rilevazioni effettuate per il periodo 1992-2000 dove, relativamente alle catture effettuate da palamiti pelagici, si è registrato un calo del 68%. Fortunatamente alcuni dati successivi, relativi agli anni 2004-2005, hanno fatto registrare un aumento del numero dei pesci catturati dai palamiti, indicando che in effetti, calcolando il periodo 1992.2005, il calo sarebbe solo del 26% e quindi più accettabile, sebbene sarebbe sempre da considerare relativo ad una biomassa già sfruttata, non si sa quanto, prima del 1992. I dati rilevati dal 1992 sono stati valutati anche dal ricercatore Cortés che, effettuando altri studi, ha affermato, anche combinandoli con quelli relativi allo squalo volpe obeso, un dato in controtendenza, ossia la crescita della popolazione pari al 28%. Il dato estrapolato dall’osservatore era un calo della popolazione pari al 39% e anche dai giornali di bordo, dove si registrano le pescate, era estrapolato un dato di flessione pari al 50%. Queste variabilità dipendono spesso dalla parte di campione analizzato. Ad esempio il dato dell’osservatore è derivante da un campione piccolo preso in esame, calcolato solo su 4 delle 11 zone geografiche dove la specie è pescata, e ciò rende il dato comunque da valutare ulteriormente o da “prendere con le molle”. Altre analisi relative ai libri di bordo completi hanno comunque indicato una flessione globale pari al 63% e questo di fatto è un dato maggiormente attendibile perché sembra prendere in considerazione l’intera totalità dei dati a disposizione. In Sudamerica lo squalo volpe comune e quello obeso costituiscono rare catture accidentali di palamiti pelagici. I dati per questa zona sono scarsi o assenti e la frequenza di pesca nella zona di San Paolo del Brasile, un’area per la quale esistono dati, è bassissima. I palamiti calati in zona per la pesca del tonno hanno catturato sei squali volpe tra il 1974 ed il 1996. Lungo la costa statunitense degli stati di California, Washington e Oregon, che si affaccia sull’Oceano Pacifico, lo squalo volpe, con l’aumento della pressione di pesca descritto già in precedenza, è stato decimato da anni di prelievo intensivo effettuato con reti pelagiche, almeno a partire dal 1977-1979. Intorno al 1990 la pesca aveva ormai fatto scomparire nelle catture esemplari immaturi di squalo volpe comune. Il calo registrato in California nel 1996 era notevole ed erano ormai rimasti solo un quinto degli squali stimati prima dell’aumento della pressione di pesca su questa specie. Dal 1990, le restrizioni sull’utilizzo di reti da posta pelagiche lungo le coste pacifiche statunitensi hanno di fatto ridotto o annullato quasi il prelievo, ma esemplari di questa specie sono ricomparsi nei registri delle imbarcazioni di pesca solo dopo alcuni anni, indicando una lenta ripresa della specie. In effetti in questa zona lo squalo non è catturato direttamente, ma solo come cattura accessoria dai pescatori che catturano pesce spada. Resta comunque un pesce di discreto valore commerciale e quindi comunque apprezzato dai pescatori. In effetti i pescatori lo commerciano e il pesce volpe che compare sui mercati americani proviene proprio dai mari californiani. Nel Pacifico operano anche flotte di pescherecci spagnole che pescando con palamiti il pesce spada possono occasionalmente catturare anche squali. Come si è detto, la pesca importante, con il divieto dal 1990 dell’uso delle reti derivanti per la cattura di pesci spada, è stata di fatto soppressa, anche se rimangono tutt’oggi catture accessorie che incidono sullo stato della specie. Sembra che attualmente la popolazione di questi squali si sia riprendendo in questa zona e che inizi a tendere al 50% del valore relativo al periodo di presfruttamento. Qui lo squalo volpe viene considerato “quasi a rischio”, proprio grazie all’effetto positivo che hanno avuto i divieti e la gestione degli stock che sembra attuata in questa zona. I risultati sono quelli che, sui mercati come catture accessorie, sono ricomparsi squali volpe comuni di medie dimensioni che erano rari o scomparsi prima dell’entrata in vigore delle restrizioni. Anche in Sudamerica, soprattutto lungo le coste di Perù e Cile, questo pesce viene catturato con palamiti, ma i dati sulla pressione di pesca in queste zone non sembrerebbero raccolti o distribuiti. Lungo le coste del Pacifico Occidentale e dell’Oceano Indiano, la situazione è poco monitorata, proprio per quel che riguarda lo squalo volpe comune, rispetto alle altre specie, per le quali esistono maggiori dati. Risulta comunque che, lungo queste coste, lo squalo sia ampiamente pescato o catturato. Lo squalo volpe comune, in generale, è quindi sensibile alla pesca e finisce per essere catturato con numerosi attrezzi, come reti da posta e palamiti. Il suo valore economico lo rende una preda appetibile, anche come cattura accessoria. Vi sono zone di pesca, come il Mediterraneo, dove questi squali finiscono frequentemente catturati dagli attrezzi di pesca, soprattutto palamiti utilizzati per la pesca del tonno o del pesce spada, con un prelievo variabile, che non si riesce facilmente a quantificare, ma che sembrerebbe in relativo aumento. Se per alcuni pescatori, come quelli che pescano pesce azzurro e sgombri, lo squalo volpe rappresenta una cattura fastidiosa, è invece il contrario per i pescatori che utilizzano palamiti pelagici. Equipaggi di molti paesi del mondo, soprattutto Giappone, Spagna, Stati Uniti ed ex Unione Sovietica, hanno per anni pescato squali volpe in questo modo, sovrasfruttando la specie in molte zone. In molte zone, come in Oceano Indiano, si sono registrate anche “collaborazioni” tra equipaggi di diverse nazionalità, finalizzare a sfruttare le risorse ittiche. Paradossalmente, laddove la specie era altamente sfruttata, come lungo le coste californiane, si registra la ripresa, grazie alle misure di tutela attivate. Alcuni dati generali, di Mejuto ed altri ricercatori, indicano che sino almeno al 2006 gli sbarchi di questi squali sono diventati sempre più importanti lungo le coste di tutti gli oceani. Questo dato, se fosse certo, indicherebbe stock ancora abbondanti, ma oggetto di prelievo non si sa quanto sostenibile. La FAO in tal senso indica che appare comunque prudenziale considerare la specie sfruttata o sovrasfruttata in tutto il mondo, sia per mancanza di dati, sia allo scopo di prevenire eventuali massicce pescate incontrollate. Questo anche perché lo squalo volpe, dato il suo valore, non rappresenta una vera cattura accessoria, ma una cattura secondaria importante e ricercata a causa della bontà delle carni e della qualità delle pinne. Il commercio di questo pesce e le pescate a livello globale, sembrano essere in crescita e si tratta soprattutto di attività poco o nulla controllate nei diversi paesi mondiali. Rispetto agli altri squali, gli squali volpe comuni si riconoscono facilmente per la loro pinna caudale, originale e con il lobo superiore estremamente sviluppato. Nessun altro squalo mostra questa caratteristica così fortemente spiccata. Lo squalo volpe comune si potrebbe confondere invece con altre due specie di squali volpe, ossia quello obeso e quello pelagico. Lo squalo volpe obeso (Alopias superciliosus) è facilmente distinguibile perché mostra un capo appiattito dorsalmente e nettamente discontinuo con il resto della parte dorsale del corpo. Quest’ultima forma una sorta di carena ”gobba” o cresta, con la base a “V”, che origina nella parte posteriore del capo. L’obeso mostra anche pinne pettorali più grandi e più lunghe delle già grandi pinne del pesce volpe comune. Inoltre questo pesce ha anche occhi ovali, più grandi di quelli dello squalo volpe comune, un muso più lungo, meno denti e la prima pinna dorsale molto arretrata, posizionata lungo l’asse del corpo, con la parte posteriore in corrispondenza di quella anteriore delle pinne pelviche. Lo squalo volpe pelagico (Alopias pelagicus), non segnalato né in Mediterraneo e né in Atlantico, somiglia di più allo squalo volpe comune, rispetto alla specie precedente, ma ha testa più stretta e muso più allungato. Inoltre le sue pinne pettorali sono meno curve e talvolta più appuntite all’apice. A differenza di quella di altri squali volpe, la bocca di quello comune ha solchi agli angoli. In questo pesce solitamente le parti basali delle pinne pettorali e delle pinne pelviche sono tinte di chiaro e ciò lo distingue dal pesce volpe pelagico e da quello obeso, che mostrano le stesse pinne colorate uniformemente con tonalità scure. Attenzione la scheda potrebbe contenere lievi inesattezze o imprecisioni in quanto non è stata ancora controllata da un esperto dello specifico gruppo sistematico cui appartiene la specie descritta.
Alosa Alosa
Alosa Alosa
Pesci Alosa Alosa (Linnaeus , 1758) sinonimo clupea alosa (Linnaeus, 1758) regno animali fam. Clupeidae Fonte immagine Disegno originale contenuto in “Atlante dei pesci delle coste italiane”, di Giorgio Bini – Mondo Sommerso Editrice 1967 Il genere Alosa venne definito da Cuvier nel 1929, proprio in base alla specie descritta in questa scheda. In esso sono raggruppate oltre una ventina di specie di pesci simili, ma anche alcune sottospecie. L’alosa (Alosa alosa) appartiene alla stessa famiglia delle aringhe ed appare molto simile a questi pesci. Tuttavia le aringhe sono gregarie e formano banchi, mentre l’alosa ha altre abitudini. Tutti i pesci che fanno parte di questo genere mostrano un ampio areale che comprende i mari atlantici che bagnano l’America del Nord, l’Oceano Atlantico, il Mar Baltico, il Mar Mediterraneo ed il Mar Nero. Questi pesci hanno anche la capacità di abitare i fiumi e pertanto il loro areale si estende anche ai corsi d’acqua che sboccano nei mari citati. La differenza tra la varie specie comprese nel genere Alosa è basata fondamentalmente sulla posizione delle pinne, sul numero delle branchiospine e sulla colorazione del corpo e quindi sulla livrea. Alcune “forme” si distinguono dagli esemplari “standard” della loro specie perché mostrano corpo più alto, o compresso lateralmente, e più corto nella parte caudale, pinne pettorali più lunghe, testa più alta e compressa, con margine inferiore affilato a cuneo. Altre “forme” si differenziano perché hanno pinne pettorali più brevi, corpo più arrotondato, meno alto e non accorciato nella parte caudale, testa più corta e più bassa, non compressa e non affilata a cuneo. Gran parte delle specie di alosa sono endemismi del Mar Nero, del Mare di Azov o del Mar Caspio, o anche dei laghi della Penisola Balcanica. Di tutte le specie del genere Alosa solo due sono diffuse nel Mediterraneo propriamente detto, Mar Nero escluso, e sono l’alosa (Alosa alosa) e la cheppia (Alosa fallax). Le due specie hanno cicli vitali piuttosto simili e vivono di fatto nelle stesse aree geografiche essendo quindi in simpatria. Questa condizione consente loro di produrre anche esemplari ibridi. Esemplari derivati da ibridazione sono stati osservati nel Reno, ma anche in alcuni fiumi francesi ed algerini. Soprattutto le ibridazioni sono più diffuse dove ostacoli impediscono agli esemplari di alosa di migrare verso monte, costringendoli a permanere in zone dove si trovano le cheppie. Dopo annose considerazioni scientifiche sull’alosa, i ricercatori sono giunti alla conclusione che non esistono sottospecie di questa specie. In pratica tra tutti gli esemplari viventi, vi sarebbe una bassa diversità genetica, con poca differenziazione genetica tra le diverse popolazioni. La ibridazioni non sono la norma, ma in fiumi come la Loira e la Lima, queste sono quantitativamente e percentualmente rilevanti. A complicare la situazione esistono lavori, degli anni ’90 del secolo scorso, di Alexandrino e altri, nei quali si evidenzia che gli ibridi sono probabilmente fertili. Ciò ovviamente sarebbe deleterio per l’integrità genetica delle due specie, ossia per l’alosa e per la cheppia, ma soprattutto per la cheppia, che è spesso la specie più abbondante nei corsi d’acqua dove si verifica il fenomeno. I dati relativi al processo non sono del tutto evidenti, ma il fenomeno potrebbe portare allo sviluppo di una nuova “specie”, che mostrerebbe molte caratteristiche della cheppia e poche altre dell’alosa. Sembra ormai chiaro che l’ibridazione sarebbe provocata dall’esistenza delle barriere artificiali lungo i fiumi, che costringono gli esemplari delle due specie ad utilizzare gli stessi siti riproduttivi. L’alosa fa parte del gruppo di specie, rientrante nel genere citato in precedenza, che mostra esemplari con un capo grande, compresso lateralmente e affilato a forma di cuneo nel suo margine inferiore. In ogni caso anche il corpo di questo pesce appare affusolato e compresso lateralmente, con il ventre arrotondato. Una serie di squame cicloidi, caduche, increspate, grandi e ben sviluppate, formano nella zona ventrale del pesce, dalla gola sino alla pinna anale, una sorta di chiglia addominale tagliente. La chiglia si trova quindi sia anteriormente che posteriormente alle pinne ventrali. Lungo la linea laterale si contano dalle 70 alle 80 scaglie. Le vertebre di questi pesci sono generalmente tra le 57 e le 58. L’occhio di questi pesci appare ricoperto da una palpebra adiposa, relativamente estesa, che si apre con una fessura verticale ellittica solo in corrispondenza della pupilla. La bocca appare ampia ed è munita di denti posizionati sulle mascelle, ma è sprovvista dei denti palatini sul vomere. Questa specie mostra, sul primo arco branchiale, da 100 a 130 branchiospine sottili, delle quali più della metà disposte sul ramo inferiore. La pinna dorsale, che mostra da 18 a 21 raggi molli, è inserita indicativamente sulla stessa linea della base delle pinne ventrali. Questa pinna è piuttosto piccola ed ha forma trapezoidale. Inoltre è inclinata posteriormente e con il lato posteriore corto. La pinna anale, che mostra da 20 a 26 raggi, non mostra gli ultimi due raggi allungati. Questa pinna appare allungata, trapezoidale e leggermente più alta anteriormente. Alla base delle pinne ventrali, piuttosto piccole e sostenute da 9-10 raggi, si osserva anche una grossa squama allungata ed altre due grosse squame per lato si trovano alla base della pinna caudale. Le pinne pettorali sono piccole disposte nelle vicinanze del ventre e mostrano da 15 a 16 raggi. La pinna caudale è costituita da due lobi appuntiti e con gli apici rivolti posteriormente. In questa specie la colorazione dorsale appare azzurro verdastra, con i fianchi e il ventre che appaiono invece argentati. Questa colorazione appare tipica degli esemplari catturati in mare. Negli esemplari osservati nei fiumi, il dorso appare più verdastro che azzurrognolo. Gli esemplari di questa specie mostrano una macchia nera situata dietro l’angolo postero superiore dell’opercolo, seguita, ma non in tutti gli esemplari, da altre macchie minori e spesso meno evidenti. In pratica la macchia scura si osserva in alto appena dietro le branchie e può essere seguita da alcune macchie più piccole, sino a 6, posteriori ad essa. Le pinne sono solitamente di colore marroncino e, soprattutto quella caudale e la pettorale, possono essere bordate di scuro. Secondo alcuni osservatori, il capo dell’alosa mostrerebbe un colore marrone ed una sfumatura color oro che ornerebbe l’opercolo. L’alosa raggiunge come lunghezza massima i 70 centimetri circa e può sfiorare i 3 chilogrammi di peso, con peso massimo eccezionale registrato pari a 4 chilogrammi. Le dimensioni più comuni degli esemplari sono comprese però tra i 35 ed i 60 centimetri. La durata della vita di questi pesci è stimata intorno ai 10 anni di età. Le femmine crescono più velocemente dei maschi e quindi a parità di età hanno maggiori dimensioni. In pratica sembra che le femmine in sette anni raggiungono i 60 centimetri ed i 3 chilogrammi di peso, mentre nello stesso periodo i maschi raggiungono i 55 centimetri ed i 2,5 chilogrammi di peso. Sembra che le specie del genere Alosa siano in grado di rilevare e di rispondere a suoni di frequenza indicativa intorno ai 180 khz. La funzione di questa loro capacità sensoriale appare sconosciuta, ma si immagina che tale capacità possa servire per sfuggire ai predatori. In generale questi pesci si trovano lungo le coste europee, lungo quelle dell’Islanda Meridionale e lungo quelle che dalla Norvegia raggiungono la Spagna. Si trovano spesso nelle acque poco profonde e negli estuari, sin quando non si impegnano in una migrazione che li porta a risalire i principali fiumi europei, di Francia, Portogallo e Spagna. Gli estuari sono particolarmente importanti, sia per l’alosa che per la simile cheppia, perché costituiscono un’area nursery per lo sviluppo dei giovani e anche un riferimento per la risalita degli adulti nei fiumi durante il periodo riproduttivo. Questa specie particolarissima è quindi tipicamente anadroma, ossia capace di risalire i fiumi. Si tratta anche di una specie anfialina, che mostra quindi fasi vissute in acque marine ed altre vissute in acque dolci. In realtà alcune popolazioni riescono a vivere e riprodursi anche nelle sole acque dolci, come quelle di alcuni laghi, dove completano tutto il loro ciclo biologico. Gli esemplari più giovani tendono a rimanere lungo le coste o negli estuari. Quando questo pesce si trova in mare è in grado di vivere a profondità rilevanti, comprese tra i 200 ed i 300 metri sotto il livello delle acque marine. In pratica l’alosa frequenta le acque sopra la piattaforma continentale e nella sua fase marina viene anche considerato un pesce pelagico. Più comunemente questi sono pesci che si trovano tra i 10 ed i 150 metri di profondità, comunque lungo le coste. Pur essendo clupeidi, questi pesci non formano banchi come le comuni aringhe o le sardine, ma al contrario si radunano e divengono gregari solo quando devono risalire i fiumi per riprodursi, soprattutto nel mese di maggio. I fiumi scelti dagli esemplari di alosa sono di solito quelli con acque temperate e non troppo fredde, solitamente molto ampi e con grandi portate di acqua. Ad esempio nella Garonna in Francia, le condizioni ottimali per questi pesci si osservano in acque con una corrente di circa 1 m s-1 e in alvei dove i fondali si trovano a profondità comprese tra il metro ed il metro e mezzo. In questi fiumi gli esemplari possono nuotare controcorrente anche per diversi chilometri di distanza dalla foce; occasionalmente anche per 500-700 chilometri. Questo avviene soprattutto nei grandi fiumi europei, come la Loira, dove l’alosa migra a monte per circa 500 chilometri. Questi pesci durante la migrazione non si alimentano e comunque bruciano molte energie, dovendo spesso affrontare tratti di fiume con correnti contrarie anche elevate. Le alose percorrono di solito i principali tratti dei fiumi e non gli affluenti secondari troppo piccoli o i torrenti. I pesci entrano di solito negli affluenti, nel caso che in essi la temperatura dell’acqua sia uguale o meglio più alta che nel fiume principale. Le popolazioni che non hanno contatto con il mare e che abitano le acque dei laghi non sono vincolate a tali acque, ma per riprodursi hanno bisogno anch’esse di risalire qualche fiume per deporvi le uova. Per la loro riproduzione, questi pesci scelgono solitamente aree con fondali poco profondi e inferiori al metro e mezzo di profondità. Le aree scelte dagli esemplari si trovano in punti dove esistono forti correnti e fondi ghiaiosi; solitamente le condizioni citate possono esistere in corrispondenza di una confluenza di due corsi d’acqua. La migrazione può essere effettuata da esemplari con età piuttosto variabili; solitamente da quelli che hanno tra i tre ed i nove anni. Nelle femmine la prima riproduzione si verifica in media da uno a tre anni dopo quella dei maschi. La gran parte delle femmine sembra maturare tra i cinque ed i sei anni, mentre la gran parte dei maschi, più precoci, maturerebbe tra i quattro ed i cinque anni. Lambert e altri hanno però osservato che nel sistema della Gironda la maggior parte dei pesci sembra maturare già a tre anni di età. In pratica, la gran parte degli adulti si riprodurrebbe tra i 3 ed i 6 anni ed avrebbe dimensioni comprese tra i 30 ed i 50 centimetri di lunghezza. In inverno e precisamente tra fine febbraio ed inizio marzo, gli esemplari maturi tendono ad avvicinarsi maggiormente alle coste e agli estuari, mentre, come già detto, iniziano a risalire i fiumi solo nel mese di aprile-maggio, quando le acque hanno raggiunto una temperatura compresa tra i 9°C ed i 12°C. Ancora meglio se le acque hanno già raggiunto temperature comprese tra i 13°C ed i 16°C. In alcune zone sembra siano le maree primaverili a favorire le risalite dei fiumi. Sembra inoltre che il picco di migrazione si verifichi al momento in cui inizia a calare l’alta marea. In presenza di maree troppo elevate le migrazioni non sono però mai troppo intense e sembra diminuire il numero di pesci che migrano. Osservazioni effettuate nel Fiume Severn, ubicato nel Regno Unito, hanno invece indicato una sorta di predilezione dell’alosa a migrare quando le acque sono limpide. Infatti, durante periodi di grandi piogge, con aumento di torbidità a causa di detriti o terra in sospensione, questi pesci aspettano che le acque ridiventino limpide prima di iniziare la risalita. Le alosa sono anche infastidite ed inibite nella loro migrazione da fenomeni che portano torbidità, che possono scatenarsi in qualunque punto dell’alveo durante la risalita dei fiumi. La riproduzione dell’alosa avviene durante le ore notturne, in acque superficiali e può aver inizio quando le acque stesse hanno raggiunto una temperatura di 15°C. Il periodo dell’anno nel quale si registrerebbe questa o temperature superiori andrebbe da (aprile) maggio a luglio. Solo raramente però la riproduzione avviene con acqua alla temperatura citata, perché per la maggioranza degli esemplari le acque devono aver raggiunto almeno i 17°C-18°C. La riproduzione sembra anche maggiormente favorita da una temperatura dell’acqua che si stabilizzi tra i 22°C e i 24°C. Anche le uova sono sensibili alle temperature dell’acqua e quelle superiori a 18°C, che si osservano nel periodo tra giugno e luglio, sembrano favorire l’incubazione. Ovviamente il cambiamento climatico, con il riscaldamento globale può favorire o anticipare questo processo. Sono i maschi che raggiungono prima le aree di riproduzione e sono seguiti dalle femmine che però arrivano con una o due settimane di ritardo. Gli esemplari maturi hanno dimensioni minime comprese tra i 48 ed i 50 centimetri di lunghezza. Nelle aree scelte per la riproduzione, durante la notte e per più notti, si possono trovare quasi improvvisamente migliaia di pesci che, con movimenti frenetici e rumorosi effettuati in superficie, fanno ribollire le acque. Durante l’accoppiamento gli esemplari sono ammassati l’uno all’altro, con i maschi che sembrano inseguire le femmine. Gli esemplari di entrambi i sessi fanno movimenti che li portano a sbattere la coda sulla superficie dell’acqua e a nuotare in cerchio durante l’emissione di uova e spermatozoi. Nelle zone dove avvengono gli accoppiamenti i fondali sono generalmente costituiti da letti di ghiaia molto puliti. La fecondazione è un fenomeno che si realizza a mezz’acqua e prima che le uova tocchino il fondale. Le alosa depongono nelle aree del fiume dove trovano corrente abbastanza rapida e fondo pulito. Prediligono ciottoli con dimensioni comprese tra i 2 ed i 20 centimetri di diametro o sabbie con granulometria compresa tra 2 centesimi di millimetro e 2 millimetri. La profondità dell’acqua nelle aree di deposizione va da mezzo metro ad un metro e mezzo e la corrente da o,5 a 1,5 m s-1. L’abitudine di questi pesci ad utilizzare fondali costituiti principalmente da ghiaie e ciottoli si osserva nel sistema della Garonna ed in altri corsi d’acqua francesi. Per la precisione i fondali scelti sono prevalentemente ghiaiosi, con dimensioni medie dei ciottoli di circa 8 centimetri, e contengono piccole percentuali di sabbie e limo. Anche nella Dordogna si osserva una simile situazione, ma non nella Loira, dove i fondali utilizzati sono perlopiù di sabbia e di ghiaia a piccola granulometria (da 2 mm a 2 cm). In realtà le uova emesse dalle femmine sono semigalleggianti, anche se tendono lentamente a scendere, e risentono della corrente dell’acqua che solitamente è compresa tra 1 e 1,5 m s-1. Le uova vengono rilasciate sul fondo dalle femmine, ma queste non sono adesive e quindi possono incastrarsi tra i ciottoli del fondale o essere frequentemente portate a valle dalla corrente. Quelle “sospese” possono “viaggiare” anche per decine di chilometri, colonizzando aree più a valle. Le uova prodotte dalle alosa hanno un diametro medio di tre millimetri (2,5-4,5 mm). La produzione di uova per femmina è comunque cospicua e va da 50.000 a 200.000 e, secondo alcune fonti, può essere anche maggiore e superare le 600.000 uova. Sembra che la fecondità di questi pesci aumenti con l’aumentare della latitudine. In Marocco la fecondità sembrerebbe ridotta e pari a 60.000 uova prodotte per ogni chilogrammo di peso corporeo delle femmine. Questo dato nel Fiume Loira in Francia sarebbe invece pari ad almeno 200.000 uova per ogni chilogrammo di peso corporeo della femmina. Nel sistema della Garonna sarebbe ancora più elevato e pari a 236.000 uova per chilogrammo di peso corporeo della femmina. La grandezza delle popolazioni di questi pesci sarebbe inoltre dipendente dalla quantità di aree riproduttive presenti lungo un corso d’acqua, e portate elevate, coincidenti con il periodo riproduttivo, consentirebbero alla alose in alcuni fiumi di raggiungere aree riproduttive anche molto in alto, aumentando quindi l’area globale delle zone di riproduzione e riducendo in questo modo il tasso di mortalità provocato dall’elevata densità di pesci e uova nelle singole aree riproduttive. L’alosa è un pesce che si differenzia dalla cheppia principalmente perché ricerca aree di riproduzione a monte dei fiumi, mentre la cheppia, anche se molto simile, le può ricercare addirittura in acque fluviomarittime. Questo appare quindi il principale motivo della rarità dell’alosa, che trova grandi ostacoli e problemi per raggiungere le acque dove riprodursi. Al contrario di quel che si crede, però, alcuni ricercatori hanno osservato che l’alosa, nel Fiume Tamar in Inghilterra, ha deposto le sue uova nella zona dell’estuario, dove si risentono gli effetti della marea, questo perché in quella zona gli esemplari che risalgono il fiume si trovano davanti una diga invalicabile che non gli consente di risalire il fiume. Le uova deposte dagli esemplari di questa specie si schiudono rapidamente e, nel giro di 4-8 giorni, nascono i piccoli. Questi non riuscendo ad opporsi efficacemente alle correnti vengono portati a valle per alcuni tratti. I siti dove si osservano gli avannotti sembra siano caratterizzati dalla presenza di fondali profondi con corrente sostenuta. Sembra che le temperature idonee per larve di lunghezza tra 7 e 15 millimetri siano comprese nell’intervallo tra 17°C e 21°C e quelle idonee per le larve di lunghezza tra 18 e 24 millimetri siano comprese tra 17°C e 21,5°C. Gli adulti dopo la migrazione e la riproduzione sono al limite delle loro forze e moltissimi di essi non riescono a sopravvivere. Quelli che riescono a sopravvivere migrano verso il mare. In pratica una minima parte, solo circa il 5% degli esemplari, riesce a raggiungere il mare e a tornare a riprodursi un’altra volta. Questo dato non sembra però assoluto perché Douchement, in un lavoro del 1981, sostiene che nella Garonna, nella Loira ed in altri fiumi francesi, le alose si riproducono solo una volta nella loro vita. Lo stesso dato è rilevato da Sabatié, in un lavoro del 1990, relativo al Fiume Sebou che scorre in Marocco. Diverso e contrastante il dato di Taverny, che in un lavoro del 1991 indica che nel sistema della Gironda addirittura quasi il 18% delle femmine ed il 9% dei maschi si riproducono più volte. Non si tratta inoltre dell’unico dato di questo tipo perché Mennesson-Boisneau ed altri, nel 1990, indicano per la Loira un dato forse più preciso del precedente per lo stesso fiume, ossia che in riproduzioni multiple sono coinvolte quasi il 2% delle femmine e quasi l’1% dei maschi. Tra gli esemplari morti ve ne sono quindi molti che si sono riprodotti per la prima volta. Alcuni ipotizzano che i pesci adulti riescano a ritornare ad accoppiarsi nel luogo dove sono nati. I giovani rimangono nelle zone dei fiumi dove la corrente scorre più lenta e dove riescono a contrastarla. Nell’autunno, soprattutto in ottobre, si spostano verso la foce dei fiumi e negli estuari, rimanendo comunque ancora nei pressi della costa. Quando i giovani hanno 3-4 mesi di vita ed una lunghezza di circa 8-12 centimetri, iniziano a spostarsi verso valle. Secondo alcuni studiosi, raggiungerebbero queste dimensioni solo dopo un anno, e dopo 12 mesi potrebbero sfiorare anche i 14 centimetri. Nei fiumi i giovani esemplari di alosa sono soliti permanere in habitat aperti e, come già detto, dove il flusso dell’acqua è lento o comunque non impetuoso. Negli estuari si trovano giovani che hanno uno o più anni di vita e possono rimanere qui per oltre un anno dal loro arrivo; generalmente sino alla loro seconda estate di vita. Negli estuari durante il giorno i giovani possono effettuare movimenti verticali nell’acqua, solitamente in concomitanza con i moti della maree. Solo quando questi pesci sono ben sviluppati possono spostarsi anche al largo sulla piattaforma continentale. Sembra che raggiungano gli estuari e le acque miste già tra fine luglio ed agosto, In questa zona il cambio di salinità può dare qualche problema ad alcuni avannotti. L’alosa è un pesce particolare che si alimenta in mare di organismi planctonici, soprattutto di piccoli crostacei come calanoidi, misidi e isopodi, di detriti vegetali e di piccoli pesci che vivono in banchi, anche se questi vengono catturati soprattutto dagli esemplari più grandi. La presenza di branchiospine in questo pesce indica che l’alosa filtra l’acqua proprio per catturare organismi planctonici. I giovani nelle acque dolci sembrano predare soprattutto larve di insetti, come moscerini, ed altri invertebrati bentonici come minuscoli crostacei. L’alosa è una specie che viene pescata in mare in maniera occasionale e principalmente dai pescherecci che effettuano la pesca a strascico. Un tempo la pesca di questi pesci sfruttava la loro indole che li porta a risalire i fiumi. I pescatori ponevano degli sbarramenti negli estuari, tra il mare ed il corso d’acqua, costituiti da reti fisse o derivanti e da tramagli. Questi pesci erano anche pescati negli estuari con reti a circuizione. In acque fluviali, l’alosa era pescata anche con le bilance e con attrezzi antichi. La carne dell’alosa non sembra di grande pregio, sia per il gusto molto forte e sia per la grande quantità di spine che contiene, anche se in Francia veniva molto consumata ed apprezzata. Nelle zone dove questo pesce viene pescato, è commercializzato sia fresco che congelato e viene generalmente cucinato al forno, fritto o alla griglia. Questa specie sembra più rara nel Mediterraneo Occidentale dove è stata osservata occasionalmente nel mare di fronte alla foce del Fiume Miño in Spagna e lungo le coste di fronte alla foce del Fiume Rodano in Francia. L’areale dell’alosa è vasto, ma limitato alla costa di alcuni stati europei e al loro entroterra, dove sono presenti alcuni corsi d’acqua e alcuni laghi. In pratica l’alosa è diffusa nella Norvegia e Svezia Meridionale, in Lettonia e Lituania, in Polonia, in Germania e lungo la Valle del Reno, in Danimarca, Belgio e Olanda, in Francia Settentrionale, in particolare nella Valle della Loira e nel sistema della Garonna dove la specie sarebbe ancora abbondante, e in Portogallo, nella valle del Rio Miño (condivisa con la Spagna), dove probabilmente sarebbe estinta o quasi, e lungo il corso del Fiume Tago, dove sarebbe molto rara. Lungo le coste spagnole atlantiche l’alosa è segnalata sia a settentrione che nella parte estrema meridionale prossima a Gibilterra. In Portogallo esistono popolazioni che vivono in laghi chiusi senza sbocco in mare. L’alosa non è più segnalata nella valle tedesca dell’Elba e nell’area del Basso Reno, nella valle francese della Senna e nei laghi che si trovano lungo questa valle. Secondo alcune fonti la specie sarebbe presente nel Mar Baltico sino alla zona di Kaliningrad (Russia). Questa specie è ancora relativamente presente in tutta l’Irlanda e nel Regno Unito, ad eccezione di parte della Scozia Settentrionale e centrale. Nel Regno Unito l’alosa sarebbe estinta nel Fiume Severn e nel Tamigi. La specie è segnalata anche lungo le coste e dei corsi d’acqua costieri dell’Islanda Meridionale ed Orientale e in Africa, nella zona del Fiume Bou Regred, del Fiume Sebou (probabilmente estinta in questo fiume), del Fiume Oum-er-Rbia, del Fiume Massa, del Fiume Sous e del Fiume Loukkos in Marocco. In questo paese esistono popolazioni che vivono in laghi chiusi e senza sbocco in mare. Nel Mar Mediterraneo, la specie è ancora segnalata ininterrottamente dalle coste spagnole prossime a Gibilterra sino a quelle francesi di Tolone. Nell’Africa mediterranea l’alosa è segnalata nel Fiume Moulouya e probabilmente in corsi d’acqua algerini e tunisini. La specie è considerata estinta in Repubblica Ceca e Svizzera. Probabilmente la specie è solo occasionale, o confusa con la cheppia, in Italia, Libia, e Malta. Possibile una sua occasionale ma più certa presenza in Mauritania, Sahara Occidentale e Finlandia. L’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) ha indicato, nel 2008, lo status globale di questa specie come poco preoccupante, mentre nel 1996 la stessa unione non si era espressa per mancanza di dati. La valutazione globale dello status (poco preoccupante) vale anche per gli esemplari che vivono a livello delle coste europee. Diverso è il caso delle popolazioni che vivevano nell’Africa Settentrionale Mediterranea, che attualmente vengono considerate estinte. Tale considerazione è stata pubblicata nel 2010. L’alosa è stata inserita nell’appendice III della Convenzione di Berna e nell’appendice II e IV della Direttiva Habitat della Comunità Europea, che prevede anche la definizione di zone speciali di conservazione di questa specie o comunque prevede l’attivazione di misure di gestione della specie. In Irlanda sono state effettivamente definite quattro zone speciali di conservazione per proteggere aree dove l’alosa si riproduceva e deponeva le uova. Esiste comunque una moratoria del 2008, relativa alla specie, che si applica in numerosi bacini e corsi d’acqua francesi dove la specie è ancora presente in relativa abbondanza. Nel Regno Unito l’alosa è considerata all’interno del Piano di Azione per la Biodiversità. Non viene però considerata all’interno del libro rosso locale come specie in via di estinzione, anche se Maitland la indica come specie in pericolo critico di estinzione per questo paese. In Irlanda l’alosa è invece inserita all’interno del libro rosso nazionale come specie in pericolo critico di estinzione. L’alosa è molto meno diffusa della simile cheppia ed ha sicuramente sofferto in primis della costruzione di dighe e barriere lungo i tratti dei fiumi che hanno impedito agli esemplari di questa specie di risalire i corsi d’acqua per accoppiarsi. Anche l’inquinamento, diffuso soprattutto in passato a causa dell’industrializzazione delle sponde di molti fiumi europei, ha sicuramente provocato morie diffuse e reso inadatti alcuni tratti fluviali alla sopravvivenza dei giovani ed alla risalita degli adulti. L’inquinamento di vario tipo si è spesso sovrapposto e a quello industriale, si è aggiunto quello derivante dall’agricoltura (pesticidi, concimi e reflui di allevamento o di produzioni agricole) e dalla presenza umana (scarichi di detersivi e liquami). Il relativo interesse commerciale, la taglia rilevante degli esemplari e la relativa facilità di cattura, hanno fatto dell’alosa una specie che è stata ampiamente pescata soprattutto in Francia. Attualmente in alcune zone anche la raccolta della ghiaia nei fiumi può rappresentare una minaccia che altera gli habitat nei quali vive questa specie. Anche prelievo di acque superficiali o sotterranee, utilizzate per vari scopi e anche per irrigare, può aver creato problemi a questi pesci, soprattutto in corsi d’acqua minori. Le uniche popolazioni al mondo costituite da un numero rilevante di esemplari si trovano lungo alcuni grandi corsi d’acqua francesi. Al di fuori di questo paese, l’alosa prosperava anche nei corsi d’acqua tedeschi sino ai primi del ‘900. Qui però i gravi inquinamenti che si sono verificati nel 1920 hanno ridotto l’alosa sull’orlo dell’estinzione, facendola scomparire per sempre da alcuni corsi d’acqua. Da quello stesso periodo, per cause diverse, l’alosa si è ridotta in molte altre zone dell’areale. In seguito le popolazioni superstiti si sono stabilizzate sui livelli attuali. Questo vale per le zone europee, mentre nell’Africa Settentrionale mediterranea si è registrato un grande declino della specie, tanto grande che ha portato ormai all’estinzione dell’alosa in questa regione. L’ultima registrazione di un deposizione da parte di esemplari di alosa è stata effettuata nel 2002 in Marocco nel Fiume Moulouya vicino a Saidia. Inoltre in questa zona non esiste un flusso esterno di pesci capace di garantire un ripopolamento, anche se può comparire occasionalmente qualche esemplare che comunque non si riproduce. Le cause di questa gravissima estinzione sono le stesse che hanno ridotto le popolazioni in altre zone, ossia l’inquinamento, la pesca eccessiva ed in particolar modo la costruzione di strutture antropiche, soprattutto dighe, che hanno impedito all’alosa di risalire i corsi d’acqua. Oggi in alcune aree francesi, dove l’alosa è particolarmente presente, sono stati realizzati passaggi alternativi e “ascensori”, per permettere agli esemplari di questa specie di superare dighe e sbarramenti che impediscono la risalita dei riproduttori lungo il corso dei fiumi. Si tratta di fatto di importanti strumenti per consentire anche ad esemplari di altre specie di portare a termine i loro cicli vitali. Alcuni esemplari di alosa hanno originato “artificialmente” piccole popolazioni isolate dal mare. In pratica la costruzione di dighe ha isolato gruppi di alosa che oggi sono divenuti popolazioni distinte e che sopravvivono a monte del manufatto senza grossi problemi. La rarità attuale di questa specie è di fatto provocata dalle cause descritte in precedenza e oggi la tutela della specie si attua effettuando non solo il recupero della specie, ma anche la ricolonizzazione di alcuni corsi d’acqua, come è avvenuto in territorio francese, nei fiumi della zona nordoccidentale. Ovviamente il risultato positivo di queste azioni si osserva dove l’alosa è ancora oggi diffusa e non in aree dove è fortemente ridotta. In Gran Bretagna invece la situazione di questo pesce, che per anni si è creduto depositasse uova nei fiumi locali, è ben più critica, perché di fatto non esistono ormai siti riproduttivi in questo paese. I record si riferiscono solo ad esemplari sub adulti e sessualmente maturi osservati lungo le coste. Nonostante le zone di protezione istituite in Irlanda, secondo alcuni anche la situazione in quest’isola è simile a quella britannica. Whilde, in un lavoro del 1993, afferma che nei fiumi e lungo le coste dell’isola si osserverebbero solo esemplari occasionali. Gli esemplari sono stati catturati singolarmente ed accidentalmente da pescatori professionisti, mentre non vi sarebbe la conferma dell’esistenza di popolazioni riproduttive di questi pesci. In questo paese la pesca di esemplari di questa specie è comunque illegale. Si è visto quanto sia importante per l’alosa non trovare impedimenti lungo il corso dei fiumi e ciò vale non solo in relazione ad ostacoli fisici, come le dighe, ma anche in relazione ad ostacoli chimici e organici, come i tratti con acque fortemente inquinate. Declini o estinzioni nei diversi corsi d’acqua sono principalmente provocati da ostacoli insormontabili. In alcune zone, come già indicato, si è provveduto a predisporre strategie per il passaggio dei pesci, come ad esempio nel sistema della Garonna, dove un elevatore verticale consente il passaggio di numerose alose (da 50.000 a 100.000 circa) da un lato all’altro di una imponente diga. L’alterazione dei fiumi attraverso costruzioni antropiche come le dighe può alterare anche il flusso delle acque. In generale le alose possono aver difficoltà a superare controcorrente tratti di fiume con corrente superiore a 2 m s-1. Questi pesci hanno ugualmente difficoltà a superare tratti poco profondi, con profondità che non superano la decina di centimetri. Anche tratti troppo inclinati o addirittura verticali divengono proibitivi per la risalita di questi pesci. L’esperienza per sopperire alle problematiche che limitano la circolazione delle alosa nei fiumi è ovviamente per gran parte dei tecnici francesi che hanno operato con successo per la salvaguardia di questi pesci in molti corsi d’acqua. La corrente nei fiumi non deve essere ne troppo forte ne troppo debole. Se è troppo forte, impedendo la risalita, costringe le alosa a riprodursi in basso, aumentando il rischio di ibridazione con gli esemplari di cheppia, laddove le specie sono presenti entrambe. Ovviamente anche le piene dei fiumi risultano dannose per questi pesci, specie se si verificano in periodi particolari. In coincidenza con questi eventi, anche se gli esemplari di alosa riuscissero a risalire i fiumi, la corrente elevata potrebbe spazzare sia le uova che i piccoli, riducendo il numero di esemplari nei fiumi. Flussi bassi potrebbero ridurre il livello del fiume e impedire il deflusso di materiali inquinanti, nel caso che questi fossero presenti nel corso d’acqua. Anche la pesca ha avuto sicuramente un impatto negativo su questa specie ed oggi, ad esempio in Gran Bretagna, vista la rarità di questi pesci, si registra solo qualche cattura accidentale. Un tempo esisteva la pesca diretta, ad esempio nel Fiume Severn nel Regno Unito dove la specie è praticamente estinta. Attualmente, l’unica pesca diretta delle alosa viene praticata in Francia, prevalentemente nel Fiume Garonna. Qui tuttavia la pesca dovrebbe essere attentamente monitorata, per evitare un impatto troppo negativo sulla specie. In generale un certo grado di inquinamento sembra essere tollerato da popolazioni sane costituite da esemplari di questa specie e questo accade soprattutto nella Loira e nella Garonna in Francia. Nel Tamigi sembra invece che sia stato proprio l’eccessivo inquinamento ad aver sterminato le popolazioni locali di alosa. Alcuni ricercatori hanno anche messo in luce che tra i vari inquinanti dispersi nei fiumi esistono effetti sinergici; ad esempio tra alcuni metalli pesanti, che insieme nei fiumi possono aver avuto effetti tossici notevoli su questi e su altri pesci. Anche i prelievi di sabbia dai letti dei fiumi hanno avuto gravi effetti negativi sulla specie, perché sono stati effettuati attivamente nelle zone di deposizione delle uova di alosa, provocando sicuramente la distruzione di importanti deposizioni. Quando sono stati confermati gli effetti negativi di questa pratica, i prelievi sono stati vietati nelle zone critiche ed importanti per la riproduzione di questi pesci. L’alosa assomiglia alla cheppia (Alosa fallax). Quest’ultima mostra comunque un minor numero di branchiospine, che sono anche più brevi. Nel Mar Mediterraneo sono presenti solo le due specie citate, per le quali si indicano altre caratteristiche distintive. Nell’alosa, lungo l’asse longitudinale del corpo dell’animale, la pinna dorsale è inserita indicativamente nella stessa zona nella quale si inserisce la parte iniziale delle pinne ventrali, mentre nella cheppia la parte iniziale delle ventrali appare un po’ più avanti. Sempre nell’alosa, le pinne pettorali sono inserite un poco più avanti che nella cheppia. Nella cheppia i punti neri sui fianchi sono molti, sino a 7-8 e più evidenti, anche se talvolta i punti neri sono presenti anche nell’alosa. Attenzione la scheda potrebbe contenere lievi inesattezze o imprecisioni in quanto non è stata ancora controllata da un esperto dello specifico gruppo sistematico cui appartiene la specie descritta.
Alosa Fallax
Alosa Fallax
Pesci Alosa fallax (Lacépède, 1800) sinonimo clupea fallax (Lacepède, 1803) regno animali fam. Clupeidae Fonte immagine Disegno originale contenuto in “Atlante dei pesci delle coste italiane”, di Giorgio Bini – Mondo Sommerso Editrice 1967 Il genere Alosa venne definito da Cuvier nel 1929. In esso sono raggruppate oltre una ventina di specie di pesci simili, ma anche alcune sottospecie. Questa specie viene identificata nel suo areale con molti nomi volgari locali ed in Italia viene chiamata cheppia La cheppia appartiene alla stessa famiglia delle aringhe ed appare molto simile a questi pesci. Tutti i pesci che fanno parte di questo genere mostrano un ampio areale che comprende i mari atlantici dell’America del Nord, l’Oceano Atlantico, il Mar Baltico, il Mar Mediterraneo e il Mar Nero. I pesci del genere Alosa hanno anche la capacità di abitare i fiumi e pertanto il loro areale si estende anche ai corsi d’acqua che sboccano nei mari citati. La differenza tra la varie specie del genere citato è basata fondamentalmente sulla posizione delle pinne, sul numero delle branchiospine, sulla colorazione del corpo e quindi sulla livrea. Gran parte delle specie del genere Alosa sono endemismi del Mar Nero, del Mare di Azov, del Mar Caspio o anche dei laghi della Penisola Balcanica. Di tutte le specie, solo due sono diffuse nel Mediterraneo propriamente detto, Mar Nero escluso, e sono l’alosa (Alosa alosa) e la cheppia (Alosa fallax). Le due specie hanno cicli vitali piuttosto simili e vivono di fatto nelle stesse aree geografiche essendo quindi in simpatria. La condizione consente loro anche di produrre esemplari ibridi. Esemplari derivati da ibridazione sono stati osservati nel Reno, ma anche in alcuni fiumi francesi ed algerini. In Fiumi come la Loira e la Lima, le ibridazioni sono quantitativamente e percentualmente rilevanti. Le ibridazioni sono più diffuse soprattutto dove ostacoli di vario tipo impediscono agli esemplari di alosa di migrare verso monte, costringendoli a permanere in zone dove si trovano le cheppie. Dopo annose considerazioni scientifiche relative alla cheppia, i ricercatori sono giunti alla conclusione che non esistono sottospecie di questa specie. In pratica, tra tutti gli esemplari di cheppia viventi attualmente al mondo, vi sarebbe una bassa diversità genetica, con poca differenziazione genetica tra le diverse popolazioni. È regnata per anni una certa confusione in merito a questa specie, con la definizione di numerose sottospecie da parte degli studiosi, ritenute valide sino agli ultimi decenni del secolo scorso. In realtà ancora oggi determinate sottospecie vengono considerate, da alcuni ricercatori, separate dalla specie principale. Tra le varie indicazioni, Bianco nel 2002, ha indicato che le sottospecie: Alosa fallax algeriensis, Alosa fallax lacustris, Alosa fallax nilotica e Alosa fallax rhodanensis dovrebbero essere comprese nelle specie Alosa agone (Scopoli, 1786), quindi, un solo taxon, ossia Alosa fallax, dovrebbe essere riconosciuto nell’area del Mediterraneo. Per altri, la classificazione suddivisa in sottospecie potrebbe invece essere ancora valida, Altri ancora vedono alcune delle sottospecie elencate sopra come sinonimi di Alosa fallax. Secondo considerazioni datate, Alosa fallax lacustris, una “sottospecie” che vive nei laghi interni italiani e svizzeri e Alosa fallax benacensis, con areale simile, sono state elevate al rango di specie, sotto la denominazione Alosa agone Scopoli, 1786. Infine altri studiosi, ossia Furnestin & Vincent, nel 1958, sarebbero giunti alla conclusione che Alosa fallax lacustris sarebbe una specie generata dall’ibridazione tra Alosa alosa e Alosa fallax. La classificazione della cheppia è e rimane comunque estremamente controversa. La specie avrebbe di fatto urgente bisogno di una revisione tassonomica perché, soprattutto nel Mar Mediterraneo, potrebbero esistere specie distinte. A complicare la situazione esistono lavori, risalenti agli anni ’90 del secolo scorso, di Alexandrino e altri nei quali si evidenzia che gli ibridi sono probabilmente fertili. Ciò ovviamente sarebbe deleterio per l’integrità genetica delle due specie, ossia per l’alosa e per la cheppia, ma soprattutto per la cheppia, che è spesso la specie più abbondante nei corsi d’acqua dove si verifica il fenomeno. I dati relativi al processo non sono del tutto evidenti, ma il fenomeno potrebbe portare alla creazione di una nuova “specie”, con caratteristiche per la gran parte simili a quelle della cheppia e con poche altre caratteristiche simili invece a quelle dell’alosa. Sembra ormai chiaro che l’ibridazione sia proprio causata dal disturbo provocato dalle barriere artificiali create lungo i fiumi, che costringono gli esemplari di alosa ad utilizzare gli stessi siti riproduttivi della cheppia, perché questi siti si possono trovare a chilometri dalla foce, ma anche nella parte bassa dei fiumi. La cheppia appare molto simile all’alosa (Alosa alosa), ma le sue dimensioni non superano solitamente i 50 centimetri di lunghezza. Tra le caratteristiche che distinguono con certezza gli esemplari delle due specie vi è il numero di branchiospine situate nella parte inferiore del primo arco branchiale. Nella cheppia queste branchiospine sono poche ed il loro numero è compreso tra 20 e 40. Nell’alosa sono di più ed il loro numero è compreso tra 42 ed 85. In questa specie le branchiospine appaiono separate tra loro, ossificate e ruvide. In esemplari presenti nel Po, il numero di queste branchiospine si aggirerebbe tra 20 e 25, mentre in esemplari catturati in Portogallo il numero delle branchiospine inferiori sarebbe compreso tra 24 e 32. Nelle cheppie, le branchiospine totali del primo arco branchiale sono invece presenti in numero variabile, compreso tra 30 e 60 (80). Questi pesci mostrano inoltre un numero di vertebre compreso tra 47 e 59. Questa specie è tipicamente eurialina ed è quindi in grado di vivere sia in mare che nelle acque dolci. I giovani tuttavia possono mostrare qualche problema di adattamento durante il passaggio dall’acqua dolce a quella salata. Al momento della riproduzione la cheppia può infatti risalire per lunghi tratti i corsi d’acqua, anche se solitamente meno rispetto all’alosa, per andare alla ricerca di un sito idoneo per l’accoppiamento e la deposizione delle uova. La cheppia somiglia vagamente ad una sardina ma si tratta di un pesce più grande e più compresso lateralmente. Il suo corpo appare relativamente sviluppato in altezza, ma meno di quello dell’alosa, e allungato. Il ventre appare mediamente sviluppato e arrotondato, un po’ meno di quello dell’alosa, ma più di quello delle aringhe baltiche e dello spratto. Il profilo del dorso del pesce è leggermente curvo, meno curvo del profilo ventrale, che appare invece piuttosto convesso. La testa ha profilo a forma di triangolo mentre il peduncolo caudale appare relativamente assottigliato. Le squame in questa specie sono più aderenti al corpo rispetto a quelle delle sardine. Sul ventre le scaglie sono trasformate a formare una serie di scudetti carenati, con una punta rivolta all’indietro. Davanti alla pinna ventrale si contano da 18 a 24 scudi, mentre posteriormente a questa pinna se ne contano da 13 a 20. Sul peduncolo caudale le squame appaiono increspate e sono grandi come fossero grosse piastre. La linea laterale mostra un andamento curvo che appare contrario a quello relativo al profilo dorsale. Questa linea appare anche poco marcata e quindi poco evidente. Lungo essa sono presenti un numero variabile di squame compreso tra 55 e 64. Il numero di squame che vanno dal dorso al ventre è compreso tra 13 e 20 a seconda della zona di fianco analizzata. Alcune fonti indicano invece che la linea laterale manca in questo pesce. Il capo mostra un muso raccorciato. La bocca è infera e posizionata obliquamente, con la mascella inferiore prominente e appena avanzata rispetto a quella superiore che è incisa. I denti sono sottilissimi e si trovano solo su tutte e due le mascelle, ma non sul palato. L’occhio è di media grandezza ed appare ricoperto da una palpebra adiposa che si apre formando una fessura ellittica proprio in corrispondenza della pupilla. L’opercolo appare striato e sul ramo orizzontale del primo arco branchiale sono presenti da 20 a 23 branchiospine. In questo pesce esiste una sola pinna dorsale, con un numero di raggi compreso tra 18 e 21, piccola ma mediamente più grande di quella dell’alosa e trapezoidale, rivolta posteriormente e con il margine posteriore più breve di quello anteriore. Questa pinna appare inserita in un solco dorsale che possiede bordi formati da membrane risalenti e sollevate. In generale, il primo raggio ed anche i successivi quattro della pinna sono corti e semplici, mentre i restanti mostrano una ramificazione all’estremità superiore. La pinna anale appare ridotta e allungata, con un numero di raggi compreso tra 19 e 25, più alta anteriormente. Il suo profilo esterno tende a formare una curva arcuata. Anche nel caso di questa pinna i primi tre raggi sono semplici, mentre quelli successivi sono bifidi. Le pinne pettorali appaiono piccole e brevi anche se possiedono comunque da 15 a 17 raggi ossei. Anche le ventrali sono piccole, con 8 o 9 raggi ossei che le sostengono, e mostrano nel punto di inserzione una grande scaglia appuntita esterna e un’alta simile interna. La pinna caudale mostra un numero di raggi compreso tra 19 e 21, è forcuta, fortemente incisa e bilobata e mostra due lobi con apici rivolti posteriormente. Questi pesci mostrano una livrea dorsale scura, generalmente bluastra o azzurro scuro, mentre quella dei fianchi è tipicamente argentea o bianco argentea, talvolta con sfumature bronzee, così come quella ventrale. Il capo appare marroncino, con l’opercolo che può apparire con strie raggiate e con sfumature dorate. Nel periodo nel quale questi pesci iniziano a risalire i fiumi, il loro colore dorsale è generalmente azzurro verdastro, mentre quando si trovano in mare il colore del dorso è più grigio azzurro o azzurro indaco. Appena dietro all’angolo superiore dell’opercolo si osserva una vistosa ed estesa macchia nerastra, seguita da una serie orizzontale di altre macchie circolari, che si estendono lungo il profilo dorsale spesso oltre la metà del corpo. Le macchie si trovano a distanze variabili le une dalle altre, anche se talvolta sembrano vagamente equidistanti tra loro. Le macchie sono generalmente da quattro a sette, raramente sino a 10, oltre a quella che si osserva sul retro dell’opercolo. Possono essere comunque poco evidenti e spesso mostrano grandezze decrescenti, con quelle anteriori più grandi quelli posteriori. Queste macchie possono ridursi o svanire dopo la morte dell’animale. Gli esemplari femminili di cheppia sono quelli che mostrano le maggiori dimensioni, potendo raggiungere i 50 centimetri, ed eccezionalmente i 60 centimetri di lunghezza, e pesare circa 1-1,5 chilogrammi di peso. I maschi sono mediamente più piccoli e raggiungono solo i 40 centimetri, eccezionalmente i 50 centimetri di lunghezza per 1 chilogrammo di peso. Chi ha potuto studiare la specie ha osservato che si tratta di un pesce particolarmente longevo che sembra possa raggiungere i 25 anni di età. Si tratta di una specie anadroma, che per riprodursi quindi risale i corsi d’acqua, partendo in questo caso dalle acque marine; si tratta quindi anche di una specie migratrice. Durante la risalita dei fiumi le cheppie formano branchi giganteschi, costituiti da migliaia di esemplari. Percorrono controcorrente anche notevoli distanze, ma solitamente in fiumi piuttosto grandi. Al termine della riproduzione, gli esemplari, spesso sfiniti dalla fatica, si lasciano trasportare a valle dalla corrente del fiume, ma con ridottissime possibilità di sopravvivere. La cheppia vive una fase marina nella quale mostra abitudini pelagiche. In mare aperto tende a formare banchi ed ha quindi abitudini gregarie. I giovani esemplari vivono invece per qualche tempo nei pressi della costa, soprattutto nelle vicinanze degli estuari. Le profondità alle quali sono stati osservati questi pesci sono generalmente comprese tra 10 e 110 metri sotto il livello del mare, ma la gran parte si essi si osserva tra i 10 ed i 20 metri di profondità. Lo studioso Roule, nel 1925, segnalava che questi pesci si trovavano anche ad una profondità compresa tra 200 e 300 metri sotto il livello del mare. Quando le cheppie passano alla fase pelagica lo fanno principalmente per alimentarsi maggiormente ed accumulare grasso. Ciò si verifica prima della migrazione riproduttiva che questi pesci effettueranno all’interno dei corsi d’acqua. In pratica gli adulti in grado di riprodursi, nel periodo primaverile ed in particolare nel mese di aprile, si raggruppano nelle vicinanze degli estuari, prima di iniziare la risalita dei corsi d’acqua. Talvolta i riproduttori possono essere presenti già a marzo, mentre nelle foci dei fiumi della Sardegna possono essere osservati già a febbraio. Ad essere stimolati ad accoppiarsi sono i maschi che hanno raggiunto i 2 o 3 anni di vita e le femmine un po’ più anziane, ossia quelle che hanno raggiunto i 3-4 anni di età. È però più comune che gli esemplari di entrambi i sessi inizino la migrazione più tardi, perché in effetti i banchi di cheppie prima della migrazione sono formati solitamente da maschi di 3-4 anni di vita e da femmine di 4-5 anni di età. Secondo alcuni osservatori gli adulti potrebbero riprodursi per 3-4 stagioni. Resta il fatto che molti non sembrano farcela a sopravvivere dopo le grandi energie profuse nella risalita. L’inizio della migrazione nelle acque dolci dovrebbe dipendere dalla temperatura di queste. Sembra che i pesci si muovano infatti quando la temperatura dell’acqua raggiunge almeno i 10°C, ma soprattutto quando è salita sino ai 12°C e quindi intorno al mese di maggio. Sembra ancora che gli esemplari inizino a risalire i fiumi in concomitanza con le maree primaverili, preferendo il momento nel quale la marea non è massima, che si osserva dopo il picco massimo di marea, ossia quando la stessa sta iniziando a scendere. In marzo-aprile, quando le cheppie iniziano a comparire negli estuari, i gruppi che formano sono costituiti prevalentemente da maschi e solo in aprile-maggio, dopo che sono giunte anche le femmine, nei gruppi prevalgono proprio gli esemplari femminili. In alcuni fiumi britannici, nel periodo riproduttivo e prima degli accoppiamenti, le cheppie si raggruppano in piscine lungo i corsi d’acqua, dove esiste una corrente sostenuta, e passano il giorno su fondali poco profondi e prevalentemente ghiaiosi, in attesa che giunga la notte nella quale si verificheranno gli accoppiamenti. In ogni caso nelle piscine scelte si trovano anche punti con fondali mediamente profondi. Gli accoppiamenti avvengono tra maggio e giugno, sono simili a quelli dell’alosa e coinvolgono moltissimi pesci. Si verificano in piena notte, ma solo quando le acque mostrano temperature che sono maggiori od uguali ai 15°C. I pesci, in questi grandi gruppi, si muovono freneticamente e muovono l’acqua che sembra ribollire, producendo molto rumore. Nella riproduzione esiste molta competizione ed i gruppi riproduttivi sono sbilanciati, ossia costituiti da una femmina e venti maschi. La cheppia depone le uova nei grossi fiumi, ma sembra che lo faccia anche in fumi di grandezza limitata. Anche le zone nelle quali depone possono trovarsi in alto lungo il corso dei fiumi, oppure addirittura poco oltre la zona interessata dalle maree, ossia nelle piscine di acqua dolce che si trovano sopra di essa, o ancora, secondo alcuni, persino in essa, dimostrando in questo caso che la cheppia è più adattabile dell’alosa. Quando infatti trova sbarramenti lungo i corsi dei fiumi, la cheppia può deporre le uova in basso, mentre l’alosa lo fa solo raramente. Nell’Elba sono state osservate cheppie che hanno deposto le uova in acque che avevano una salinità pari a 0,3 parti per mille. Nel Fiume Wye nel Galles (Gran Bretagna) sono state osservate cheppie in migrazione che hanno percorso quasi 200 chilometri prima di deporre le loro uova. In condizioni normali la cheppia cerca di deporre lontano dagli estuari. Prima della costruzione di sbarramenti e dighe, sembra che questi pesci risalissero il Rodano per 600 chilometri, mentre nel Po erano segnalati sino alle acque che bagnano la Città di Torino. In questo fiume le cheppie tendono a percorrere il delta nel tratto di levante, perché in esso trovano rami con maggiore portata d’acqua e con acqua più pura al loro interno. In Africa alcuni gruppi di cheppie risalgono le acque del Nilo per lunghi tratti. Alcune popolazioni di questi pesci sembra vivano anche in raccolte di acqua dolce ed in laghi. Le femmine depongono sino a poco meno di 200.000 uova che hanno un diametro indicativo di circa 1 millimetro. La frega va in scena in acque basse, dove si trovano fondali sabbiosi, ghiaiosi o ciottolosi e non consolidati, con corrente sostenuta. Generalmente questi pesci scelgono piscine lungo i fiumi dove il fondale sia costituito da ghiaie molto pulite. Nonostante queste indicazioni generali, non sempre i siti di deposizione sono simili. Nel Fiume Wye in Galles, le cheppie, per deporre, scelgono piscine poco profonde con radi alberi di copertura, mentre in altri fiumi scelgono piscine più profonde con margini sottosquadro, ossia incavati, e con la vegetazione esterna che ricopre, perché strapiombante, lo specchio acqueo. In alcuni fiumi francesi le cheppie utilizzano piscine relativamente profonde (3 metri circa) e con flussi lenti di corrente. In queste piscine però la densità delle uova diminuisce con la profondità, indicando che questi pesci depongono prevalentemente a medie profondità, ossia su fondali che si trovano a circa 45 centimetri di media sotto il pelo dell’acqua. Alcuni studiosi indicano che le deposizioni non andrebbero oltre il metro e mezzo di profondità. Le aree scelte per effettuare le deposizioni, anche se poco profonde, sono comunque molto ampie e superano spesso la decina di metri di ampiezza. Ad esempio in Gran Bretagna l’area riproduttiva meno larga utilizzata dalle cheppie ha una larghezza di circa venti metri, mentre quelle comuni nei fiumi di questo paese hanno ampiezze comprese tra i 30 ed i 60 metri. Sono ancora più larghe le aree presenti nei fiumi francesi. Nella Garonna esistono aree larghe 150 metri, mentre nel Rodano ve ne è una ampia circa 250 metri. Quando le cheppie individuano un sito riproduttivo questo, oltre ad essere ampio, deve avere alcune caratteristiche. Deve contenere sia pozze profonde che aree ghiaiose, relativamente poco profonde e idonee per deporvi le uova. Deve anche contenere zone periferiche a sbalzo per far sì che i pesci possano rifugiarsi e riposarsi in punti nei quali si trovano relativamente al sicuro dai predatori. Nel momento della fecondazione, la femmina, sfregando sul fondo il proprio ventre, stimola la fuoriuscita delle uova dallo stesso, ma siccome alcune uova rimangono all’interno, esegue alcuni movimenti per espellere le rimanenti, spostandosi alternativamente dalla superficie al fondale. Le uova deposte dalle femmine vengono immediatamente fecondate dai maschi e possono scendere e posarsi sul fondale, fermandosi o muovendosi con la corrente, o raramente galleggiare, spostandosi verso valle. Dalle uova nascono piccolissimi pesci dopo un breve periodo di incubazione che dura dai 4 ai 5 giorni. Nel mese di luglio, al completamento degli accoppiamenti, gli adulti scendono nuovamente al mare. Come si è detto alcuni periscono dopo essersi accoppiati. Sembra che a morire siano soprattutto gli esemplari più grandi e anziani, per via degli stress subiti. Ad inizio estate, quelli che riescono a tornare al mare sono infatti solitamente gli esemplari più giovani, di taglia media e probabilmente più vitali. Gli avannotti restano quindi nel fiume, più o meno dalla metà di giugno sino a settembre, e la gran parte di essi si spostano nelle acque salmastre degli estuari o appena sopra di questi nella prima estate di vita. In queste acque trascorrono l’inverno per poi spostarsi definitivamente verso il mare aperto quando hanno quasi raggiunto i due anni di vita. Nel Fiume Wye le giovani cheppie sono state viste stazionare nelle piscine profonde che si trovano nei pressi delle rive, lontane dalle zone dove la corrente del fiume è più intensa. A livello generale, alcuni studiosi, osservando le cheppie in fiumi britannici, hanno scoperto che temperature particolarmente elevate delle acque fluviali favoriscono sia la deposizione delle uova che la crescita e la sopravvivenza delle larve. Sempre per i fiumi britannici esistono due scuole di pensiero. La prima segnala che i giovani resterebbero nelle acque del fiume sino alle prime piene, mentre la seconda indica che i giovani migrerebbero verso gli estuari quando la temperatura delle acque scende sotto i 19°C, temperatura che si avrebbe sovente poco dopo la schiusa della uova. Gli habitat presenti negli estuari sono quindi fondamentali come nursery per i giovani esemplari e come area di stazionamento soprattutto per gli adulti in riproduzione. Inoltre gli estuari indicano agli adulti il punto lungo la costa nel quale è ubicato il fiume da risalire. Alcuni esemplari osservati in Adriatico hanno passato l’inverno individualmente per poi riunirsi nel periodo estivo a formare piccoli gruppi di esemplari immaturi che sono stati visti nuotare in superficie. Tali osservazioni possono di fatto rispecchiare le abitudini di vita di questi pesci. Sembrerebbe che i pesci una volta maturi ritornino ad accoppiarsi nei corsi d’acqua nei quali sono nati. Le cheppie si nutrono di organismi planctonici, soprattutto nelle fasi giovanili. Gli esemplari adulti si cibano invece anche di piccoli pesci, che catturano spesso da banchi di pesci immaturi. I giovani esemplari si cibano quasi esclusivamente di organismi planctonici e anche bentonici, che trovano sui fondali. Si tratta esclusivamente di piccoli invertebrati e soprattutto di insetti. Tra questi, nei fiumi britannici, i pesci quasi appena nati prediligono larve di chironomidi e di simulidi. Quando raggiungono dimensioni maggiori si nutrono invece di larve di effimere (efemerotteri). I giovani che si trovano nelle acque salmastre durante la prima estate di vita iniziano a cibarsi di Misidi e Copepodi e questi organismi sono fondamentali per una crescita sana di questi pesci. Gli adulti in mare si alimentano in prevalenza di crostacei che formano il plancton. In questo caso si tratta ancora soprattutto di piccoli crostacei appartenenti alle famiglie Eufasidi, Copepodi, Isopodi, Gammaridi e Misidi. Possono alimentarsi anche con altri organismi invertebrati, come molluschi ed anellidi, che compongono il plancton, con avannotti e con esemplari di specie di pesci di piccole dimensioni come gli spratti. Durante la risalita dei corsi d’acqua, gli adulti non si nutrono ed è soprattutto questo uno dei motivi che rende parte di questi pesci in fin di vita dopo l’accoppiamento. Le insidie per questa specie sono rappresentate da pesci più grandi e voraci e dagli uccelli acquatici che si nutrono di pesci. Inoltre questa specie può essere soggetta a malattie virali e batteriche. Tra i parassiti di maggiori dimensioni troviamo anche crostacei, cestodi e trematodi, come digenei e monogenei. Tra questi ultimi Mazocraes alosae. L’areale dell’alosa è vasto, ma limitato alla costa di alcuni stati europei ed al loro entroterra, dove sono presenti alcuni corsi d’acqua e alcuni laghi. A parte in alcune zone, però, l’areale non si spinge troppo lungo i grandi corsi d’acqua, ma rimane vincolato alle foci dei fiumi ed al loro tratto più basso. In pratica l’alosa è diffusa lungo la costa atlantica della Germania Occidentale e lungo quella atlantica di Belgio e Olanda, Francia e Spagna Settentrionale, Portogallo e Spagna Meridionale, sino a Gibilterra. In Francia la cheppia si trova nei primi tratti, prossimi alla foce, della Valle della Loira e nei primi tratti, prossimi alla foce, della Garonna e della Dordogna. Questa specie è ancora relativamente presente lungo le coste del Regno Unito, ad eccezione di quelle della Scozia Settentrionale ed Occidentale e dell’Inghilterra Occidentale, dalla Scozia al Galles. In Irlanda la specie è segnalata lungo tutte le coste, ad eccezione di quelle dell’Irlanda del Nord (Stato). Secondo alcune fonti la specie sarebbe anche presente nel Mar Baltico Meridionale, in Lettonia, Lituania, nella Norvegia e Svezia Meridionale, in Polonia e in Danimarca. Nell’Europa continentale la gran parte di questi pesci si trovano localmente nei grandi estuari. In quest’area le popolazioni sono diminuite per alcuni decenni, a partire dal 1900, sia per inquinamento che per la costruzione di argini lungo i fiumi. La specie sembra ora abbastanza diffusa e comune in alcune zone del Mare del Nord e lungo la costa atlantica francese. Sembra stia addirittura aumentando lungo le coste baltiche. In Africa, la specie è segnalata per un tratto brevissimo in Marocco, di fronte a Gibilterra, da Tetouan nel Mediterraneo, sino a Casablanca in Atlantico. In Marocco potrebbe essere ancora presente nei fiumi Sebou, Loukkos, Oum-er-Rbia e Moulouya. Ancora, nell’Africa mediterranea, la cheppia è segnalata in Egitto, ma limitatamente al Delta del Nilo ed alla Penisola del Sinai. Dubbia o occasionale in Tunisia ed Algeria. Nell’Asia Mediterranea, questo pesce è segnalato in Israele, Libano, Cipro e Turchia. Lungo le coste dell’Europa Mediterranea, la cheppia è stata segnalata da quelle spagnole nei pressi di Gibilterra, sino a tutte quelle italiane, tranne parte di quelle sarde, comprendendo quelle francesi, quasi tutte quelle corse e tutta la Valle del Rodano. Ancora la specie è segnalata dalle estreme coste meridionali della Croazia a quelle Greche, comprendendo quelle di Albania e Montenegro. La cheppia è anche segnalata nei corsi d’acqua di Bosnia e Serbia. In Italia, l’areale di questa specie si spinge nell’entroterra delle regioni adriatiche, della Sicilia, nelle Valli Venete, Lungo il Po e lungo i suoi affluenti, sino alla Svizzera. La cheppia è segnalata anche nel Mar Nero e lungo le coste di tutto il Mar di Marmara. Nel Mar Nero la specie si trova lungo le coste meridionali, dal Bosforo sino alle coste georgiane occidentali, e lungo quelle settentrionali occidentali, dal Bosforo sino allo stretto di Kerc. Sempre in quest’area, i paesi nei quali si registra la presenza della cheppia sono Bulgaria, Romania e Ucraina. Sia Georgia che Russia sono invece visitate dalla cheppia, ma solo in areali limitati. La cheppia non viene considerata un pesce particolarmente pregiato perché ha carni discrete e gustose, ma con molte spine che rendono la carne difficile da pulire. Viene comunque commercializzata e vengono considerate migliori le carni degli esemplari che sono catturati in acque dolci. In commercio si trova fresca, congelata, essiccata o affumicata. Talvolta può essere utilizzata per produrre farina di pesce e le sue carni vengono impiegate anche come esca per catturare in mare esemplari di altre specie predatrici. Quando e dove le cheppie sono ancora abbondanti, esse sono oggetto di una pesca diretta. Una pesca ormai datata veniva effettuata anche in Italia nel periodo della migrazione di questi pesci nei fiumi, ossia durante “montata” primaverile. I riproduttori, nelle aree dove si sapeva che si verificava il loro passaggio, venivano catturati con reti da posta o a circuizione o con trappole di diverso tipo. Questi pesci venivano catturati anche con bilance e “bilancioni”, quasi sempre durante la montata primaverile. Nello stesso periodo primaverile viene effettuata anche la pesca ricreativa per catturare esemplari di questa specie, effettuata con canne a lancio che portano lenze con ami e con esche artificiali costituite da grosse mosche finte o da cucchiai rotanti a palette o da cucchiaini ondulanti. In Italia la pesca può aver contribuito alla riduzione degli esemplari che costituiscono le popolazioni, ma la cheppia è anche stata “vittima” di altri fattori negativi. Con la riduzione dei pesci in generale, di fatto la pesca fluviale finalizzata alla loro cattura si è ridotta sino praticamente a scomparire, e ciò si è verificato anche per lo scarso valore delle carni di questi pesci. La cheppia, nelle zone prossime agli estuari, può essere anche oggetto di pesca accidentale da parte di pescherecci che operano la pesca a strascico. In questo caso ad essere coinvolti sono quasi sempre esemplari isolati, catturati per caso. In Gran Bretagna ad esempio non si pratica praticamente più la pesca diretta di questa specie, ma una piccola quantità di cheppie vengono catturate accidentalmente con reti utilizzate per la pesca del salmone atlantico. I pescatori che pescano più a ridosso dei fiumi catturano alcune centinaia di esemplari l’anno. Ovviamente questa pesca potrebbe non avere nessun effetto sugli stock di questi pesci, visti i numeri irrisori della catture. Forse solo in Francia esistono ancora catture di un certo numero di esemplari che possono essere classificate come catture commerciali. A livello globale lo status della cheppia, dal 2008, viene considerato poco preoccupante dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN). Nella precedente valutazione del 1996 da parte dell’Unione, lo status non era stato valutato per mancanza di dati. Anche la valutazione emessa per le coste europee, sempre nel 2008, rispecchia quella globale perché lo status viene considerato poco preoccupante. Il motivo fondamentale della valutazione sembra risiedere nella sostanziale situazione di stabilità di gran parte delle popolazioni di cheppie. Per l’Africa del Nord, invece, la specie risulta estinta e la valutazione regionale è stata pubblicata nell’anno 2010. In questo caso la grave valutazione è stata suggerita dalla constatazione che un tempo il pesce era distribuito ampiamente lungo le coste nordafricane, anche se mancava lungo quelle libiche, mentre oggi ha subito un declino notevole. Più che altro individui occasionali possono essere osservati o comparire in tutto il vecchio areale, ma non si registrano più deposizioni né accoppiamenti. L’ultima deposizione, probabilmente condivisa anche con esemplari di alosa (Alosa alosa), è stata registrata nel Fiume Moulouya in Marocco. Gli osservatori non evidenziano eventuali miglioramenti perché non si registrano spostamenti importanti di pesci di questa specie da regioni vicine dove risultano ancora abbondanti. Le azioni di conservazione della cheppia ricadono direttamente dalle norme emanate a livello internazionale. In pratica la specie è elencata nell’appendice III della Convenzione per la Conservazione della Natura Europea e degli Habitat Naturali (Convenzione di Berna). Appare inoltre elencata negli allegati II e V della Direttiva Habitat, emanata dalla Comunità Europea. Questa direttiva del 1992 ha previsto l’istituzione, per conservare le specie elencate, di Zone Speciali di Conservazione dove vigono misure gestionali per le specie. Quattro di queste zone sono state definite lungo alcuni corsi d’acqua irlandesi dove le cheppie deponevano e depongono ancora le uova. Per questa specie esiste anche la valutazione locale riferita alle coste italiane. Gli esperti in questo caso, nel 2013, hanno definito lo status di questa specie come “vulnerabile”. In Italia, intorno al 1950, la cheppia era comunissima nel Mar Adriatico e risaliva il Po e tutti i suoi affluenti. Questo pesce era diffuso in tutta la Laguna Veneta. Lungo le coste tirreniche la cheppia risaliva principalmente il Tevere, l’Arno il Volturno ed il Sele. Alla luce di questa precedente situazione, i cali superiori al 50% degli esemplari che costituiscono le popolazioni, avvenuti in 10 anni, principalmente a causa della distruzione degli habitat, avevano fatto considerare la specie “in pericolo di estinzione”. La situazione attuale appare mitigata dal fatto che nelle vicinanze delle coste italiane esistono popolazioni in buono stato, e quindi a mitigare il calo descritto potrebbe avvenire uno spostamento di esemplari che migrerebbero a colonizzare le nostre coste. Comunque attualmente la specie viene segnalata nei principali fiumi veneti, ossia nel Piave, nel Brenta e nel Tagliamento. La cheppia è segnalata anche nell’Esino, mentre nel Tevere sono segnalati ormai solo esemplari occasionali. Questo pesce è segnalato in Sardegna nel Lago Omodeo e nel Bacino del Tirso, che si trova nel tratto medio del Fiume Flumendosa. Qui la riproduzione era segnalata nel Fiume Paglia. In tutta la regione ormai si osservano solo poche popolazioni residue. Nel Po esistono ancora popolazioni che si riproducono e che però non possono spingersi oltre la barriera artificiale che si trova in corrispondenza di Isola Serafini. In precedenza questi pesci vivevano e si riproducevano diffusamente nel Po e in tutti i principali affluenti, soprattutto quelli a sinistra del tratto principale del fiume, raggiungendo l’abitato di Casale Monferrato, senza però andare oltre per la presenza di una diga datata. Altre popolazioni riproduttive si trovano nel Fiume Magra, nell’Ombrone e nel Taro. La cheppia è quindi ancora abbastanza diffusa in Italia, nonostante sbarramenti e dighe abbiano creato gravi problemi riproduttivi agli esemplari. Anche acque inquinate hanno fortemente disturbato le popolazioni di questi pesci. In Italia, da pochi anni, sono state definite azioni di tutela della cheppia, soprattutto laddove questo pesce appare ancora diffuso, ossia nel nord del paese. In pratica la pesca viene vietata prima che le cheppie, ma anche le alose, inizino a migrare e sino a quando le stesse non tornano al mare. La norma non riesce però ad impedire la cattura di un gran numero di esemplari che entrano negli estuari a fine inverno. Anche se i danni alle popolazioni italiane sono stati notevoli, le misure di recupero della specie hanno favorito la lenta ripresa delle popolazioni stesse. Esistono tuttavia le gravi situazioni di alcuni corsi d’acqua, come quella del Tevere o di altri fiumi dell’Italia Centrale, dove la cheppia si è praticamente estinta, anche, tra l’altro, perché non sono mai state costruite strutture come scale di monta o ascensori per consentire ai pesci di raggiungere i tratti alti dei fiumi. In Europa, in generale, grazie alle politiche di recupero della specie, la cheppia sembrerebbe in ripresa e comunque mostrerebbe popolazioni praticamente stabili o stabilizzate. Tra le azioni messe in atto per raggiungere questo risultato, in molti fiumi europei sono state costruite le strutture che consentono ai pesci la risalita e quindi, nonostante esistano dighe, tali manufatti accessori hanno consentito ai pesci di raggiungere i tratti più alti dei fiumi. I passaggi artificiali, costruiti per permettere ai pesci di risalire i fiumi bypassando le dighe, non sembrano però particolarmente efficaci quando sono di ridotte dimensioni, perché le cheppie evitano tratti di fiume ristretti e con acque turbolente. In realtà molte giovani cheppie cercano di attraversare le dighe finendo per essere uccise. In Gran Bretagna si stima che siano 50.000 gli esemplari che in diversi modi finiscono vittime nelle apparecchiature delle dighe. Ovviamente queste vittime, studiate dagli esperti, servono a dare utili indicazioni sullo stato della specie. Quasi la stessa cosa accade nei fiumi francesi. Ciò ha portato gli studiosi a valutare la messa in funzione di sistemi particolari o di nuove dighe con apparecchiature che limitino o azzerino il problema. Anche le opere che provocano l’abbassamento delle acque al di sotto dei dieci centimetri o che aumentano il flusso della corrente al di sopra di 2 m s-1 sono deleterie e limitanti per la risalita delle cheppie verso i siti di riproduzione. Da questo punto di vista in ogni caso la cheppia appare meno esigente dell’alosa e quindi capace di riprodursi anche nelle parti basse dei fiumi ed in presenza di ostacoli lungo il corso del fiume. Oltre alle barriere ed alla pesca eccessiva, a disturbare le popolazioni di questi pesci esiste ed è esistito anche l’inquinamento. Quest’ultimo può derivare dalle attività agricole (residui di antiparassitari, fertilizzanti e reflui di allevamenti o di imprese agricole) dagli insediamenti urbani e dalle attività industriali. Whelan nel 1989 indica le cheppie come pesci che risentono fortemente dell’inquinamento dei fiumi. Sembra che soprattutto i metalli pesanti possano influire negativamente sul movimento e sull’olfatto di questi pesci. Anche l’alterazione degli habitat è un grave problema, non solo quando è evidente, con prelievo di ghiaie o alterazione e insabbiamento dei fondali, ma anche quando può sembrare meno evidente. Ad esempio nella Garonna, nei pressi di Agen, sono stati modificati gli argini del fiume, con stravolgimento di alcuni canali ed alterazione delle rive a sbalzo, utilizzate dalle cheppie per riposare. Attualmente, eliminato il problema, si attende che, fra qualche anno, il fiume possa ritornare ad uno stato più naturale. Le canalizzazioni realizzate in alcuni fiumi inglesi hanno anche ridotto gli habitat per le giovani cheppie, creando loro problemi all’interno del letto fluviale. L’integrità della specie è poi minata, come si è già indicato, dalle ibridazioni, che si verificano con gli esemplari di alosa nella parte bassa di alcuni fiumi, quando questi non sono percorribili controcorrente per la presenza di ostacoli. Anche l’introduzione in molti fiumi, ormai purtroppo avvenuta, di specie antagoniste come trote alloctone può certamente infastidire le popolazioni di cheppia e di alosa, creando un ulteriore problema alla specie. Nel Mar Mediterraneo sono presenti solo le due specie citate di seguito, per le quali si indicano alcune caratteristiche distintive. La cheppia è presente anche in Mar Nero ed in questo bacino può confondersi invece con numerose altre specie simili. La cheppia assomiglia all’alosa (Alosa alosa), la seconda specie mediterranea. Quest’ultima mostra comunque un maggior numero di branchiospine, che sono anche più lunghe. Nell’alosa, lungo l’asse longitudinale del corpo dell’animale, la pinna dorsale è inserita indicativamente nella stessa zona nella quale si inserisce la parte iniziale delle pinne ventrali, mentre nella cheppia la parte iniziale delle ventrali appare un po’ più avanti. Sempre nell’alosa, le pinne pettorali sono inserite un poco più avanti che nella cheppia. Nella cheppia i punti neri sui fianchi sono molti, sino a 7-8, e più evidenti, anche se talvolta i punti neri sono presenti anche nell’alosa. In quest’ultima sono comunque in numero minore (1-4). Ancora, nell’alosa, il numero dei raggi della pinna dorsale è compreso tra 18 e 21, mentre nella cheppia è compreso tra 16 e 21. Infine, sempre nell’alosa, il numero di raggi della pinna anale è compreso tra 20 e 26, mentre nella cheppia è compreso tra 19 e 23. La cheppia inoltre è un pesce di dimensioni più piccole, che non supera generalmente i 50 centimetri di lunghezza. Attenzione la scheda potrebbe contenere lievi inesattezze o imprecisioni in quanto non è stata ancora controllata da un esperto dello specifico gruppo sistematico cui appartiene la specie descritta.
Anguilla Anguilla
Anguilla Anguilla
Introduzione e Classificazione L'anguilla europea, scientificamente nota come Anguilla anguilla (Linnaeus, 1758), è un pesce dal ciclo vitale particolarmente affascinante e a lungo avvolto nel mistero. Inizialmente classificata da Linneo sotto la famiglia Muraenidae, la specie ha visto la sua collocazione tassonomica evolversi con l'istituzione del genere Anguilla da parte di Schrank nel 1798 e della famiglia Anguillidae da parte di Rafinesque nel 1810. Questa evoluzione ha chiarito le differenze tra anguille, murene e gronghi. La comprensione del ciclo vitale dell'anguilla ha rappresentato una sfida per i naturalisti per secoli, data l'assenza di esemplari giovanili osservati dai pescatori. I primi progressi significativi si ebbero con la classificazione di una "specie" curiosa, il Leptocephalus brevirostris, successivamente identificata da Grassi e Calandruccio come la fase larvale dell'anguilla europea. La fase riproduttiva fu infine chiarita da Schmidt, che dimostrò la migrazione dell'anguilla europea nel Mar dei Sargassi per riprodursi. Nonostante alcuni dubbi iniziali sulla fattibilità di una migrazione così estesa, la teoria fu confermata, dissipando anche l'ipotesi di un reclutamento di anguille americane in acque europee, dato che anche le anguille americane si riproducono nello stesso Mar dei Sargassi, pur mantenendo un isolamento genetico. In alcune regioni italiane, le femmine mature sono chiamate "maretiche" e i maschi "capitoni". Ciclo Vitale e Migrazione L'anguilla è una specie catadroma, caratterizzata da un ciclo vitale che inizia in mare, prosegue con un lungo periodo di sviluppo in acque dolci e culmina con una migrazione di ritorno in mare aperto per la riproduzione, a differenza di specie anadrome come i salmoni. Il meccanismo attraverso il quale le larve passano dal mare alle acque dolci è noto come potamotochia. Pur vivendo la maggior parte della vita in acqua dolce, l'anguilla può essere trovata anche in lagune e in mare. Il ciclo di vita dell'anguilla comprende diverse fasi, ciascuna con un aspetto e un nome distintivo: Leptocefali: Larve trasparenti, fortemente compresse lateralmente e dall'aspetto foliaceo, lunghe fino a 7-8 centimetri. Hanno una testa piccola e sono completamente trasparenti, permettendo di osservare i 112-117 monomeri del corpo. Anguille di vetro: Dopo la migrazione oceanica e la metamorfosi in prossimità delle coste europee e della piattaforma continentale, i leptocefali si trasformano in anguille parzialmente trasparenti, con un corpo che si riduce in altezza e si accorcia, assumendo una forma sub-cilindrica. Cieche: Negli estuari e in acque dolci o salmastre, le anguille di vetro perdono parzialmente la trasparenza e iniziano ad acquisire una forma simile all'adulto, ma ancora depigmentate e senza differenziazione sessuale. Ragano: Una fase intermedia tra le cieche e le anguille gialle, descritta in alcune zone. Anguille gialle: Con la crescita, le anguille diventano più simili agli adulti, con una livrea più chiara e pigmentata, spesso con tonalità olivastre o bruno-giallastre dorsalmente e un ventre bianco sporco. In questa fase inizia la differenziazione sessuale. Anguille d'argento (o argentine): La fase terminale, raggiunta dopo diversi anni (5-20), in cui gli esemplari maturano sessualmente. Assumono una livrea scura, quasi nera o nerastra dorsalmente e bianco-argentea ventralmente. Gli occhi si ingrossano, il capo aumenta di volume, il muso si restringe e le pinne pettorali diventano più lanceolate. Queste anguille sono pronte per la migrazione riproduttiva. La riproduzione dell'anguilla avviene nel Mar dei Sargassi, in una zona compresa tra le Bermuda e le Grandi Antille, a una profondità stimata tra i 400 e i 700 metri. La migrazione riproduttiva degli adulti inizia alla fine dell'autunno dalle acque dolci, dura circa sei mesi e copre distanze tra i 4.000 e i 7.000 chilometri, con una media di 15-40 km al giorno. Gli esemplari migrano preferibilmente durante notti buie e tempestose. Nel sito riproduttivo, tra marzo e luglio, le femmine depongono da 1 a 6 milioni di uova pelagiche, di 1-3 millimetri, che si schiudono a temperature superiori ai 20°C. Si ritiene che gli adulti muoiano dopo la riproduzione a causa dello stress della migrazione e del digiuno. I leptocefali nati affrontano una lunga traversata oceanica (2-3 anni) verso le coste europee e nordafricane, favorita dalla Corrente del Golfo e dalla Corrente Nord-Atlantica, assorbendo nutrienti disciolti attraverso la superficie corporea. La durata dello sviluppo completo nelle acque interne è variabile, stimata tra i 4 e i 5 anni dalla nascita per le femmine e tra i 3 e gli 8 anni per i maschi. Prima della migrazione riproduttiva, i maschi possono rimanere in acqua dolce da 6 a 14 anni, mentre le femmine da 9 a 18 anni. I maschi maturi misurano circa 30-40 centimetri, mentre le femmine raggiungono i 55-65 centimetri, con esemplari massimi di un metro per i maschi e un metro e mezzo e oltre 5 chilogrammi per le femmine. La determinazione del sesso sembra dipendere da fattori ambientali, come la densità degli individui. Morfologia L'anguilla europea presenta un corpo serpentiforme e allungato. Nella parte anteriore e centrale è subcilindrico, mentre nella regione caudale appare compresso lateralmente. La bocca è ampia e presenta una mandibola (mascella inferiore) sporgente e prominente, più lunga della mascella superiore. Al suo interno, si trovano denti piccoli e uniformi, distribuiti sia sulle mascelle che sul vomere. Le aperture branchiali sono piccole, a forma di fessura e quasi verticali, poste sui fianchi davanti alle pinne pettorali. Gli occhi sono relativamente piccoli, ma il loro diametro aumenta visibilmente con la maturità sessuale. Le narici, a forma di tubetto, sono posizionate vicino all'estremità del muso. La linea laterale è evidente e corre in modo rettilineo lungo il centro dei fianchi. Le pinne sono caratteristiche: la pinna dorsale è molto sviluppata in lunghezza e si unisce, nella parte posteriore del corpo, con la pinna anale, anch'essa lunga, formando una "finta pinna caudale". La dorsale origina piuttosto indietro rispetto alle pinne pettorali e conta da 245 a 280 raggi, mentre l'anale origina appena dietro l'apertura anale e presenta da 180 a 255 raggi. L'anguilla possiede solo le pinne pettorali, che sono piccole e tondeggianti; le pinne ventrali (pelviche) sono assenti. La pelle è particolarmente viscida e incorpora piccolissime squame, rese invisibili da un notevole strato di secrezione mucosa. La colorazione varia con l'età e la fase di sviluppo: gli esemplari giovani (anguille gialle) mostrano tonalità olivastre o bruno-giallastre dorsalmente e un ventre bianco sporco. Con la maturità sessuale (anguille d'argento), la livrea dorsale diviene nera o nerastra, contrastando con il ventre bianco-argenteo. Raramente, alcune anguille giovani possono avere dorso nerastro e ventre e fianchi di un acceso giallo-arancio. Habitat ed Ecologia L'anguilla europea è un pesce di notevole vitalità e resilienza, capace di tollerare condizioni ambientali estremamente diversificate. Si adatta a: Acque salate con vari gradi di salinità, anche elevati. Acque salmastre e dolci. Acque fredde, temperate o calde. Ampie e rapide variazioni di salinità, temperatura e pressione. Questo le consente di vivere in una vasta gamma di habitat acquatici, tra cui mare, laghi, stagni, lagune salmastre, paludi, pozzi, fiumi e torrenti, purché collegati al mare. L'anguilla è anche in grado di trascorrere brevi periodi fuori dall'acqua, muovendosi sull'erba di notte per spostarsi tra corpi idrici o superare ostacoli. Preferisce i fondali molli o fangosi, dove trascorre le ore più calde del giorno affossata. Può anche abitare fondi duri, purché ricchi di nascondigli come pietre o fessure nelle rocce. Le anguille sono predatori attivi di notte. Nel periodo invernale, in acqua dolce, entrano in uno stato di anabiosi e si alimentano poco, mentre in acqua salata rimangono attive per gran parte dell'anno. La loro vitalità aumenta con l'alta marea e in acque torbide. Una caratteristica notevole è la capacità di sopravvivere in acque con basse concentrazioni di ossigeno disciolto, grazie alla captazione di ossigeno attraverso la loro superficie corporea, ampiamente vascolarizzata. Questo permette loro di rimanere fuori dall'acqua per brevi periodi, se l'umidità è sufficiente. Una parte della popolazione, soprattutto maschi, vive e permane in mare, in particolare in lagune. In mare, l'anguilla è prettamente bentonica, frequentando bassi fondali sabbiosi, fangosi o sabbioso-fangosi, anche con coperture algali o praterie di posidonia. Sembra che le femmine si inoltrino maggiormente nei corsi d'acqua dolce, colonizzandone quasi tutte le parti, mentre i maschi si limitano a estuari, lagune, delta dei fiumi e acque costiere. Le anguille appena nate sono batipelagiche, nascendo in acque profonde fino a 1.000 metri. Successivamente, allo stadio di leptocefalo, risalgono per viaggiare nelle correnti come parte del plancton, a profondità tra i 300 e i 50 metri. Alimentazione Le anguille possiedono un olfatto molto sviluppato, che consente loro di cacciare cibo praticamente durante tutte le ore notturne, dal tramonto all'alba. Sono pesci estremamente voraci e si cibano di qualsiasi cosa capiti loro a tiro, dimostrando una notevole resistenza al digiuno in assenza di cibo. La dieta varia a seconda dello stadio di vita: Le cieche e i ragani si nutrono di piccoli organismi bentonici. Le anguille gialle, inizialmente, consumano organismi bentonici più grandi. Con lo sviluppo, iniziano a predare piccoli pesci o fasi giovanili di pesci più grandi, inclusi altri anguille, evidenziando un certo grado di cannibalismo. Gli adulti e le grosse anguille gialle si cibano prevalentemente di: Insetti e loro larve. Anfibi. Pesci (es. Atherina boyeri, Aphanius fasciatus), inclusi uova e avannotti. Vermi (es. policheti dei generi Nephthys, Nereis). Crostacei decapodi (es. generi Pachygrapsus, Palaemon, Carcinus), anfipodi (es. genere Gammarus) e isopodi (es. genere Idotea). Occasionalmente, sostanze organiche e rifiuti. Possono predare anche piccoli uccelli e pulcini di anatre. In mare, la ricerca di cibo si concentra sui fondali fangosi, dove trovano vermi anellidi policheti, molluschi bivalvi e crostacei come i gamberetti. Studi condotti su anguille nei fiumi britannici indicano che la loro dieta è composta principalmente da pesce (70%) e oligocheti (12%), oltre a larve di efemerotteri e tricotteri. L'anguilla è considerata un predatore opportunista, la cui importanza è fondamentale per il mantenimento degli equilibri biologici ed ecologici negli ecosistemi acquatici. Per quanto riguarda le larve appena nate (leptocefali), si ipotizza che assorbano i nutrienti necessari per vivere e crescere direttamente dall'acqua, attraverso la superficie del corpo, dato che le indagini sul contenuto stomacale non hanno mai rivelato la presenza di alimenti. Predatori e Difese Nonostante la loro robustezza, le anguille sono predate da mammiferi, come le lontre, e da altri grossi pesci. Tuttavia, il loro sangue è tossico, agendo come un deterrente efficace. Il plasma sanguigno dell'anguilla contiene l'emoittiotossina, una tossina che, a contatto con il sangue di altri vertebrati, agisce come sostanza emolitica, distruggendo le membrane dei globuli rossi. È importante sottolineare che questa tossina è termolabile, il che significa che viene neutralizzata dopo la cottura o altri trattamenti termici. Inoltre, viene inattivata dai processi digestivi, rendendo le carni dell'anguilla sicure per il consumo umano dopo l'adeguata preparazione. Parassiti e Malattie Nonostante la loro reputazione di pesci robusti, le anguille europee possono essere affette da una vasta gamma di parassiti, batteri, funghi e virus. Sebbene molti esemplari abbiano abitudini solitarie, la vita in ambienti ristretti può favorire la trasmissione di malattie e scatenare epidemie. Tra i principali agenti patogeni e parassiti si annoverano: Batteri: Aeromonas hydrophila e Vibrio anguillarum, che causano marciume delle pinne, lesioni e ulcere cutanee. Virus: Alcuni generi Herpes e Rhabdovirus, responsabili di emorragie. Funghi: Generi come Saprolegnia, che si manifestano con espansioni cotonose sulla pelle e sulle branchie, potendo portare al soffocamento del pesce, spesso su animali già debilitati. Monogenei: Pseudodactylogyrus anguillae, che possono invadere le branchie. Protozoi: Ichthyophthirius multifiliis, che produce macchie biancastre sul corpo e indebolisce il pesce. Ciliati del genere Trichodina, che debilitano il pesce e stimolano un'eccessiva produzione di muco. Vermi (platelminti e nematelminti che parassitano l'intestino): Dibothrium claviceps Deropristis inflatum Lecithochirium gravidum Ascaris labiata Particolare attenzione merita Anguillicoloides crassus (precedentemente Anguillicola crassus), un nematodo che infetta la vescica natatoria, compromettendo la capacità migratoria e la sopravvivenza del pesce, spesso introdotto tramite anguille reintrodotte dal Giappone. Crostacei: Ergasilus gibbus (parassita delle branchie) Generi come Argulus (parassita della cute) È stato osservato che le anguille che vivono in acqua di mare sono meno soggette o contengono una minore quantità di parassiti come Anguillicoloides crassus, il che aumenta le loro possibilità di successo nella migrazione riproduttiva. Areale Geografico L'areale della anguilla europea è ampio e si articola in diverse zone funzionali. Il principale areale riproduttivo si trova nel Mar dei Sargassi, di fronte alle coste nordamericane, dove gli adulti migrano per deporre le uova e, presumibilmente, morire. Oltre a quest'area, esistono due areali principali per lo sviluppo e l'accrescimento degli esemplari: uno europeo e uno africano, che si fondono nel Bacino del Mediterraneo. In Europa, l'anguilla europea è diffusa in tutti i fiumi e nelle acque interne che sfociano nel Mar Mediterraneo, nel Mare del Nord e nel Mar Baltico. È rara nei fiumi che sfociano nel Mar Bianco e nel Mar di Barents (sebbene segnalata nel fiume Pechora in Russia nord-occidentale) e poco frequente nel Mar Nero e nei suoi affluenti (es. Danubio), così come nel Mar Caspio. È segnalata in oltre 40 paesi europei, tra cui: Spagna, Portogallo, Francia, Danimarca, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Germania, Finlandia, Svezia, Norvegia, Polonia, Regno Unito, Irlanda, Islanda, Russia, Isole Faroe, Lettonia, Estonia, Lituania, Austria, Svizzera, Bielorussia, Bulgaria, Cechia, Slovacchia, Romania, Moldova, Ucraina. Paesi mediterranei e del Mar Nero: Albania, Bosnia Erzegovina, Croazia, Slovenia, Macedonia, Serbia, Montenegro, Grecia, Turchia, Libano, Siria, Cipro, Italia. In Italia, la specie era segnalata lungo tutte le coste e nelle acque interne. In Africa, la specie è presente solo nella parte settentrionale del continente, lungo i fiumi principali e le coste atlantiche del Marocco. In particolare, risale i fiumi che sfociano nel Bacino del Mediterraneo, come il Nilo (dove si trova prevalentemente nel delta e nelle lagune costiere). È segnalata anche nelle Isole Canarie e nei principali fiumi del Marocco atlantico (Moulouya, Oum Er-Rbia, Sebou, Loukkos) e nella laguna di Merja Zerga. Pesca e Commercializzazione La pesca dell'anguilla, sia diretta che accidentale, impiega una varietà di attrezzi e metodi. Tra i più comuni vi sono reti a strascico o da fondo, arpioni, nasce (bertovelli), reti trappola e sbarramenti di corsi d'acqua, palamiti, lenze con esche di lombrichi o pesci (spaderne) e reti cogolli. I pescatori ricreativi prediligono lenze e canne con ami e esche specifiche a livello regionale, spesso praticando la pesca di notte. In Toscana, ad esempio, è diffusa la pesca alla "mazzacchera", una sorta di ombrello usato come bilancia da pesca. Le anguille pescate sono commercializzate in diverse forme: Fresche o essiccate. Congelate o affumicate (es. in Olanda o Germania). Salate o marinate. Preparate in gelatina (una specialità di Londra). Vendute in umido o fritte. Le piccole anguille di vetro (cieche), catturate negli estuari lungo la costa occidentale europea, hanno un alto valore commerciale e la loro pesca è stata considerata particolarmente deleteria per la specie. Esistono diverse pezzature di anguille destinate alla vendita, con le affumicate olandesi che pesano 120-180 grammi e quelle tedesche 300-600 grammi. Il Giappone e la Cina sono i maggiori consumatori mondiali, assorbendo circa il 90% della produzione globale di anguille, utilizzate prevalentemente per piatti come il "kabayaki". Il commercio internazionale di anguille, ancora consentito in alcune aree, riguarda non solo la carne e gli esemplari vivi, ma anche le pelli, molto pregiate nell'industria dell'abbigliamento e per accessori di moda, apprezzate per la loro eleganza e l'aspetto brillante. In passato, in Italia, molte cieche venivano catturate negli estuari dei fiumi tirrenici per il consumo fresco, ma successivamente questa pesca è stata destinata principalmente agli allevamenti. Allevamento L'allevamento dell'anguilla svolge un ruolo cruciale per soddisfare la domanda globale, fornendo circa il 90% di tutte le anguille commercializzate nel mondo, una media di 280.000 tonnellate annue. Tuttavia, l'allevamento dipende ancora in larga misura dalla cattura di giovani anguille cieche e nello stadio di "ragano" in natura, poiché la riproduzione in cattività dell'anguilla europea presenta notevoli difficoltà e non è ancora possibile su scala commerciale. Le tecniche di allevamento sono migliorate nel tempo, consentendo produzioni significative e l'allevamento intensivo. In Italia, Germania Ovest e Danimarca, l'allevamento di anguille è iniziato nel 1970, con l'Olanda che si è aggiunta negli anni '80. Paesi come Spagna, Grecia, Svezia, Marocco, Algeria, Ungheria e Macedonia hanno anche sviluppato allevamenti. Le cieche destinate agli allevamenti provengono principalmente dalle coste atlantiche di Francia, Portogallo, Spagna e Regno Unito, dove vengono catturate con trappole o salai (o reti a strascico in Francia). Dopo la cattura, le cieche vengono sottoposte a un periodo di quarantena in contenitori, dove vengono esaminate per eventuali malattie. Inizialmente nutrite con uova di merluzzo fresco, passano poi a diete a base di alimenti disidratati. Una volta raggiunto un peso di almeno 5 grammi, vengono trasferite in vasche più grandi e concentrate per la crescita. Gli stagni di allevamento per la commercializzazione possono variare da 100 a 1.500 metri quadrati, con temperature dell'acqua controllate tra 18°C e 25°C. Nell'allevamento intensivo, le anguille possono raggiungere densità superiori a 100 chilogrammi per metro quadrato in vasche quadrate o circolari. Anche la vallicoltura, praticata in particolare nell'alto Adriatico, è un metodo di allevamento, sebbene presenti sfide legate alla sopravvivenza dei pesci in ambienti più simili a quelli naturali. Prima della vendita, le anguille sono sottoposte a un periodo di digiuno in serbatoi per eliminare dal loro stomaco sostanze che potrebbero conferire sapori sgradevoli. Vengono poi commercializzate vive, insacchettate con acqua ricca di ossigeno per mantenere la pelle umida, o inviate a impianti industriali per la macellazione e la lavorazione (es. affumicatura in Olanda). Nonostante gli sforzi, la dipendenza dagli stock selvatici di cieche rimane un problema cruciale per l'industria dell'allevamento, con progetti di riproduzione artificiale che, per il momento, non hanno ancora prodotto risultati commercialmente validi. Stato di Conservazione e Minacce La popolazione di anguille europee ha subito un drastico declino, portando la specie a uno stato di conservazione critico a livello globale. Questo declino ha iniziato a manifestarsi intorno al 1970, probabilmente a causa dell'inquinamento massivo dei fiumi europei. Nel 2007, la specie è stata inserita nell'appendice II della CITES (Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche), con misure operative dal 2009 che richiedono permessi per il commercio. Nel 2010, il Consiglio Europeo ha vietato esportazioni e importazioni di anguille europee nell'UE, con deroghe limitate terminate nel 2012. Greenpeace International ha inserito l'anguilla europea nella sua lista rossa degli animali marini commestibili nel 2010, e nel 2008 è stata elencata come specie minacciata o in calo nella convenzione OSPAR per l'Europa Nordorientale. L'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) ha classificato l'anguilla europea come "in pericolo critico di estinzione" (Critically Endangered) a livello globale nel 2008, 2010 e 2014, una valutazione che riflette anche lo stato per l'Europa e le sue acque interne. Per il Nordafrica, la situazione è solo leggermente migliore, classificata come "in via di estinzione". La difficoltà di valutazione è aggravata dalla natura del ciclo vitale e dalla mancanza di dati completi sulle popolazioni riproduttive. Si stima un calo del 50-60% della biomassa di anguille argentine su tre generazioni (circa 45 anni) e cali ancora maggiori per le anguille gialle e per il reclutamento delle cieche, con punte del 90% o più in alcune aree. Le principali minacce che contribuiscono al declino della specie includono: Pesca eccessiva: Riguarda tutti gli stadi di vita, in particolare le anguille cieche (a causa del loro alto valore commerciale per l'allevamento) e le anguille adulte che migrano per riprodursi. Nonostante i divieti, persiste un'attività di pesca di frodo e commercio illegale. Barriere alla migrazione: Strutture e manufatti antropici lungo i fiumi, come dighe, impianti idroelettrici con turbine e stazioni di pompaggio idrico, impediscono la risalita delle anguille giovani e la discesa delle anguille argentine mature. Alterazione e distruzione degli habitat: Captazione di acque, estrazione di sabbie e ghiaie, deviazione e modifica dei corsi d'acqua, riduzione delle falde acquifere, che degradano gli ambienti di vita e crescita. Inquinamento: Contaminazione dei fiumi con sostanze chimiche lipofile (pesticidi, erbicidi, inquinanti industriali) che si accumulano nel grasso corporeo, compromettendo la migrazione e la capacità riproduttiva (produzione di uova e qualità degli spermatozoi). Inquinamento biologico. Epidemie da parassiti: In particolare, il nematode Anguillicoloides crassus, introdotto accidentalmente dal Giappone, infetta la vescica natatoria, debilitando le anguille migratrici e riducendo il loro successo riproduttivo. Predazione eccessiva: Aumento della pressione da parte di predatori, come i cormorani in alcune zone, o animali inselvatichiti. Cambiamenti climatici: Possono influenzare fattori naturali come la Corrente del Golfo e l'Oscillazione Nord-Atlantica (NAO), alterando le condizioni di viaggio delle larve e il loro reclutamento. Sebbene la NAO sia un fenomeno naturale, le sue variazioni attuali potrebbero amplificare gli effetti negativi. Debilitazione degli esemplari riproduttivi: Il degrado degli habitat e l'inquinamento possono impedire alle anguille, soprattutto alle femmine, di immagazzinare sufficiente grasso per la lunga migrazione e la deposizione delle uova, compromettendo direttamente la riproduzione. Il reclutamento delle piccole anguille cieche ha subito un calo drammatico, tra il 95% e il 99% rispetto ai livelli precedenti al 1980, con un valore attuale stimato tra l'1% e il 5%. Questa situazione rende il recupero della specie un processo lungo e incerto. Misure di Conservazione A partire dal 2007, molti paesi dell'Unione Europea hanno implementato piani di gestione per l'anguilla europea, in risposta al Regolamento 1100/2007. L'obiettivo principale è ridurre la mortalità causata da attività antropiche, in modo da consentire che almeno il 40% della biomassa di anguille argentine raggiunga il mare per riprodursi, rispetto al valore stimato in assenza di influenze umane. Le azioni principali previste da questi piani includono: Riduzione dello sforzo di pesca: Limitazioni alle catture e alle tecniche di pesca. Dal luglio 2009, lo sforzo di pesca è stato ridotto del 50% rispetto ai livelli medi del 2004-2006 nei paesi che hanno applicato il piano. Ripopolamento dei corsi d'acqua: Introduzione di anguille (soprattutto cieche) in ambienti acquatici, sebbene l'efficacia a lungo termine di questa misura sia ancora dibattuta. Dal 2010, una quota delle anguille cieche catturate (35%, aumentata al 60% nel 2013) deve essere destinata al ripopolamento anziché all'acquacoltura. Sviluppo dell'acquacoltura: Ricerca per la riproduzione artificiale in cattività, sebbene ancora senza successo per l'anguilla europea, per ridurre la dipendenza dagli stock selvatici. Riduzione della pressione dei predatori: Azioni per controllare le popolazioni di predatori. Facilitazione del transito: Creazione di passaggi alternativi (scalette per pesci) o gestione delle operazioni di dighe e turbine (chiusure in periodi di migrazione) per consentire alle anguille di superare le barriere artificiali. Programmi di cattura e trasporto degli esemplari selvatici. Sistemi di monitoraggio della risorsa ittica. Queste misure, sebbene promettenti, richiederanno tempo per produrre risultati significativi e il loro impatto sul recupero delle popolazioni sarà apprezzabile solo a lungo termine. È essenziale un coordinamento internazionale per affrontare le complesse sfide legate alla conservazione di questa specie migratrice. Sfide nel Monitoraggio Il monitoraggio delle popolazioni di anguille è un'impresa complessa a causa di diversi fattori: Scarsità e variabilità dei dati: Mancano dati affidabili sullo sforzo di pesca e sulle catture, specialmente per molte aree geografiche. Complessità ecologica: La specie presenta fasi di vita diverse (leptocefali, cieche, gialle, argentine) e un fenomeno di panmissia, per cui le anguille argentine che partono da un corso d'acqua per riprodursi non corrispondono necessariamente alle larve che torneranno nello stesso fiume. Questo rende difficile valutare lo stato di una popolazione locale aggregando dati da diversi stadi di vita. Declino storico e recupero lento: Nonostante un lieve aumento del reclutamento delle giovani anguille registrato tra il 2011 e il 2013 (probabilmente grazie alle politiche di gestione), questo aumento non è ancora sufficiente a invertire il trend negativo complessivo della specie, che si ripercuoterà sugli stadi di vita successivi per molti anni. Valutazioni locali e globali: Sebbene esistano monitoraggi locali (es. in Svezia, Irlanda, Norvegia, Francia), la dispersione delle anguille in migliaia di corsi d'acqua rende quasi impossibile una valutazione globale precisa dello stato delle anguille gialle. I dati attuali indicano un calo complessivo della biomassa di oltre l'80% in 60 anni o tre generazioni e una riduzione enorme (oltre il 95% in circa 24 anni) degli esemplari che entrano nei fiumi. Nel 2006, il Consiglio Internazionale per l'Esplorazione del Mare (CIEM) ha dichiarato insostenibile il livello di raccolta e cattura dell'anguilla, sollecitando interventi urgenti e una protezione completa. Specie Simili e Distinzione Nei fiumi, l'anguilla europea non presenta particolari difficoltà di identificazione, poiché non vi sono altre specie ittiche autoctone con cui possa essere facilmente confusa. Anche l'introduzione di specie alloctone simili non ha avuto successo. In mare, l'anguilla potrebbe essere confusa con altri pesci anguilliformi, in particolare con il grongo (Conger conger). Tuttavia, esistono chiare differenze morfologiche per distinguerli: Livrea: Il grongo ha una livrea grigio scura o nerastra, mentre l'anguilla europea (nella fase adulta "argentata") è nerastra dorsalmente e bianco-argentea ventralmente. Dimensioni e forma: Il grongo è generalmente più grosso e tozzo rispetto all'anguilla, che è più snella e serpentiforme. Bocca: Il grongo ha una bocca molto grande. Pinne: Nel grongo, le pinne dorsale e anale si uniscono nella parte terminale del corpo in modo rettilineo, senza formare una sorta di "coda", e sono vistosamente bordate di nero, a differenza dell'anguilla dove formano una "finta pinna caudale".
Antipathella Subpinnata
Antipathella Subpinnata
Descrizione L’Antipathella subpinnata, comunemente nota come corallo nero, si distingue per un aspetto vaporoso e delicato, caratterizzato da ramificazioni terminali estremamente esili. Nonostante la fragilità apparente, questi organismi possono raggiungere il metro di altezza, presentandosi come piccoli cespugli bianchi grazie alla colorazione dei polipi che rivestono lo scheletro interno. La struttura scheletrica è di colore nero, elastica e composta da Antipatina, una scleroproteina simile alla chitina che conferisce resistenza e flessibilità. Appartenente al gruppo degli esacoralli, questa specie presenta polipi dotati di sei tentacoli. Lo scheletro è ricoperto da un sottile strato di tessuto semitrasparente o biancastro, dal quale emergono i polipi, ciascuno con un diametro di circa un millimetro e tentacoli piuttosto corti. La morfologia è caratterizzata da ramificazioni irregolari, spesso rivolte verso l’alto o parzialmente pendenti, che mostrano numerose pinnule simmetriche e oblique, disposte prevalentemente su un unico piano nelle porzioni terminali. Biologia ed Ecologia Gli esemplari di questa specie sono considerati dei superorganismi, in quanto tutti i polipi della colonia sono interconnessi da un tessuto comune. Trattandosi di una specie che vive tipicamente in profondità e in condizioni di semioscurità, l'Antipathella subpinnata non sviluppa simbiosi con alghe microscopiche, a differenza dei coralli che popolano acque superficiali. La specie predilige substrati duri e rocce, con un intervallo batimetrico che va dai 50 metri fino a oltre i 500 metri di profondità, sebbene sia più comune incontrare colonie intorno ai 100 metri. Per quanto riguarda la riproduzione, i sessi sono generalmente distinti per ogni singola colonia. Una caratteristica peculiare di questa specie è la diversità morfologica legata alla fertilità: i polipi fertili assumono una colorazione rosata e si concentrano solitamente alle estremità delle ramificazioni, contrastando con i polipi sterili che rimangono bianchi. La fecondazione è esterna e lo sviluppo è influenzato dalla temperatura dell'acqua, che deve mantenersi idealmente tra i 10°C e i 20°C. Distribuzione La specie è ampiamente distribuita lungo le coste dell'Oceano Atlantico (Portogallo, Spagna, Francia, Regno Unito e Azzorre) e nell'Oceano Pacifico, in particolare presso la Nuova Zelanda. Nel Mar Mediterraneo rappresenta la specie di corallo nero più diffusa e si localizza in zone costiere caratterizzate da pareti ripide e fondali profondi. Nelle acque italiane è presente in diverse aree, sebbene risulti assente nello Stretto di Messina e nell'alto Mar Adriatico. Conservazione e Minacce Nonostante la specie mediterranea non abbia subito il prelievo intensivo per scopi ornamentali tipico delle specie americane, essa è soggetta a gravi rischi ambientali. Le principali minacce includono: Pesca a strascico: rappresenta il pericolo principale, poiché l'aratura dei fondali distrugge meccanicamente le colonie e l'habitat roccioso. Attività di pesca locale: le colonie possono essere accidentalmente rimosse dalle reti o danneggiate dai detriti degli scarti di pesca. Sensibilità termica: l'intervallo di temperatura limitato (10-20°C) rende la specie vulnerabile ai cambiamenti climatici e al riscaldamento delle masse d'acqua profonde. In fase di identificazione, l'Antipathella subpinnata può essere distinta da specie simili come la gorgonia Leptogorgia sarmentosa per via della colorazione dello scheletro e della fitta ramificazione terminale. In caso di esemplari degradati, i caratteri determinanti per il riconoscimento scientifico rimangono la distribuzione e la forma delle spine lungo l’asse scheletrico.
Antipathes Dichotoma
Antipathes Dichotoma
Descrizione La definizione di questa specie non è semplice; alcuni autori hanno condotto studi per identificare caratteri comuni tra gli esemplari rinvenuti sui fondali di diverse zone del Mar Mediterraneo. Gli esemplari di questo cnidario sono considerati più superorganismi che semplici colonie, poiché, come in altri coralli, tutti i polipi sono interconnessi da tessuto comune. I polipi di questo corallo possiedono sei tentacoli, una caratteristica che lo classifica nel gruppo degli esacoralli. Lo scheletro è di colore nero, presenta piccole spine in rilievo ed è composto da un materiale corneo che gli conferisce elasticità. Questo materiale è l'Antipatina, una scleroproteina non fibrosa, simile alla chitina che costituisce la cuticola degli insetti. Lo scheletro è ricoperto da un sottile strato di tessuto semitrasparente o biancastro, che talvolta permette di intravedere il colore dello scheletro sottostante. Dal tessuto emergono numerosi polipi dello stesso colore. Habitat La vita in profondità è la norma per questi organismi; anche questa specie predilige ambienti poco illuminati, vivendo immersa nella semioscurità.
Antipathes Gracilis
Antipathes Gracilis
Descrizione La definizione di questa specie di cnidario è strettamente legata al suo aspetto morfologico. Si tratta infatti di un organismo di ridotte dimensioni rispetto ad altri coralli neri, caratterizzato in particolare da rami molto sottili. Questa peculiarità rende l'individuazione dei piccoli esemplari sui fondali marini particolarmente difficile. Gli esemplari di Antipathes gracilis possono essere considerati superorganismi, piuttosto che semplici colonie, poiché, come in altri coralli, tutti i polipi sono strettamente interconnessi tra loro da un tessuto comune. I polipi di questo corallo possiedono sei tentacoli, una caratteristica che colloca la specie nel gruppo degli esacoralli. Lo scheletro di Antipathes gracilis è di colore nero e presenta piccole spine in rilievo. È costituito da un materiale corneo che gli conferisce notevole elasticità. Questo materiale è l'Antipatina, una scleroproteina non fibrosa, la cui composizione è simile alla chitina che forma la cuticola degli insetti. Aspetti Tassonomici Il nome scientifico accettato per questa specie è Antipathes gracilis (Gray, 1860). Tuttavia, in alcune pubblicazioni si può riscontrare la denominazione Antipathes gracilis fragilis. La presenza di solo Antipathes fragilis (Gravier, 1918) nelle Liste stilate dalla Società Italiana di Biologia Marina suggerisce che i due nomi siano da considerare in sinonimia.
Aphanius Fasciatus
Aphanius Fasciatus
Introduzione L'Aphanius fasciatus (Valenciennes, 1821), noto comunemente come nono, è un piccolo pesce ciprinodontide. La sua classificazione ha subito diverse revisioni; inizialmente inserita da Valenciennes nel genere Cyprinodon nel 1821, tale attribuzione fu presto contestata da Hubbs, il quale sosteneva che il genere Cyprinodon dovesse includere esclusivamente specie americane. Fu Nardo, nel 1827, a definire il nuovo genere Aphanius, al quale la specie è tuttora assegnata. Il genere Aphanius comprende nove specie di piccoli pesci, di cui sei sono esclusivamente dulcicole o interne, mentre tre, inclusa l'Aphanius fasciatus, mostrano affinità marine e vivono tipicamente in acque salmastre, come quelle lagunari, con la capacità di penetrare anche in mare. Il nome volgare nono è particolarmente diffuso nella Laguna Veneta, mentre in altre aree italiane sono utilizzati nomi locali differenti. Dal punto di vista evolutivo e biogeografico, l'Aphanius fasciatus e le specie affini sono considerati relitti della fauna mediterranea preesistente alla quasi totale evaporazione delle acque di questo mare, verificatasi nel Messiniano (Miocene finale). Questi pesci sarebbero sopravvissuti all'estinzione grazie alla loro capacità di adattarsi alle poche acque rimaste, sia dolci che ipersaline. Studi filogenetici condotti da Hrbek e Meyer nel 2003 su popolazioni di nono hanno indicato che gli esemplari di questa specie non hanno subito una variazione genetica significativa rispetto a specie simili dello stesso genere, con l'eccezione della popolazione del lago Bafa in Turchia, la cui segregazione si stima sia avvenuta circa 4 milioni di anni fa a seguito dell'isolamento del lago dal Mediterraneo. Descrizione L'Aphanius fasciatus presenta uno spiccato dimorfismo sessuale, evidente sia nella taglia che nella livrea. Le femmine sono generalmente più grandi dei maschi, i quali mostrano colorazioni più vistose e complesse. Questo marcato dimorfismo ha storicamente portato a classificazioni errate; ad esempio, Valenciennes identificò i maschi come Cyprinodon fasciatus e le femmine come Cyprinodon calaritanus. Altri naturalisti, come Costa e Risso, assegnarono rispettivamente i nomi Lebias flava e Aphanius nanus ai maschi della specie. Questi piccoli pesci hanno un corpo piuttosto tozzo e leggermente depresso nell'area cefalica, che è anch'essa sviluppata. In generale, appaiono relativamente allungati e poco alti, con l'altezza massima inferiore alla lunghezza del capo. Il peduncolo caudale è ben sviluppato, corto e ampio in senso trasversale. Il corpo è compresso nell'area caudale e lateralmente, ricoperto da squame piuttosto grandi che si estendono anche sui pezzi opercolari, sopra la base della pinna caudale e nella regione sottorbitale. Il numero di squame che ricoprono la linea laterale, spesso poco visibile o assente in questa specie, è compreso tra 28 e 32. Gli occhi sono mediamente grandi, con un diametro che supera la lunghezza preorbitale e corrisponde a circa un terzo della lunghezza del capo. Subito dietro l'orbita si osserva un poro, seguito a brevissima distanza da un altro situato appena più in basso. L'apertura boccale nel nono è anteriore, si trova più o meno al centro del muso e supera le mascelle oblique e inclinate posteriormente verso il basso. La mandibola è prominente e mostra i premascellari protrattili. Entrambe le mascelle presentano da 12 a 16 denti disposti in una sola fila, dalla particolare forma a forchetta con tre punte. La punta centrale è un po' più grossa, sviluppata e sporgente rispetto alle due laterali, che sono parzialmente oblique e convergenti alla base. Le piccole narici sono appena visibili; quella anteriore è a forma di poro e si trova all'apice del muso, mentre quella posteriore è ovale e si trova sul lato dorsale del muso, leggermente indietro rispetto al margine anteriore dell'occhio. Le pinne dorsale e anale sono situate in posizione arretrata. La pinna dorsale è singola; nei maschi il punto anteriore di inserzione di questa pinna è più vicino all'apice del muso che al margine posteriore della coda. Nelle femmine, il punto anteriore di inserzione appare più o meno equidistante sia dall'apice del muso che dal margine posteriore della coda, o addirittura appena più vicino al margine posteriore. Nelle femmine, la pinna dorsale appare quindi più spostata posteriormente. I raggi che sorreggono queste pinne sono 11 nei maschi e 10 nelle femmine. La forma della pinna dorsale è curva, con i raggi inclinati posteriormente. Anche la pinna anale, situata ventralmente e più indietro rispetto alla dorsale, appare simile a quest'ultima o è solo un po' più piccola, ed è anch'essa inclinata posteriormente e con i raggi curvi. Talvolta, nei maschi, la parte distale della pinna anale ripiegata posteriormente può arrivare a lambire la base della pinna caudale, mentre nelle femmine rimane più distaccata. I raggi della pinna anale sono 11 nei maschi e 10 nelle femmine. La pinna caudale mostra una forma a paletta, con un margine arrotondato e libero. I raggi di questa pinna sono circa 26 nei maschi e 24 o 25 nelle femmine. Nei maschi, la parte posteriore delle pinne pettorali raggiunge o oltrepassa l'origine anteriore delle pinne ventrali, cosa che non avviene nelle femmine. I raggi delle pinne pettorali sono 15 o 16 nei maschi e 12 o 13 nelle femmine. Ancora solo nei maschi, le pinne ventrali, quando ripiegate posteriormente, finiscono per lambire o superare la zona di origine anteriore della pinna anale, mentre nelle femmine, anche a pinne ripiegate, esiste sempre uno spazio libero. Livrea La livrea di questi pesci è piuttosto particolareggiata e gli esemplari di entrambi i sessi mostrano bande trasversali ben visibili. I maschi mostrano un colore grigio verdastro o bluastro sul dorso e su tutti i fianchi, che talvolta sono appena più chiari e il colore dorsale può sfumare e schiarire nei fianchi bassi e nella parte più estrema del ventre. Questo colore appare interrotto ad intervalli regolari da circa 7-15 fasce più o meno strette e trasversali (verticali) di colore argento, giallognolo o azzurrognolo, che dal dorso raggiungono il ventre. L'iride appare giallo dorato e spesso anche l'opercolo, che può inoltre mostrare sfumature azzurrognole. La pinna dorsale nei maschi appare marginata anteriormente e superiormente di nero, e colorata con un bandeggio marrone e panna, talvolta maculata di giallo dorato. La pinna anale appare anch'essa bandeggiata di marrone e panna o marrone e azzurrognolo, con ampie zone giallo limone o giallo cromo. Anche le ventrali e la caudale sono spesso giallo cromo, ma quest'ultima può mostrare, oltre ad un colore aranciato, anche una banda scura, parallela al suo margine esterno, banda che compare solitamente solo in alcune popolazioni. Sono giallastre anche le pinne pettorali. Nelle differenti popolazioni il numero e la larghezza delle fasce verticali disposte sui fianchi può essere diverso, così come può esistere o meno la banda submarginale sulla pinna caudale. Le femmine mostrano una livrea molto meno appariscente e solo il dorso appare brunastro o verdastro, mentre i fianchi ed il ventre sono argentei. Dal dorso discendono sui fianchi chiari circa 11-17 bande sottili scure, più o meno marcate e spesso tratteggiate, concolori al dorso o anche nerastre, e trasversali (verticali). Queste linee possono apparire disposte sopra una linea che si trova talvolta al centro dei fianchi ed appare longitudinale e grigio scura. Queste linee non raggiungono né l'estremità del dorso né quella del ventre e alcune rimangono solo lungo i fianchi. In alcune rare femmine le linee in questione possono essere assenti. Nelle femmine l'occhio mostra un iride biancastro e ornato da una fine punteggiatura nerastra e un opercolo bianco argenteo. Tutte le pinne sono chiare, biancastre e semitrasparenti. In questa specie di pesci, i maschi sono più piccoli delle compagne e in generale si tratta sempre di pesci relativamente piccoli, che non superano praticamente quasi mai i 6-7 centimetri di lunghezza, con taglie più comuni che si attestano sui 5-5,5 centimetri di lunghezza. Il tempo necessario affinché una popolazione di questi pesci raddoppi il numero di individui appare piuttosto ridotto ed è stimato intorno ai 15 mesi. Specie simili e distinzione L'Aphanius fasciatus è praticamente inconfondibile nel suo areale principale. L'Aphanius iberus, l'altra specie mediterranea, ha un areale limitato alle coste iberiche e ben separato da quello del nono. In ogni caso, la femmina di A. iberus presenta delle punteggiature scure ben evidenti sui fianchi e non linee come quelle presenti sui fianchi della femmina del nono. Il maschio di A. iberus mostra la colorazione chiara ventrale anteriore che dal centro del ventre sale sino a metà dell'occhio e una serie di bande chiare, sottili ed irregolari, che attraversano verticalmente la livrea scura dei fianchi posteriori e che si estendono anche sulla pinna caudale. Nel Bacino Orientale del Mediterraneo si trova l'Aphanius dispar, che potrebbe confondersi con l'Aphanius fasciatus. In questa specie i maschi hanno grandi pinne dorsali e anali e sui fianchi bande azzurrognole verticali sottili che, soprattutto nella parte anteriore del corpo, si frammentano a formare linee e punti che si estendono anche orizzontalmente. In molti esemplari esistono solo le punteggiature e le piccole linee. La pinna caudale appare grande e sub triangolare, con due o più ampie bande nerastre ben evidenti. Le femmine appaiono invece molto più simili a quelle del nono, ma hanno le linee verticali più lunghe, mediamente più numerose e meno interrotte. Habitat ed Ecologia L'Aphanius fasciatus sembra preferire le acque salmastre, dove vivono anche altre specie come i cefali, ma sopporta condizioni di forte evaporazione delle acque ed è particolarmente eurialina, riuscendo a vivere sia nelle acque dolci che in quelle marine, e addirittura in acque sature di sale, sino a concentrazioni superiori di quattro volte rispetto a quelle delle acque marine. Condizioni di ipersalinità di questo tipo si registrano di fatto solo nelle saline; ad esempio, nella salina di Margherita di Savoia sono stati osservati esemplari di nono in vasche dove la concentrazione dei sali marini aveva già raggiunto e superato 100 ppt di salinità. Ad El Agheila in Libia, questo pesce sopporta acque che sgorgano da sorgenti calde, inospitali per altre specie di pesci a causa dei livelli elevati di solfato di calcio e acido solfidrico. Oltre a sopportare sbalzi di salinità, il nono tollera ampi sbalzi di temperatura, come quelli che si registrano nelle piccole raccolte d'acqua sottoposte ad irraggiamento solare. Questa sua caratteristica è sfruttata negli acquari, dove può essere tenuto in acque con temperature molto diverse, comprese tra i 2 e i 30 gradi centigradi. In natura, ad esempio nella Laguna di Messolongi in Grecia, gli esemplari di nono dimostrano di resistere a picchi giornalieri di temperatura delle acque che possono raggiungere i 40°C, temperature che si riducono però durante la notte e le ore meno assolate. La resistenza del nono si estende anche a basse concentrazioni di ossigeno disciolto. Altri fattori variabili, valutati per il mantenimento in cattività di questo pesce, sono il pH, sopportato tra 7,5 e 9, e la durezza dell'acqua, che può variare tra 180 e 540 ppm. Nelle acque delle saline, i noni possono formare branchi anche molto raggruppati e con un gran numero di esemplari raccolti in spazi ridotti. In questo caso, i branchi sono formati in maggioranza da femmine, circa il 75% del totale, mentre il restante 25% è rappresentato da maschi. La specie è comunque gregaria e i branchi compatti si trovano proprio in prossimità delle rive o appena sotto di esse. Le maggiori diffusioni di questi pesci sono state registrate nei canneti e comunque dove esistono coperture vegetali del fondo e piante semisommerse, che offrono probabilmente ai piccoli pesci una maggiore protezione e sicurezza. Pur stazionando in acque calme, sembra che il nono, dagli specchi acquei abitati comunemente (stagni e lagune), si spinga anche all'interno dei fiumi e dei canali, risalendoli e nuotando sino a discrete distanze dalla foce dei corsi d'acqua. Questi piccoli pesci frequentano bassissimi fondali, prediligendo quelli ricchi di vegetazione, ampi e orizzontali. I giovani rimangono nelle vicinanze della costa degli stagni e nelle estremità chiuse dei canali delle saline, dove nuotano in appena qualche centimetro di acqua. Gli esemplari maturi e adulti frequentano preferibilmente lagune molto saline e comunicanti con il mare, con bassi fondali ricchi di alghe verdi. A qualunque stadio di sviluppo, questi pesci prediligono acque ferme o mosse da lievissime correnti, come quelle già indicate di lagune e stagni, ma anche laghetti, terreni allagati dalle maree (barene) e bassi canali, con fondi ricchi di alghe spesso filamentose. Areale di distribuzione L'areale dell'Aphanius fasciatus comprende le coste (lagune, saline, laghi costieri) e le acque interne dei corsi d'acqua (foci, estuari, tratti di fiumi anche lunghi) presenti nel Bacino del Mediterraneo. Lungo la costa africana e asiatica, l'areale va dalla laguna costiera di Mar Chica, in Marocco, sino alle coste turche, passando per le coste di Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Libano, Israele e Siria. L'areale comprende anche le coste di Cipro e di molte altre isole mediterranee, nonché il Canale di Suez. In questa zona, la popolazione che vive nel Lago Bafa in Turchia appare particolarmente preziosa per la sua unicità genetica, dove si assiste anche a un aumento della concentrazione dei sali dell'acqua, che sta diventando gradualmente salina. Invece, nelle acque presenti nell'oasi egiziana di Siwa, il nono vive insieme all'altra specie simile Aphanius dispar. L'areale continua dalle coste meridionali del Mar di Marmara, lungo tutte le coste della Grecia e delle grandi isole greche, come quelle di Candia, sino a quelle dei paesi dell'ex Jugoslavia e dell'Albania. In Italia la specie è segnalata in tutte le regioni costiere e nelle isole, nonché in tratti di molti fiumi e quindi anche in regioni interne che non hanno sbocchi al mare. La presenza in Italia, come in altre nazioni mediterranee, non appare continua ma frammentata e spesso limitata a zone dove esistono gli habitat ideali per questa specie, come in Maremma, nel Lago di Lesina, nelle lagune costiere di Orbetello e del Circeo e nel Lago di Varano nel Gargano. Altri habitat ideali sfruttati dal nono si trovano nelle Saline di Cervia, in Emilia Romagna, in quelle di Tarquinia, nel Lazio, e in quelle di Margherita di Savoia in Puglia. Nelle lagune costiere del Po attualmente le popolazioni sembrano essere abbondanti. Oltre l'Italia, l'areale continua in Francia, sino alla regione di Nizza. Il nono è invece considerato ormai estinto nella fascia di costa compresa tra Marsiglia e Montpellier e mostra un areale disgiunto tra Tarragona e Peñíscola in Spagna. Questo pesce è quindi quasi totalmente assente nella Penisola Iberica e anche a Creta. Riproduzione Le femmine di nono sono di solito mature sessualmente quando mostrano una lunghezza compresa tra 3,7 e 3,9 centimetri. Il tempo necessario agli esemplari di entrambi i sessi per raggiungere la maturità sessuale è compreso tra i 7 ed i 12 mesi dalla nascita. Il periodo riproduttivo o di fregola non è uguale in tutto l'areale di questo pesce e varia soprattutto in ragione della latitudine e delle condizioni climatiche. In ogni caso il nono è policiclico ed effettua deposizioni successive, intervallate anche da mesi di non deposizione. La riproduzione nelle acque italiane avviene da metà marzo e si protrae sino a tutto maggio o anche sino ai primi di giugno. Nelle acque corse (Francia), la riproduzione si verifica da aprile a settembre, mentre in quelle greche da aprile a luglio. Le zone prescelte per l'accoppiamento si trovano principalmente nei canali delle saline. Prima dell'accoppiamento il maschio effettua una sorta di danza rituale allo scopo di separare la femmina dagli altri componenti del branco di piccoli pesci del quale fa parte. Durante una stagione riproduttiva, la femmina depone in media 200 uova. In questa specie, pertanto, la fecondità è relativamente bassa. Le uova prodotte da questi pesci possiedono filamenti e vengono deposte in piccoli mucchietti costituiti da 7-8 di esse. La deposizione viene effettuata dalla femmina direttamente sui fondali ricoperti di alghe, o comunque di vegetazione. Le uova sono adesive ed i gruppi di uova liberati dalle femmine finiscono per aderire a materiale vegetale o al fondale, dove vengono fecondati dai maschi. Lo sviluppo dell'embrione all'interno dell'uovo dura numerosi giorni; generalmente da 10 a 14. Alla nascita i piccoli misurano tra i 4 ed i 4,5 millimetri di lunghezza. Durante lo sviluppo, qualche tempo dopo la nascita e superata la lunghezza di 26 millimetri, gli avannotti iniziano a mostrare caratteri femminili o maschili. I giovani esemplari vivono anch'essi gregari, in gruppi formati da numerosi esemplari. Da osservazioni in acquario si è visto che le femmine, durante il loro periodo riproduttivo, depositano le uova ad intervalli, mentre i maschi tendono a definire una territorialità temporale, individuando un territorio da difendere contro altri maschi, rendendolo interessante per le femmine affinché le stesse possano deporvi le uova. Si è visto anche che i pesci appartenenti a questo genere tendono a cibarsi delle uova deposte, almeno in acquario. Alimentazione Viste le loro dimensioni, i noni si cibano di piccole prede, costituite soprattutto da piccoli invertebrati e da organismi planctonici, ma anche di detrito organico. Tra gli organismi planctonici si trovano soprattutto piccoli crostacei, come le dafnie e le artemie saline, e molluschi gasteropodi. Tra gli invertebrati, i noni sembrano prediligere larve di insetti e tra queste prevalentemente quelle di ditteri come le zanzare. Per questo motivo questi pesci vengono considerati relativamente importanti per effettuare il contenimento dei ditteri ematofagi. Conservazione e Minacce Nonostante la grande resistenza a condizioni ambientali estreme, i noni possono essere soggetti a malattie virali e batteriche e possono essere parassitati da crostacei, protozoi, e da vermi, come nematodi e cestodi. Dato il loro ambiente di vita, possono finire vittima di pesci predatori, ma anche di uccelli che li possono scorgere dall'alto. Secondo l'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), lo status di questa specie viene considerato "Least Concern" (poco preoccupante). La definizione risale all'anno 2006; in precedenza, nel 1996, lo status non era stato definito per mancanza di dati. Esistono comunque valutazioni locali dello stato di questa specie, simili a quella generale per i paesi europei (2006) e per l'Africa Settentrionale (2010), e per le acque italiane (2013). Questa specie è stata elencata all'interno dell'allegato II della Direttiva Habitat, emanata dall'Unione Europea. Il Nono è stato considerato anche durante la stesura della Convenzione di Berna, dove appare elencato negli allegati II e III. Per quel che riguarda l'Italia, la specie è stata inclusa nel Piano di Azione Generale per la Conservazione dei Pesci d'Acqua Dolce Italiani. Dalle valutazioni precedenti si evince che il nono è un pesce abbastanza distribuito nel suo areale, spesso anche abbondante, che non è soggetto a minacce diffuse. È più probabile quindi che possa essere minacciato a livello locale. In diverse zone, infatti, alcune popolazioni hanno subito l'estinzione, soprattutto a causa di: La distruzione del loro habitat, provocata da bonifiche, prelievi idrici o gravi inquinamenti (ad esempio, eutrofizzazione). L'introduzione di pesci simili ma alloctoni, come quelli del genere Gambusia o della specie Fundulus heteroclitus, che competono e infastidiscono le popolazioni di noni, rappresentando una specie autoctona. Anche in Italia si registra un declino e una frammentazione a livello locale, particolarmente grave per il fatto che in alcune aree esistono popolazioni geneticamente differenziate che necessiterebbero di una tutela puntuale per evitarne l'estinzione. Ad esempio, in Sicilia dal 30% al 40% delle popolazioni originarie di questi pesci sono ormai scomparse, portando alla perdita di caratteristiche genetiche uniche. Una delle estinzioni locali italiane è avvenuta nelle Marche, dove la specie era stata segnalata sino al 1990 lungo il corso del Fiume Foglia. L'antropizzazione delle coste, l'inquinamento, l'eutrofizzazione ed il degrado in generale, che sono attivi lungo molte fasce costiere, potranno portare a un peggioramento delle condizioni dello status di questi pesci. Le carni di questi piccoli pesci, sebbene ritenute velenose per qualche tempo, oggi si sa che non lo sono, anche se rimangono scadenti e amare e quindi senza interesse economico. Nelle zone dove era piuttosto abbondante, il nono veniva catturato ed utilizzato come concime ricco di fosforo. Vista la bellezza della livrea, soprattutto di quella maschile, gli esemplari di nono venivano anche catturati e commerciati per essere venduti agli acquariofili come specie ornamentale. In ogni caso la cattura degli esemplari può essere effettuata con coppi o retini a mano o anche con piccole nasse. Per le dimensioni e la carne immangiabile, la specie non viene considerata né dai pescatori professionisti né da quelli ricreativi. Anche se molti studiosi sospettano o prendono atto del declino della specie, la situazione del nono resta ancora poco preoccupante, ma occorre prestarvi attenzione per limitare la causa principale di scomparsa della specie, ossia il degrado degli habitat, capace di provocare in poco tempo l'estinzione di questi pesci.
Aphanius Iberus
Aphanius Iberus
Introduzione e Classificazione Il nono iberico o nono spagnolo (Aphanius iberus) è una specie endemica della Penisola Iberica e rappresenta una delle specie di vertebrati maggiormente minacciate di estinzione nella regione. La sua classificazione ha una storia complessa: Nardo definì nel 1827 il genere Aphanius, al quale fa riferimento anche la specie qui descritta. L’inserimento di questa specie nel genere Cyprinodon, effettuata da Valenciennes nel 1846, fu messa in discussione da Hubbs, che riteneva tale genere dovesse comprendere solo specie americane. L'attribuzione definitiva ad Aphanius iberus si consolidò successivamente, riflettendo la corretta collocazione tassonomica. Il genere Aphanius comprende nove specie di piccoli pesci, distribuite nelle acque dolci e salate dell'area mediterranea e del Medio Oriente. Di queste, sei sono esclusivamente dulciacquicole o di acque interne, mentre tre mostrano affinità marina, abitando tipicamente acque salmastre come le lagune, ma potendo penetrare anche in mare. Tra le specie ad affinità marina, oltre ad Aphanius iberus, si trovano Aphanius dispar (limitato al Mediterraneo orientale, acque mediorientali e mari arabi) e Aphanius fasciatus (diffuso in tutto il Mediterraneo, ad eccezione della Penisola Iberica, dove compare solo in una piccola area). Dal punto di vista evolutivo e biogeografico, il nono iberico e gli altri pesci del genere Aphanius sono considerati specie relitte, sopravvissute all'evaporazione quasi totale delle acque del Mediterraneo avvenuta nel Messiniano (Miocene finale), rifugiandosi nelle poche acque residue, sia dolci che salmastre. Recenti studi hanno portato alla distinzione di specie simili. Nel 2002, nel sud-ovest della Penisola Iberica, è stato identificato il nono andaluso (Aphanius baeticus), presente lungo le coste atlantiche oltre Gibilterra, non mediterraneo e con un areale geografico ridotto e separato. La sua classificazione, basata su evidenze morfometriche e genetiche, ha dimostrato l'isolamento genetico tra le popolazioni di Aphanius iberus e Aphanius baeticus. Un altro nono, derivante dallo stesso ceppo e differenziatosi circa 5 milioni di anni fa, è il nono del Sahara (Aphanius saourensis), classificato nel 2006 e rinvenuto in un'area interna del deserto algerino. Descrizione Fisica Il nono iberico presenta un corpo oblungo e piuttosto tozzo, ma comunque sviluppato in lunghezza, con pinne arrotondate. Il corpo, non eccessivamente alto, appare leggermente depresso nell'area cefalica, che è altresì sviluppata, e compresso nella parte caudale. Il peduncolo caudale è ben sviluppato, corto e trasversalmente ampio. Il corpo è leggermente compresso lateralmente e ricoperto da squame piuttosto grandi, che si estendono anche sui pezzi opercolari e sopra la base della pinna caudale. Le squame lungo la linea laterale, peraltro poco visibile, sono in numero compreso tra 20 e 26. Gli occhi sono relativamente grandi e l'apertura boccale è anteriore, situata più o meno al centro del muso, con mascelle oblique e inclinate posteriormente verso il basso. La mandibola è prominente e i premascellari sono protrattili. Entrambe le mascelle sono dentate, ciascuna con una singola serie di denti a tre cuspidi. Le pinne dorsale e anale sono situate in posizione arretrata sul corpo. La pinna dorsale è singola e nei maschi la sua origine anteriore si trova ben oltre la parte centrale del corpo, apparendo spostata posteriormente. Nelle femmine, il punto di inserzione anteriore di questa pinna è più o meno equidistante dall'apice del muso e dal margine posteriore della coda, ma spesso più vicino al margine posteriore della pinna caudale, risultando quindi anch'essa spostata posteriormente. I raggi di queste pinne, ramificati, variano da 9 a 11. La pinna dorsale ha una forma leggermente curva con raggi inclinati posteriormente. La pinna anale, ventrale e posteriore rispetto alla dorsale, è simile o leggermente più piccola, anch'essa inclinata posteriormente e con raggi appena curvi. Sia nei maschi che nelle femmine, le pinne dorsale e anale rimangono staccate dalla caudale. I raggi della pinna anale sono compresi tra 9 e 11. La pinna caudale ha una forma a paletta, con un margine arrotondato e libero. Dimorfismo Sessuale Il dimorfismo sessuale è particolarmente evidente. Oltre alle differenze nella posizione e dimensione delle pinne, la livrea è distintiva. Maschi: Mostrano una livrea con tonalità di fondo marrone rossastra o giallastra anteriormente, che sfuma in un blu scuro nerastro posteriormente. Presentano numerose linee trasversali (verticali) e finissime punteggiature chiare e bianco-azzurrognole. Sulla pinna caudale si osservano bandeggi paralleli blu scuro nerastri che si alternano a colori chiari e semitrasparenti. Le pinne dorsale e anale possono mostrare bandeggi simili, ma più frequentemente una macchia scura basale e una banda scura vicino al margine. Durante il periodo riproduttivo, i maschi sfoggiano colori più intensi. Nei maschi, la parte posteriore delle pinne pettorali raggiunge o supera l'origine anteriore delle pinne ventrali, e le pinne ventrali ripiegate posteriormente possono lambire o superare l'origine anteriore della pinna anale. Femmine: Appaiono di colore chiaro, bianco-argento, con una colorazione dorsale generalmente più scura (marroncina o verdastra). Lungo i fianchi, soprattutto nella parte posteriore, sono presenti numerose macchie scure (marrone scuro), distribuite irregolarmente, miste a macchie più chiare e meno evidenti, che conferiscono un aspetto "a pois". In alcune popolazioni, come quelle della Murcia, le femmine possono invece mostrare piccole e brevi linee verticali scure. Le pinne delle femmine sono trasparenti. A differenza dei maschi, nelle femmine la parte posteriore delle pinne pettorali non raggiunge l'origine anteriore delle pinne ventrali, e un evidente spazio libero rimane tra le pinne ventrali ripiegate e l'origine della pinna anale. Dimensioni Il nono iberico è una specie di piccole dimensioni, generalmente non superando i 5 centimetri di lunghezza totale. In natura, sono più comuni esemplari lunghi tra 4 e 5 centimetri. A parità di età, le femmine tendono ad essere più lunghe e più massicce dei maschi. Habitat ed Ecologia Questi piccoli pesci prediligono fondali bassi o bassissimi, formando piccoli gruppi che stazionano sopra la vegetazione subacquea, spesso passando inosservati. Gli ambienti che colonizzano sono prevalentemente raccolte d'acqua costiere, quali stagni, paludi, estuari, foci, lagune, canali di irrigazione e saline. Sono particolarmente comuni nelle lagune salmastre. Aphanius iberus è una specie eurialina ed euriterma, il che significa che è in grado di vivere sia in acque dolci che in acque molto più salate del mare, come quelle delle saline, e di sopportare un ampio intervallo di temperature. Nel suo areale naturale, vive in acque con temperature che variano tra 10°C e 32°C. Studi in acquario suggeriscono una tolleranza a temperature ancora più estese, da 2°C a 30°C. Il pH delle acque in cui è stato osservato varia tra 6,5 e 7,5, con alcuni dati che indicano una possibile resistenza fino a pH 9 in acquario, sebbene questo non sia un dato certo. La specie tollera anche una durezza dell'acqua molto variabile, compresa tra 180 e 540 ppm. Gli esemplari raggiungono la maturità riproduttiva a soli tre mesi dalla nascita, mostrando elevati tassi di crescita e riproduzione, con più deposizioni annuali. Queste caratteristiche rendono la specie potenzialmente robusta e resiliente, capace di riprendersi rapidamente in condizioni ambientali favorevoli e di tollerare lievi inquinamenti, specialmente in ambienti ad alto impatto antropico come le foci dei fiumi. La sua capacità di sopravvivere in condizioni estreme e mutevoli ha permesso alla specie di colonizzare ambienti particolari. Un fattore limitante è la breve durata della vita di questi pesci, che generalmente non supera i due anni. Riproduzione Il periodo riproduttivo del nono iberico si estende generalmente da aprile a settembre, sebbene possa variare a seconda dell'area geografica (ad esempio, da aprile a ottobre nella Murcia e da maggio ad agosto nel Delta dell'Ebro, dove le acque sono più fredde). Prima dell'accoppiamento, il maschio esegue un rituale di corteggiamento per attrarre le femmine, mostrando una livrea dai colori più intensi. In questa fase, i maschi sono territoriali e difendono piccole aree riproduttive da altri maschi attraverso combattimenti ritualizzati. Le femmine depongono le uova a intervalli, solitamente 2 o 3 volte per stagione. Al termine della stagione riproduttiva, ogni femmina può produrre da cento a quasi 900 uova complessivamente. Le uova vengono deposte singolarmente o in piccoli gruppi, aderendo ad alghe o piante acquatiche tramite minuscoli filamenti adesivi. La schiusa avviene tra otto e dieci giorni dopo la deposizione. La crescita degli avannotti è rapida, tanto che gli individui nati ad aprile possono riprodursi già a giugno, pur non avendo ancora raggiunto i tre mesi di età. Questa elevata efficienza riproduttiva è però controbilanciata dalla mortalità di molti adulti dopo l'accoppiamento o la deposizione delle uova. Alimentazione Il nono iberico è una specie onnivora, nutrendosi sia di organismi animali che vegetali, oltre che di detriti organici presenti sul fondo. I giovani predano piccoli organismi dello zooplancton. Gli adulti si alimentano comunemente di piccoli insetti e le loro larve, vermi e crostacei. Dal punto di vista vegetale, possono integrare la dieta con frammenti di talli algali o altro materiale vegetale. È preda di pesci più grandi introdotti nelle acque iberiche, come il persico trota (Micropterus salmoides) e il pesce "seme di zucca" (Lepomis gibbosus). Areale e Distribuzione L'areale naturale di Aphanius iberus è ristretto alla costa mediterranea della Penisola Iberica. La fascia costiera si estende dalle aree umide dell'Alto Empordà (Aiguamolls de l'Empordà) fino alla Laguna di Adra, vicino ad Almería. A seguito di un drastico ridimensionamento causato dalle attività antropiche, la specie è ora presente in popolazioni residue, geograficamente isolate. Le principali località dove la specie è ancora segnalata includono: Tratto centrale e piana alluvionale del Fiume Segura Albanilla nel Rio Chícamo Zone umide in prossimità del Mar Menor Fiume Vinalopó e Salina de Santa Pola (Alicante) Albufera di Adra e Fiume Adra Parco Naturale del Delta dell'Ebro e zona di Tarragona Aree umide della Comunità Valenciana, in particolare il Parco Naturale di El Hondo Albufera di Valencia con le "sorgenti" e il Marjal de Pego-Oliva Le regioni iberiche in cui la specie è ancora presente sono la Catalogna, la Murcia e la Comunità Valenciana, con circa una ventina di popolazioni superstiti isolate. Un areale precedentemente segnalato lungo le coste francesi sudoccidentali è ora considerato estinto, con la possibilità che si trattasse in realtà di popolazioni di Aphanius fasciatus. Stato di Conservazione e Minacce L'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) ha classificato Aphanius iberus come "In Pericolo di Estinzione" (Endangered) nella valutazione del 2006, una condizione che riflette quanto riportato nel "Libro Rosso" dei vertebrati di Spagna. Precedentemente, nel 1994, era stato considerato "In Via di Estinzione". Il nono iberico è incluso negli allegati II e III della Convenzione di Berna e nell'allegato II della Direttiva Habitat. In Spagna, è inserito nel catalogo nazionale delle specie minacciate come "In Pericolo" ed è specificamente protetto dalla Comunità Valenciana attraverso il D. Lgs 265/94. Il declino della specie è attribuito principalmente a una serie di azioni antropiche che impattano negativamente sui suoi habitat: Distruzione degli habitat: Causata principalmente da attività turistiche e nuova urbanizzazione. Inquinamento delle acque: Derivante da rifiuti agricoli e urbani. Prosciugamento e essiccamento: Degli stagni e dei canali di irrigazione, anche a seguito di periodi di siccità. Prelievo di esemplari: A scopo ornamentale per il commercio acquariofilo (anche se raccolta e commercio in natura sono ora vietati). Trattamenti antialghe: Uso di prodotti chimici tossici come il solfato di rame. Eutrofizzazione: Di aree lagunari. Introduzione di specie alloctone invasive: Questa è una delle cause principali. L'introduzione di specie esotiche, iniziata intorno al 1921 per il controllo delle zanzare (es. Gambusia affinis, Gambusia holbrooki, Fundulus heteroclitus), ha causato una forte competizione con il nono iberico, portandolo all'estinzione in molte aree d'acqua dolce. Fortunatamente, queste specie alloctone non sopravvivono in acque altamente saline, un fattore che ha consentito al nono iberico di persistere in ambienti salmastri o ipersalini, sebbene in areali ristretti. Altre specie introdotte, come la spigola del Mar Nero e il granchio americano, rappresentano minacce come predatori. Le stime indicano che il nono iberico ha subito un calo di popolazione del 50% nei primi 10-15 anni del 2000. L'areale occupato è attualmente frammentato e ridotto a meno di 500 km². Nonostante il declino prosegua con la scomparsa di piccole sottopopolazioni, esistono programmi di reintroduzione da allevamenti, in particolare per le popolazioni gravemente danneggiate nella Spagna sudorientale. Sebbene la minaccia delle specie alloctone si sia stabilizzata confinando il nono iberico in acque dove queste non possono prosperare, il rischio di degrado degli habitat dovuto a molteplici attività antropiche rimane grave e non deve essere sottovalutato. Specie Simili Il nono iberico può essere confuso con altre specie del genere Aphanius, sebbene presenti caratteristiche distintive: Nono comune (Aphanius fasciatus): L'areale è generalmente separato, sovrapponendosi solo in una piccola area a ovest di Tarragona. Femmine di A. iberus: Presentano punteggiature scure evidenti sui fianchi. Femmine di A. fasciatus: Mostrano linee sui fianchi. Maschi di A. iberus: Hanno una colorazione ventrale anteriore chiara che sale fino a metà dell'occhio; bande verticali sui fianchi sono numerose, sottili e irregolari, estendendosi sulla pinna caudale che appare a strisce biancastre (bianco-azzurre) e nere. Maschi di A. fasciatus: Mostrano una colorazione scura che raggiunge maggiormente il ventre; le bande chiare verticali sui fianchi sono più spesse e in numero minore. Nono arabo (Aphanius dispar): Presente nel Bacino Orientale del Mediterraneo. Maschi: Possiedono grandi pinne dorsali e anali, e bande azzurrognole verticali sottili sui fianchi che si frammentano in linee e punti anche orizzontali, specialmente nella parte anteriore del corpo. Molti esemplari hanno solo punteggiature e piccole linee. La pinna caudale è grande, subtriangolare, con due o più ampie bande nerastre. Femmine: Simili a quelle di A. fasciatus, con lunghe linee verticali sui fianchi. Nono del Sahara (Aphanius saourensis): Vive solo in acque interne desertiche. Maschi: Screziati, senza bande verticali. Femmine: Non punteggiate, con un punto nero sul peduncolo caudale. Nono andaluso (Aphanius baeticus): Molto simile a A. iberus, ma più allungato e con muso ridotto, con areale distinto (coste atlantiche oltre Gibilterra). Maschi: Colorazione di base marrone, pinna caudale nera e azzurrognola a bande. Pinne dorsali e anali azzurrognole alla base e bordate di nero all'apice. Femmine: Simili a quelle di A. iberus, ma con alcuni "pois" ben più grandi sul peduncolo caudale e pochi altri sui fianchi, o semplicemente una linea spessa tratteggiata al centro dei fianchi.
Aplysina Aerophoba
Aplysina Aerophoba
Questo porifero, chiamato volgarmente verongia annerente, sembra quasi sostituire la congenere Aplysina cavernicola, nelle zone dove quest’ultima, che rifugge la luce, non riesce a sopravvivere. Si incontra infatti da pochi ad una decina di metri di profondità e vive su fondali mediamente illuminati, in particolare tra i rizomi della prateria di posidonia, tra le alghe fotofile (che amano la luce) o anche nei fondali misti con sabbia e ciottoli. Come molti organismi che vivono nella zona prossima alla superficie anche questo porifero vive in simbiosi con alghe azzurre. Aplysina aerophoba ha l’spetto di un aggregato compatto di strutture cilindriche o meglio digitiformi (diametro 1-2 cm e lunghezza 3-8 cm), riunite alla base da uno strato comune, che presentano un’apertura all’apice (osculo) situata al centro di una leggera depressione. Talvolta l’aspetto appare meno regolare anche rispetto a quello di esemplari della congenere Aplysina cavernicola. In generale questo porifero mostra spesso anastomosi tra la parte centrale di una struttura digitiforme ed un’altra. Poriferi Aplysina aerophoba (Schmidt, 1862) regno animale fam. Aplysinidae Fonte immagine foto R. Pronzato Fonte immagine foto R. Pronzato Negli esemplari giovani, le strutture digitiformi appaiono saldate tra loro anche nelle parti vicine all’apice, con il risultato di mostrare un aspetto più tozzo. In questo caso, però, sul porifero si osservano molte estroflessioni che tendono ad allungarsi per originare probabilmente nuove strutture cilindriche. La superficie di Aplysina aerophoba mostra un colore giallo sporco o giallo verdastro ed appare piuttosto rugosa. Su di essa i conuli sono spesso evidenti anche se piccoli. Il suo scheletro è costituito da fibre di spongina, spesso con midollo centrale, che costituiscono anche le protuberanze (conuli), ma manca di inclusioni e spicole. All’aria, frammenti di questa specie anneriscono gradualmente, passando prima per una tonalità azzurro verdastra. La causa di questo viraggio risiede in cellule particolari, gli amebociti, che contengono un pigmento che si modifica quando viene a contatto con l’ossigeno. Alcune ricerche di laboratorio, inoltre, sembra abbiano dimostrato che questo porifero, insieme ad Aplysina cavernicola, possiede particolari proprietà antibatteriche. Il motivo è legato al fatto che i tessuti contengono sostanze tossiche, tra cui composti costituiti da Bromo e Zolfo, che renderebbero anche questi poriferi immangiabili e velenosi per molti organismi marini. Nonostante la tossicità, costituisce uno dei principali alimenti della ciprea mediterranea (Luria lurida). I grossi esemplari che appartengono a questa specie possono ricoprire anche un’area di 40-60 cm di diametro, ma generalmente ricoprono spazi di appena qualche decimetro. Attenzione la scheda potrebbe contenere lievi inesattezze o imprecisioni in quanto non è stata ancora controllata da un esperto dello specifico gruppo sistematico cui appartiene la specie descritta. Questo porifero si riproduce sessualmente attraverso la produzione di propaguli, ossia piccoli prolungamenti delle digitazioni, a forma di goccia. Questi, che rimangono uniti alle digitazioni tramite un sottilissimo peduncolo, ad un certo punto si distaccano e possono cadere sul fondale originando un nuovo porifero. Aplysina aerophoba è una specie tipicamente mediterranea che in Italia è segnalata lungo le coste di tutte le regioni costiere. Si ritrova anche lungo le coste del Mediterraneo, ad esempio in Croazia, Grecia e nel Mar Egeo, Francia, Spagna, Algeria e Tunisia. Fuori dal Mediterraneo esistono segnalazioni relative al Golfo del Messico, a capo Verde, alle Isole di Madera, alle Isole Azzorre e Canarie e all’Africa Occidentale. Si tratta di una specie facilmente determinabile, anche se può essere confusa con Aplysina cavernicola. Gli habitat nei quali si sviluppano le due specie appartenenti allo stesso genere sono però differenti. Aplysina aerophoba mostra talvolta le digitazioni cilindriche più angolate, ed anche frequenti anastomosi intermedie tra un cilindro e l’altro. In alcuni grossi esemplari di questa specie, le anastomosi collegano strutture cilindriche anche piuttosto distanti tra loro.
Aplysina Cavernicola
Aplysina Cavernicola
Tra gli organismi che colonizzano le grotte e gli anfratti semioscuri, vi sono anche molte specie di spugne. Una delle più comuni è questa, chiamata volgarmente verongia cavernicola, che comunque si osserva diffusamente anche nelle aree più ombreggiate delle scogliere sommerse a strapiombo, generalmente oltre i venti metri di profondità, dove si sviluppa la biocenosi coralligena. In zone più superficiali è rara, ed essendo specie che rifugge la luce si ritrova esclusivamente in grotte. A basse profondità, però, può risentire degli aumenti anomali della temperatura del mare. Il riscaldamento delle acque marine ha infatti causato estese morie di esemplari appartenenti a questa specie. Questo fenomeno è stato osservato in molte zone ed oggi sembra che il limite superiore dell’areale di questa spugna si sia abbassato di circa 5 metri. Oltre che nel coralligeno, Aplysina cavernicola si ritrova anche su relitti, a dimostrare la vitalità di questa specie comunque capace di colonizzare nuovi habitat seppur artificiali. Questo porifero, illuminato dalla luce artificiale, appare giallo e si mostra come un agglomerato di strutture cilindriche o meglio digitiformi (diametro 2-3 [cm] ed eccezionalmente 3-4 [cm] e lunghezza 4-7 ed eccezionalmente 10-15 [cm]), Poriferi Aplysina cavernicola (Vacelet, 1959) regno animale fam. Aplysinidae Fonte immagine foto L.Capurro Fonte immagine foto S. Bava che presentano un’apertura all’apice (osculo) situata al centro di una leggera depressione. Sovente alcuni cilindri sono saldati totalmente o parzialmente tra loro, a partire dalla base sino ad altezze diverse. Le strutture cilindriche sono legate alla base da uno strato comune, che può apparire uniforme e incrostante sulle rocce o, talvolta, costituito da congiungimenti basali tra un cilindro e l’altro, che lasciano intravedere la roccia ed altri organismi minori che colonizzano il fondale. Spesso gli esemplari si sviluppano a “testa in giù” sotto gli anfratti sporgenti. Ad uno sguardo ravvicinato, la superficie di questo porifero, di un bel colore giallo chiaro, mostra conuli abbastanza sviluppati e ravvicinati, mentre ad uno sguardo meno dettagliato, la superficie dell’organismo può apparire liscia. Il suo scheletro è costituito da fibre di spongina che costituiscono e formano anche le protuberanze (conuli), ma manca di spicole. All’aria, frammenti di questa o della specie simile, Aplysina aerophoba, anneriscono gradualmente. Alcune ricerche di laboratorio, inoltre, sembra abbiano dimostrato che questo porifero, insieme ad Aplysina aerophoba, possiede particolari proprietà antibatteriche. Il motivo è legato al fatto che i tessuti contengono sostanze tossiche, tra cui composti costituiti da Bromo e Zolfo, che renderebbero anche questi poriferi immangiabili e velenosi per molti organismi marini. Nonostante la tossicità, costituisce uno dei principali alimenti della ciprea mediterranea (Luria lurida). Fonte immagine foto di M. CalabreseFonte immagine foto di R. Pronzato I grossi esemplari che appartengono a questa specie possono ricoprire anche un’area di 30-50 cm di diametro. Le digitazioni possono svilupparsi sia verso l’alto che verso il basso (quando il porifero cresce a “testa in giù“, e talvolta lo stesso esemplare mostra numerose digitazioni disposte in diverse direzioni, soprattutto quando ricopre spuntoni di roccia. Questo porifero si riproduce asessualmente attraverso la produzione di propaguli, ossia piccoli prolungamenti delle digitazioni a forma di goccia. Questi, che rimangono uniti alle digitazioni tramite un sottilissimo peduncolo, ad un certo punto si distaccano e possono cadere sul fondale originando un nuovo porifero. Tra le curiosità va detto che lungo le Coste Atlantiche si osservano esemplari ricchissimi di propaguli, mentre nel Mediterraneo i propaguli vengono prodotti comunque, ma in misura molto minore. Aplysina cavernicola è una specie tipicamente mediterranea che in Italia è segnalata sporadicamente lungo le coste di tutte le regioni costiere, ma sembra mancare lungo le coste ioniche È segnalata lungo le coste del Mediterraneo Orientale, come in Grecia, e lungo quelle del Mediterraneo Occidentale, come in Francia, dove sembrano esistere le necessarie condizioni per la sua sopravvivenza. Qualche segnalazione è riferita anche alle Coste Atlantiche Europee di Portogallo e Spagna. Aplysina cavernicola è una specie inconfondibile, anche se può essere confusa con Aplysina aerophoba. Gli habitat nei quali si sviluppano le due specie appartenenti allo stesso genere sono però differenti. Aplysina cavernicola, inoltre, ha i “cilindri” generalmente più arrotondati e conici e, quando presenti, mostra anastomosi più compatte e complete tra un cilindro e l’altro. Attenzione la scheda potrebbe contenere lievi inesattezze o imprecisioni in quanto non è stata ancora controllata da un esperto dello specifico gruppo sistematico cui appartiene la specie descritta.
Asbestopluma Hypogea
Asbestopluma Hypogea
La Biodiversità è qualcosa di straordinario e di non del tutto indagato. Ogni tanto, sia sulla terra che nel mare, si scopre qualche nuova specie che sino a quel momento era passata inosservata. Prima del 1990, anno della scoperta della specie descritta in questa scheda, si pensava che i piccoli poriferi carnivori appartenenti alla famiglia Cladorhizidae vivessero solo in acque molto profonde. Tutto ciò sin quando due biologi francesi di Marsiglia, J. Vacelet e N. Boury Esnault, non scoprirono alcuni esemplari di una nuova specie all’interno di una grotta subacquea situata a circa 20 metri di profondità, lungo la costa mediterranea del loro paese. In generale, gli esemplari delle diverse specie di questi poriferi hanno dimensioni molto ridotte e quelli della specie scoperta sono ancora più piccoli. Forse, anche per questo motivo, la specie è passata inosservata per lunghissimo tempo. Asbestopluma hypogea è particolarissima e non somiglia alle normali spugne. Vive ancorandosi su sedimenti, spesso incoerenti, e riesce a farlo attraverso processi vagamente simili a radici. Questo organismo mostra una struttura ad asse, che parte dal piede ancorato e che sorregge una parte ingrossata munita di lunghi Poriferi Asbestopluma hypogea (Vacelet and Boury-esnault, 1995) regno animale fam. Cladorhizidae Fonte immagine © OCEANA filamenti. Le sue dimensioni ridottissime lo rendono difficile da osservare. Ogni singolo organismo, infatti, ha dimensioni totali che sfiorano o superano di poco il centimetro, raggiungendo eccezionalmente i 2 centimetri. Il piccolo porifero vive tra i 15 e i 26 metri di profondità, in luoghi oscuri o semioscuri dove il cibo scarseggia. A differenza di altre spugne, non dispone di un sistema acquifero per filtrare l’acqua e catturare le particelle di cibo presenti in essa, ma ha sviluppato un sistema attivo per procacciarsi il cibo. Cattura infatti piccoli crostacei con filamenti provvisti di spicole a gancio, in grado di ghermire le minuscole prede. Le spugne non possiedono apparato digerente e in questa specie la degradazione del cibo avviene molto lentamente; per ogni pasto occorrono circa dieci giorni e la parte indigeribile, costituita dal carapace dei crostacei, viene rilasciata. La presenza di questo porifero all’interno di alcune grotte sottomarine sembra rappresentare un eccezione. In effetti le grotte sono una sorta di “preludio” ai fondali profondi. Grazie alle nuove tecnologie è stato possibile scoprire cinque siti profondi, a circa 700 metri di profondità, dove sono state osservate colonie di questo particolarissimo organismo. Secondo alcuni ricercatori la capacità di “cacciare” di queste spugne sembra una risposta alla difficoltà di procurarsi il cibo passivamente nei fondali profondi, dove per i poriferi il cibo scarseggia. Asbestopluma hypogea è, per il momento, considerata una specie tipicamente mediterranea. In Italia non è segnalata a basse profondità. A basse profondità è segnalata solo in pochissimi luoghi, praticamente in alcune grotte sommerse della Costa Francese e di quella Croata nel Mare Adriatico. A profondità rilevanti (da 100 a circa 700 metri) è stata osservata nel Mare di Alboran, in alcuni siti situati in montagne sottomarine, vicino alle Isole Baleari, nel Mar Tirreno di fronte a Palermo, in corrispondenza del vulcano sottomarino Enarete, e lungo profondissime (- 700 metri) scarpate sottomarine in corrispondenza dello Stretto di Messina. Questa specie è inconfondibile perché è l’unica della famiglia Cladorhizidae che si può osservare a basse profondità. Il problema non sta nel distinguerla, ma nel riuscire a scorgerla viste le sue minuscole dimensioni. Attenzione la scheda potrebbe contenere lievi inesattezze o imprecisioni in quanto non è stata ancora controllata da un esperto dello specifico gruppo sistematico cui appartiene la specie descritta.
Asterina Pancerii
Asterina Pancerii
Descrizione della Specie L'Asterina pancerii è una piccolissima stella di mare caratterizzata da un disco centrale a forma pentagonale e braccia molto corte. Le dimensioni degli esemplari adulti sono estremamente ridotte, solitamente non superiori ai 15 millimetri, sebbene alcune segnalazioni suggeriscano che possa eccezionalmente raggiungere i 3 centimetri di diametro. La sua livrea è spesso vivace e poco mimetica, il che ne facilita l'individuazione sulle foglie delle piante marine: il colore dorsale di fondo spazia dal rosso all'arancio, ma può virare anche verso l'azzurrino, il rosa o il verde. Il dorso è ornato da macchie bianche, concentrate soprattutto al centro del disco, ed è ricoperto da piastre che portano piccoli gruppi di spine corte e dentellate. La parte ventrale dell'animale è invece solitamente di colore bianco, mentre i giovanissimi appaiono biancastri o gialli, con una forma che ricorda un piccolo fiore. Biologia ed Ecologia Questa specie è tipicamente legata alle praterie di fanerogame marine, in particolare alla Posidonia oceanica. Gli adulti sono in grado di spostarsi agilmente sulle foglie della pianta senza debordare, sfruttando la larghezza della lamina fogliare. La biologia riproduttiva dell'Asterina pancerii è caratterizzata da un periodo riproduttivo compreso tra marzo e luglio e da una forma di cura parentale: gli adulti sorvegliano le uova fino alla schiusa, restando spesso vicini ai nuovi nati. Nonostante questo comportamento protettivo, la specie presenta un potenziale riproduttivo piuttosto basso. Le aperture genitali, note come gonopori, sono situate sulla parte ventrale del corpo. Habitat e Distribuzione L'Asterina pancerii è un endemismo del Mar Mediterraneo. Il suo habitat d'elezione è costituito dalle praterie di posidonia, a profondità comprese tra pochi metri e i 20-25 metri. Tuttavia, la specie può colonizzare anche fondali rocciosi ricchi di alghe rosse e anfrattuosità fino a 50 metri di profondità, o spingersi su fondali detritici fino a oltre 100 metri. In Italia è segnalata ufficialmente nel Mar Ligure e nel Tirreno meridionale, ma la sua distribuzione appare "a macchia di leopardo" in tutto il bacino mediterraneo, con osservazioni documentate in Tunisia, Grecia, Baleari e Spagna. La sua apparente rarità è spesso dovuta alle piccole dimensioni e alla scarsità di monitoraggi specifici sulla biodiversità micro-faunistica delle praterie. Conservazione e Minacce La conservazione di questa specie è strettamente legata allo stato di salute del suo habitat naturale. Le principali minacce includono: Degradazione delle praterie di Posidonia: causata da inquinamento costiero e scarichi organici. Impatti meccanici: gli ancoraggi selvaggi e gli insabbiamenti dei fondali rappresentano un pericolo diretto per la sopravvivenza di questi piccoli echinodermi. Malattie infettive: sebbene occasionali, possono colpire gli echinodermi riducendone la densità di popolazione. Per garantire la sopravvivenza dell'Asterina pancerii è fondamentale implementare una gestione sostenibile delle coste, potenziare l'efficienza dei depuratori e proteggere l'integrità delle praterie sottomarine, che ospitano la maggiore densità di questa specie quando si trovano in condizioni incontaminate. Identificazione e Specie Simili È possibile confondere l'Asterina pancerii con altre due specie affini presenti nel Mediterraneo. L'Asterina gibbosa si distingue per le dimensioni maggiori, i colori più spenti e l'abitudine di vivere prevalentemente sul fondo roccioso piuttosto che sulle foglie di posidonia. L'Asterina phylactica, di dimensioni simili alla pancerii, presenta solitamente una colorazione verde oliva con un caratteristico disegno dorsale a forma di stella di colore rosso o marrone e linee bianche parallele al contorno dei bracci. L'Asterina pancerii, al contrario, non mostra mai il tipico disegno a stella sul dorso.
Astroides Calycularis
Astroides Calycularis
Descrizione L'Astroides calycularis, vagamente somigliante alla madrepora gialla (Leptopsammia pruvoti), è un affascinante cnidario che si distingue per i suoi polipi appariscenti. Questi sono spesso uniti alla base da tessuto comune, mostrando una colorazione che varia dal giallo carico all'arancione acceso, rendendoli elementi decorativi vividi sui fondali marini a basse profondità. Questa specie tende a incrostare le rocce, formando piastre carnose a sezione vagamente circolare, con un diametro di circa quindici centimetri, dalle quali si ergono i polipi che, in queste condizioni, mostrano un calice poligonale. A profondità maggiori, l'Astroides calycularis sviluppa strutture cespitose, più elevate e spesse, dove i polipi assumono un calice arrotondato. È possibile osservare anche polipi che appaiono solitari o separati, sebbene siano sempre ravvicinati ad altri e presentino una base molto ampia, dilatata e sviluppata rispetto al fusto, che aderisce saldamente alle rocce. Si ipotizza che la formazione di colonie o la maggiore o minore vicinanza dei polipi sia influenzata dal grado di idrodinamismo dell'area colonizzata.
Axinella Cannabina
Axinella Cannabina
Si tratta di una spugna piuttosto appariscente per le dimensioni e anche per il colore arancio che mostra quando viene illuminata dalle torce dei subacquei. Ha un aspetto particolarissimo, spesso con uno o, al massimo, due tronchi principali (un tronco che ramifica precocemente) dai quali si dipartono casualmente poche ramificazioni. Per la sua forma particolare viene chiamata volgarmente spugna canna. In generale, sia lungo l’asse principale che lungo i rami, sono presenti numerosi segmenti laterali muniti di un osculo. L’aspetto di ogni singolo esemplare è molto irregolare, con zone dilatate e ricche di lamelle e altre cilindriche e ricche di segmenti laterali. Soprattutto gli apici possono mostrare numerose strutture a lamelle che caratterizzano questa specie. Sui fondali questi poriferi sono spesso isolati o comunque ben distanziati tra loro a formare piccoli gruppi diradati. I rami principali di alcuni esemplari possono raggiungere eccezionalmente il metro di lunghezza e, quando raggiungono queste dimensioni, possono ripiegarsi in modo casuale. Più spesso questi poriferi presentano ramificazioni o assi eretti, con altezze che variano da pochi centimetri 5-10 sino ai 30 centimetri. La loro crescita è piuttosto lenta. Poriferi Axinella cannabina (esper, 1794) regno animale fam. Axinellidae Fonte immagine Sub Rimini Gian Neri - www.biologiamarina.org Fonte immagine Sub Rimini Gian Neri - www.biologiamarina.org Fonte immagine Sub Rimini Gian Neri - www.biologiamarina.org Fonte immagine Sub Rimini Gian Neri - www.biologiamarina.org Fonte immagine Sub Rimini Gian Neri - www.biologiamarina.org Attenzione la scheda potrebbe contenere lievi inesattezze o imprecisioni in quanto non è stata ancora controllata da un esperto dello specifico gruppo sistematico cui appartiene la specie descritta. Su Axinella cannabina si trovano sovente esemplari del mollusco Phyllidia flava, che si cibano dei tessuti di Poriferi del genere Acanthella e Axinella, ma che sembrano comunque prediligere i tessuti di questa specie. Axinella cannabina si sviluppa su roccia o in zone con fondali ricchi di rocce e massi irregolarmente distribuiti e, talvolta, anche in anfratti. Gli esemplari di questa specie si possono osservare da alcune decine di metri sotto la superficie sino a oltre 100 metri. A profondità rilevanti sembra che Axinella cannabina riesca a svilupparsi anche su fondali melmosi, ma è probabile che abbia bisogno di qualche detrito roccioso su cui ancorarsi. Sia questa specie che Axinella polypoides sono tipiche di ambienti scarsamente illuminati dove si sviluppano le alghe sciafile (che rifuggono la luce) e della biocenosi coralligena. Inoltre Axinella polypoides è maggiormente presente nel Mediterraneo Settentrionale, mentre Axinella cannabina in quello Meridionale. In alcune zone gli areali di questi due poriferi possono sovrapporsi e le due specie coesistere. Lo sviluppo di Axinella cannabina, oltre a mantenerla ben visibile al di sopra del fondale, la rende suscettibile di danni, seppur accidentali, causati da attività antropiche, come l’ancoraggio e la pesca. In quest’ultimo caso, lenze o reti si possono impigliare nei suoi rami e staccarli. Vista la sua particolare conformazione, con piccoli segmenti laterali, questa specie sembra poter essere maggiormente danneggiata dalle attività citate. Si riproduce in estate. Axinella cannabina è una specie esclusivamente mediterranea che in Italia è diffusa prevalentemente al Sud, anche se sporadicamente e raramente, e lungo tutte le regioni costiere, ad eccezione della fascia tirrenica dell’Italia centrale e della Sardegna. Non è facile individuare il preciso areale di questa specie e dati di vario genere la danno presente nel Mar Egeo, in Croazia, in Israele e, in generale, nel Mediterraneo occidentale. Sarebbe presente anche lungo le Coste Tunisine. Axinella cannabina è piuttosto simile ad Axinella polypoides, ma quest’ultima è solitamente giallastra, mostra più ramificazioni lisce, senza creste o rilievi, ed ha la parte terminale dei rami che termina generalmente appuntita. Axinella cannabina, oltre a mostrare un vivace color arancio, ha generalmente meno rami, che sono ornati da molte lamelle sottili, soprattutto all’apice, e sovente, sul tronco principale e sui rami, mostra corte strutture a canna che si sviluppano più o meno perpendicolarmente agli assi dei tronchi e dei rami stessi. Anche se non si tratta di un carattere determinante, sugli esemplari di Axinella cannabina si trovano sovente esemplari del mollusco Phyllidia flava.
Axinella Polypoides
Axinella Polypoides
Si tratta di una spugna molto appariscente per le dimensioni e il colore giallo o giallo arancio che assume quando viene illuminata dalle torce dei subacquei. Il suo aspetto può trarre in inganno e far pensare che non si tratti di un porifero. Appare infatti come un piccolo “arbusto” ramificato, con superficie liscia e apparentemente raggrinzita, che può superare eccezionalmente, seppur di poco, il mezzo metro d’altezza. Per il suo particolare aspetto viene proprio chiamata volgarmente spugna ramificata. Più spesso la sua altezza varia da pochi centimetri (5-10) sino ai 30 centimetri. La sua crescita è piuttosto lenta. Le ramificazioni possono essere numerose e terminano solitamente appuntite. Soprattutto sugli esemplari più piccoli, può crescere lo cnidario Parazoanthus axinellae, noto con il nome volgare di “margherita di mare”. Questo organismo epibionte sfrutta la struttura del porifero per ergersi al di sopra del fondale. Sugli esemplari grossi e ben sviluppati, lo cnidario è invece piuttosto raro. Axinella polypoides si osserva su fondali e scogliere sommerse rocciose, ma anche su fondi ricoperti di detrito, con rocce e massi irregolarmente distribuiti e, talvolta, anche in cavità. Poriferi Axinella polypoides (Schmidt, 1862) regno animale fam. Axinellidae Fonte immagine Sub Rimini Gian Neri - www.biologiamarina.org Fonte immagine Sub Rimini Gian Neri - www.biologiamarina.org Fonte immagine Sub Rimini Gian Neri - www.biologiamarina.org Fonte immagine foto L. Capurro Le profondità alle quali si osserva vanno da alcune decine di metri sotto la superficie sino a oltre 100 metri. Nello specifico, sia questa specie che Axinella cannabina sono tipiche degli ambienti scarsamente illuminati dove si sviluppano le alghe sciafile (che rifuggono la luce) e la biocenosi coralligena. Inoltre Axinella polypoides è maggiormente presente nel Mediterraneo settentrionale, mentre Axinella cannabina in quello meridionale. In alcune zone i loro areali possono sovrapporsi e le due specie coesistere. Axinella polypoides si sviluppa in modo rilevante ed appare ben visibile sui fondali. La sua crescita in altezza la rende suscettibile di danni, seppur accidentali, causati da attività antropiche, come l’ancoraggio e la pesca. In quest’ultimo caso, lenze o reti si possono impigliare nei suoi rami, danneggiandoli seriamente o staccandoli. Tra le curiosità vale la pena ricordare che proprio questo porifero è, ad oggi, l’organismo posto più in basso nella scala evolutiva che reagisce all’aumento di temperatura, mostrando meccanismi biochimici cellulari, come l’incremento dell’attività ADP-ribosil ciclasica e la sintesi di ossido nitrico, meccanismi simili a quelli degli organismi superiori. Mostra inoltre cellule particolari che sembra si azionino per rigenerare i tessuti in seguito a danni, e particolari cellule dendritiche simili a cellule sensoriali presenti in organismi appartenenti a categorie sistematiche più evolute. Si riproduce in estate. Axinella polypoides è una specie tipicamente mediterranea, che in Italia è diffusa, anche se sporadicamente, lungo tutte le regioni costiere. Non è facile avere il preciso areale di questa specie e dati di vario genere la danno presente a Monaco, nel Mar Egeo, in Croazia, in Israele e, in generale, nel Mediterraneo occidentale. Sarebbe presente, sempre sporadicamente, anche lungo le Coste Atlantiche Orientali (Senegal), alle Isole Azzorre e Canarie e a Madeira. Axinella polypoides ha aspetto simile ad Axinella cannabina, ma quest’ultima è solitamente arancione ed ha i tronchi principali ornati da molte lamelle sottili e, sovente, anche da piccole strutture a canna che si sviluppano più o meno perpendicolarmente agli assi maggiori. Axinella polypoides è invece liscia, senza creste o rilievi, ed ha gli osculi disposti a forma di stella. Attenzione la scheda potrebbe contenere lievi inesattezze o imprecisioni in quanto non è stata ancora controllata da un esperto dello specifico gruppo sistematico cui appartiene la specie descritta.
Balaenoptera Acutorostrata
Balaenoptera Acutorostrata
Balaenoptera acutorostrata (Lacépède, 1804) Classificazione Tassonomica La Balaenoptera acutorostrata è un cetaceo appartenente al regno degli Animali (Animalia), alla classe dei Mammiferi (Mammalia) e alla famiglia dei Balaenopteridae. Sinonimi Balaenoptera davidsoni (Cope, 1872) Balaenoptera minimia (Rapp, 1837) Balaenoptera rostrata (Fabricius, 1780)
Balaenoptera Borealis
Balaenoptera Borealis
Balaenoptera borealis Balenottera Boreale Classificazione e Nomenclatura La Balenottera boreale, identificata scientificamente come Balaenoptera borealis (Lesson, 1828), è un mammifero appartenente al regno degli Animali e classificato nella famiglia dei Balaenopteridae. Nel corso della storia, questa specie è stata nota anche con i seguenti sinonimi: Balaena rostrata (Rudolphi, 1822) Balaenoptera laticeps (Grigio, 1846) Descrizione Breve Una caratteristica spesso notata della Balenottera boreale è la presenza del piccolo al suo fianco.
Balaenoptera Musculus
Balaenoptera Musculus
Balaenoptera Musculus La Balaenoptera musculus, classificata da Linnaeus nel 1758, appartiene al regno animale e alla famiglia dei Balaenopteridae. Classificazione Tassonomica Regno: Animale Classe: Mammiferi Famiglia: Balaenopteridae Specie: Balaenoptera musculus (Linnaeus, 1758) All'interno della specie Balaenoptera musculus, sono riconosciute le seguenti sottospecie: Balaenoptera musculus ssp. brevicauda Balaenoptera musculus ssp. intermedia Balaenoptera musculus ssp. musculus
Balaenoptera Physalus
Balaenoptera Physalus
Classificazione Tassonomica La specie Balaenoptera physalus, descritta da Linnaeus nel 1758, è un mammifero. Essa appartiene al Regno Animalia e alla Famiglia Balaenopteridae.
Callogorgia Verticillata
Callogorgia Verticillata
Descrizione La Callogorgia verticillata è una bellissima gorgonia che presenta splendidi ventagli, orientati per intercettare le particelle trasportate dalle correnti marine di profondità. Il suo colore è generalmente biancastro, sebbene alcuni esemplari possano mostrare sfumature rosate o arancioni. Gli esemplari di questa specie di cnidario, più che colonie, possono essere considerati veri e propri superorganismi, poiché tutti i polipi sono interconnessi da tessuto comune e canali di connessione. Le ramificazioni di questa gorgonia partono in genere da un unico asse, ancorato al substrato e di lunghezza variabile. I rami sono sempre molto vistosi e significativamente più grossi ed evidenti delle pinnule laterali. Questi rami sono disposti su di uno stesso piano, si ramificano più volte e sono divergenti, formando così tanti piccoli ventaglietti che compongono il ventaglio intero della colonia. Rare o completamente assenti sono invece le colonizzazioni da parte di organismi epibionti. Sui rami sono inserite numerose pinnule o rametti che giacciono sullo stesso piano. Esse formano file sui due lati opposti del ramo e le pinnule di un lato sono inserite sull’asse in modo alternato rispetto a quelle del lato opposto.
Calonectris Diomedea
Calonectris Diomedea
Uccelli calonectris diomedea (Scopoli , 1769) Sottospecie: calonectris diomedea diomedea, calonectris diomedea borealis regno animale fam. Procellariidae Fonte immagine © www.liguriabirding.net- foto G. Motta Questa specie è chiamata volgarmente berta maggiore, per via delle maggiori dimensioni rispetto ad altre berte mediterranee ed atlantiche. Oggi la specie è stata suddivisa in due sottospecie distinte: Calonectris diomedea borealis (entità atlantica) e Calonectris diomedea diomedea (entità mediterranea). Secondo alcuni ricercatori le due sottospecie andrebbero elevate al rango di specie, mentre per altri, forse, neanche suddivise in sottospecie per via delle differenze troppo lievi tra il gruppo atlantico e quello mediterraneo. Nella scheda considereremo la classificazione in sottospecie solo per maggiore comodità nella descrizione. Una terza “sottospecie”, diffusa nell’Arcipelago di Capo Verde, è stata elevata a specie a sé stante e definita Calonectris edwardsii. Si tratta di tre diverse entità, con esemplari dall’aspetto molto simile, ma che hanno di fatto aree di riproduzione distinte. Oggi comunque anche la classificazione di Calonectris edwardsii viene messa in dubbio e si tende a considerare anche questa entità come facente parte di Calonectris diomedea. Fonte immagine © www.liguriabirding.net- foto G. Motta Fonte immagine © www.liguriabirding.net- foto G. Motta Fonte immagine © Sub Rimini Gian Neri -www. biologiamarina.org In questa specie di berta il problema tassonomico resta quindi ancora aperto. Nonostante gli areali praticamente separati, soprattutto quelli di nidificazione, è possibile che in inverno una berta maggiore osservata nel Mar Mediterraneo o nell’Oceano Atlantico possa appartenere ad una o all’altra sottospecie. Anche per quanto riguarda la nidificazione, sono state osservate alcune coppie di “borealis” che hanno nidificato nel Mar Mediterraneo. Addirittura, in casi segnalati per la Corsica, sembra sia stato osservato l’incrocio di una femmina di “diomedea” con un maschio di “borealis” e addirittura anche l’incrocio di un’altra femmina di “diomedea”, persino con un ibrido di “borealis”. La berta maggiore è un uccello tozzo e piuttosto robusto, di dimensioni relativamente grandi, con una lunghezza che supera solitamente i 45 centimetri (45-58) e un’apertura alare che può raggiungere i 125 centimetri. Le sue ali sono piuttosto lunghe e anche abbastanza larghe, con la parte terminale arrotondata. Il capo è grosso e mostra un becco piuttosto spesso e lungo, con colore che va dal giallo al rosa pallido, più chiaro rispetto a quello delle altre berte mediterranee, e con l’apice nerastro e uncinato. Le zampe sono invece rosate o talvolta giallo pallido e scompaiono nel piumaggio quando la berta è in volo. Le parti superiori mostrano tonalità prevalentemente marroni insieme ad altre grigiastre e screziature varie. Il triangolo apicale delle ali ed il bordo posteriore (remiganti primarie e secondarie) sono generalmente più scuri e di color grigio ardesia, mentre le copritrici sono marroni e tendono a mostrare il bordo più chiaro. La colorazione dei lati del collo appare uniforme con le altre parti, o appena più chiara, e non mostra solitamente aree molto chiare. Molto scure, grigio ardesia, sono anche le penne timoniere che formano la coda e sono ricoperte da penne copritrici marroni screziate e spesso bordate di bianco. La bordatura di queste penne delinea una sorta di disegno terminale biancastro su ogni penna a forma di semicerchio. Le parti inferiori comprese le copritrici del centro dell’ala appaiono biancastre o bianco grigiastre, più o meno uniformi. Le penne timoniere e le remiganti sono invece chiaramente grigio ardesia scuro. Di un grigio quasi bianco o con diverse tonalità possono essere invece le copritrici del margine anteriore, Essendo di fatto un uccello di rilevanti dimensioni, è solito volare in modo tranquillo, con le ali mantenute abbastanza rigide e con la parte la parte distale che può apparire leggermente ripiegata verso il basso e inclinata verso la parte posteriore. È un uccello abituato a volare anche con venti tesi ed è capace di effettuare comunque virate improvvise e movimenti rapidi in aria. Si muove soprattutto in mare aperto, effettuando spostamenti alla ricerca di cibo intorno alle aree di riproduzione o comunque intorno alla zona di svernamento. Questa berta si nutre prevalentemente di pesci e molluschi (calamari) che vengono catturati quasi in superficie, ma anche di scarti della pesca professionale e per questo tende a seguire i pescherecci. Quando vola in mare generalmente non emette versi. Tuttavia può schiamazzare durante la competizione per il cibo, quando forma gruppi di numerosi esemplari intenti a catturare i pesci scartati dai pescatori. Emette versi anche durante la notte quando si trova nei nidi. Queste berte nidificano in isolotti brulli e scogliere. Possono realizzare il nido su terreno esposto e pianeggiante o tra gli anfratti nelle zone rocciose e, talvolta, nelle grotte, mentre non è comunissimo che utilizzino tane. Dopo l’accoppiamento viene deposto un uovo biancastro nel nido e, a partire dal mese di aprile, inizia lo svezzamento dei giovani. Le visite al nido dei genitori sono effettuate e concentrate nelle ore notturne per impedire ai predatori alati (soprattutto gabbiani) di individuare il nido. Durante il periodo di svezzamento, gli adulti si muovono alla ricerca di cibo nelle acque che si trovano intorno al nido. L’areale di Calonectris diomedea diomedea comprende in po’ tutta la fascia costiera del Mediterraneo e in particolare la Spagna e le Isole Baleari, Malta, la Francia e Corsica, l’Algeria, la Tunisia, l’Italia e le sue isole, la Grecia e la Croazia. L’areale di nidificazione è ampio e va dalla Spagna al Mar Egeo, ma è spesso limitato alle isole o agli isolotti. Questa berta si può trovare anche nell’Atlantico del Nord sino al Nord America. Generalmente dopo essersi riprodotti, gli esemplari si disperdono sia in Mediterraneo (coste spagnole) che in Atlantico (coste marocchine), per poi migrare in inverno verso sud e giungere sulle Coste della Namibia e del Sud Africa. Talvolta alcuni uccelli raggiungono persino l’Oceano Indiano. Una parte di uccelli, però, sverna nel Mar Mediterraneo, e soprattutto lungo le coste marocchine. Confronto tra l’apice dell’ala in esemplari delle due sottospecie di berta maggiore Fonte immagine © Sub Rimini Gian Neri -www.biologiamarina.org L’areale di Calonectris diomedea borealis comprende Le Coste del Portogallo, l’Isola di Madeira, le Isole Azzorre e le Canarie. L’areale di nidificazione anche per questa sottospecie è limitato ad Alcune isole atlantiche: Azzorre, Madeira, Canarie, Berlengas e Selvagens. Si disperde anche nell’Oceano Atlantico del Sud e nell’Oceano Indiano e sverna lungo le coste brasiliane e argentine. Recentemente (2013) è stata effettuata una stima della popolazione globale della specie Calonectris diomedea e le coppie al mondo sembrano attestarsi intorno alle 150.000, con 300.000-450.000 individui adulti. In ogni caso la situazione della specie viene definita dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) come poco preoccupante. Attualmente il numero di queste berte presenti a vario titolo lungo le coste italiane si aggira tra le 25.000 e le 45.000 unità. Si tratta di un numero piuttosto elevato, che consente di considerare la specie a basso rischio di estinzione. Tuttavia, l’areale molto ristretto e limitato a poche aree di territorio, può richiedere comunque un attento monitoraggio della specie. Le minacce principali nei siti di nidificazione (aree costiere e isolotti) sono quelle relative all’impatto antropico di diverso tipo, alla presenza di predatori immessi nell’ambiente (ratto o altri mammiferi come gatti e cani inselvatichiti) e ai danni ai nidi causati dal prelievo, comunque illegale, delle uova (Isola di Linosa). In alcune zone mediterranee dove sono state contrastate efficacemente le azioni negative degli animali introdotti si è registrato uno spiccato aumento del successo riproduttivo della specie, facendo ben sperare per il futuro. Tra le minacce a questa specie vi sono anche le catture accidentali durante le attività di pesca effettuate in mare aperto. Recenti stime ci dicono che i pescherecci spagnoli catturano accidentalmente un numero di uccelli che varia in un ampio range, compreso tra 500 e 2000. Le catture equivalgono a circa il 5% della popolazione nidificante nella zona dove operano i pescatori. Anche a Malta le catture accidentali di esemplari di questa specie sono frequenti con numeri, sebbene molto approssimativi e non troppo attendibili, intorno alle migliaia di unità. Questa Berta è nettamente diversa dalle altre che si possono incontrare nel Mar Mediterraneo. Se consideriamo gli esemplari delle due sottospecie, invece, questi sono di fatto molto simili e difficilmente distinguibili. La “borealis” è poco più grande della “diomedea”, ma per cogliere questo carattere occorre un confronto diretto di individui adulti. Di conseguenza anche il becco della prima è più massiccio e le ali appaiono più lunghe (meno larghe e affilate). Sulla livrea si possono notare tonalità meno distinte e in generale nella “borealis” un maggiore contrasto tra la parte superiore e la parte inferiore del corpo. Tutte le differenze citate possono anche apparire poco nette e più comunemente per distinguere le sottospecie si confrontano le estremità inferiori delle ali. In “borealis” le remiganti terminali sono quasi completamente scure, mentre in “diomedea” hanno la loro parte centrale di colore chiaro e “allungano” di fatto la parte chiara inferiore costituita dalle copritrici inferiori. Attenzione la scheda potrebbe contenere lievi inesattezze o imprecisioni in quanto non è stata ancora controllata da un esperto dello specifico gruppo sistematico cui appartiene la specie descritta.