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Globicephala Melas

Globicephala Melas

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mammiferi

Punti Chiave

  • 🔹 mammiferi Globicephala melas (Traill, 1809) Le specie appartenenti al genere Globicephala sono solo due e mostrano areali distinti ma condivisi in alcuni punti.
  • 🔹 Ad esempio, lungo le coste atlantiche di Spagna, Gibilterra compresa, si possono incontrare entrambe le specie.
  • 🔹 Nel Mediterraneo invece compare solo Globicephala melas.

mammiferi Globicephala melas (Traill, 1809) Le specie appartenenti al genere Globicephala sono solo due e mostrano areali distinti ma condivisi in alcuni punti. Ad esempio, lungo le coste atlantiche di Spagna, Gibilterra compresa, si possono incontrare entrambe le specie. Nel Mediterraneo invece compare solo Globicephala melas. La distinzione del globicefalo o balena pilota a pinne lunghe (Globicephala melas) dal globicefalo o balena pilota a pinne corte (Globicephala macrorhynchus) è ovviamente visiva e legata all’osservazione soprattutto delle pinne. Il termine balena pilota appare improprio ed è ispirato solo dalle dimensioni di questi cetacei, che sono, per il resto, tipicamente simili ai delfini.

La specie descritta come Globicephala melas è ulteriormente suddivisa in due sottospecie. La prima, Globicephala melas subsp. melas, vive nel Nord Atlantico e anche in parte del Mediterraneo, mentre la seconda, Globicephala melas subsp. edwardii, vive nella parte prossima alle acque polari dell’Emisfero Australe. Per le popolazioni del Nord Atlantico sono stati realizzati alcuni studi genetici comparativi tra i globicefali della zona occidentale (zona di Terranova) e quelli della zona orientale (Isole Faroe).

Dove si trova?

Sembra che al momento, pur esistendo differenze genetiche tali da indicare l’esistenza di sottostrutture, le differenze genetiche non siano tali da definire l’esistenza di un isolamento geografico. L’isolamento dei due gruppi di globicefali sembra realizzarsi in questo caso per l’esistenza di zone oceaniche con diversa temperatura delle acque superficiali. Va ancora detto che probabilmente esisteva una terza sottospecie in molte aree del Pacifico del Nord, che si sarebbe estinta tra il settecento ed il millecento dopo Cristo per cause sconosciute. Descrizioni in documenti antichi ed analisi di fossili, forniscono ulteriori prove dell’esistenza di questa sottospecie. In alcune zone del suo areale presunto oggi vivono i globicefali a pinne corte che sembrano aver preso almeno parzialmente il posto degli esemplari estinti. Il globicefalo a pinne lunghe è piuttosto grande e molto robusto ed effettivamente è il più grande delfinide esistente al mondo. La mole dei maschi è notevole rispetto a quella già grande delle femmine. I maschi infatti possono sfiorare le due tonnellate e mezza e raggiungere i 7,5 metri di lunghezza. Le femmine sono più piccole e possono raggiungere i milletrecento chili di peso e una lunghezza massima compresa tra i 5,5 ed i 6 metri. Questa specie sembra inoltre piuttosto longeva e gli esemplari, soprattutto le femmine, superano spesso i 60 anni di età. Come gli altri delfinidi posseggono un becco, ma in questa specie è poco o nulla visibile, mancando addirittura in alcuni esemplari.

Caratteristica evidente, che ha ispirato anche il nome del genere a cui appartiene questa specie, è la forma della fronte, protesa in avanti e a forma di bulbo, talvolta quasi verticale, che contiene un voluminoso e molto sviluppato melone. Per contro la zona terminale del corpo dove è inserita la coda appare invece assottigliata. La livrea è molto scura e mostra tonalità grigio scure o nere. Esistono però parti bianche o grigio chiaro. Le parti chiare ventrali partono dalla gola, dove esiste un disegno largo, compatto e più o meno profondamente lobato nella parte anteriore, che si restringe immediatamente e corre verso la parte posteriore in forma di linea sottile la quale si allarga un poco al centro dell’animale, per terminare nella zona genitale. Il disegno anteriore lobato può anche formare due linee curve a gancio sui due lati della gola (disegno che ricorda un’ancora). Sul dorso la gran parte degli animali sono comunque scuri mentre altri meno comuni mostrano una linea appena accennata chiara e sottile, o diffusa, che corre obliqua da sopra l’occhio alla schiena e un’altra linea identica che può correre parallela alla precedente nella zona cefalica, partendo in corrispondenza della bocca. In alcuni esemplari, che sembra vivano però nell’Emisfero Australe, compare una velatura biancastra, con colore più evidente nella parte posteriore, che copre l’area intorno alla pinna dorsale, scendendo sui fianchi con coperture vagamente emisferiche. La descrizione delle parti chiare è estremamente indicativa perché esiste una notevole variabilità nelle livree e talvolta in alcuni organismi le linee oblique sopra l’occhio possono ricongiungersi con le velature emisferiche, così come queste ultime possono apparire di forma diversa, come a sella. Da osservazioni effettuate nell’Atlantico del Nord, si è visto che i disegni sono presenti solo su alcuni esemplari. Ad esempio la linea sull’occhio sembra essere presente solo su un animale su cinque e soprattutto nei maschi.

Ciclo Vitale

Questi disegni chiari sono molto più evidenti e visibili nelle balene pilota a pinne corte. In questa specie le pinne sono molto sviluppate. Quelle pettorali sono lunghe dal 17 al 28% della lunghezza dell’animale, hanno forma di falce e terminano abbastanza assottigliate e appuntite. Sono tenute dall’animale piuttosto parallele ai fianchi o curvate all’indietro. La pinna caudale è piuttosto piccola, leggermente lobata e con le estremità ripiegate all’indietro. In generale però è più grande nei maschi, così come, sempre nei maschi, sono più lunghe le pinne pettorali. La pinna dorsale appare piuttosto grande e ben visibile. È falcata e tozza, con la base molto larga, e appare inserita nella metà anteriore del dorso dell’animale. Lo sfiatatoio si trova sopra il capo e il suo soffio supera il metro di altezza. Rispetto ad altri cetacei i globicefali sono molto sociali, soprattutto lo rimangono per lungo tempo durante l’anno, mentre altre specie realizzano spesso raggruppamenti temporanei legati ad opportunità (disponibilità di cibo, ecc...). Non formano però gruppi enormi, ossia formati da migliaia di individui, se non periodicamente, ma comunque creano gruppi cospicui, costituiti da un numero di esemplari compreso tra 15 e 200, con medie intorno ai 100 esemplari per gruppo. I gruppi più diffusi sono costituiti da 8-12 esemplari. A differenza di altri delfinidi, escludendo le orche, questi animali formano gruppi solidi e costanti e non costituiti da esemplari diversi che entrano ed escono. Questo comportamento sembrerebbe derivare dal fatto che i gruppi sarebbero formati da esemplari “parenti” e da circa il 60% di femmine.

Durante gli spostamenti i gruppi nuotano insieme pur rimanendo abbastanza autonomi. Tra i comportamenti sociali che si osservano nei branchi vi è anche l’accudimento di prole non propria da parte di femmine giovani o senza piccoli. Sembra che anche alcuni maschi siano stati osservati ad accudire piccoli. Nei gruppi formati da globicefali possono vedersi anche altri delfinidi, come tursiopi, grampi, delfini dai lati bianchi atlantici e delfini comuni, ma anche altri grossi cetacei, come capodogli, megattere, balenottere minori e comuni. In Nuova Scozia è stato studiato il comportamento di questi animali, osservando che i globicefali formano associazioni e gruppi con molti animali, che possono durare da alcune ore a qualche giorno. I ricercatori hanno osservato che i gruppi di globicefali sono costituiti in media da circa 15 balene e che un gruppo tipico di circa 24 animali si può dissociare nelle sue unità componenti, costituite ognuna da circa 8 balene. Queste relazioni possono comunque durare molti anni. Come per tutti i cetacei che vivono in mare aperto, lo studio e le valutazioni sul comportamento delle popolazioni non può fornire dati certi. Interessante uno studio di Bloch et al. (2003), che hanno taggato tre esemplari. Dopo averli liberati questi hanno seguito direzioni diverse, ma dopo una decina di giorni, due di essi erano insieme e dopo una ventina di giorni si trovavano a qualche chilometro (2,3) l’uno dall’altro. Questo nonostante avessero percorso in media circa 100 chilometri al giorno. Il comportamento in mare di questi animali è abbastanza pacifico, tanto che sono una delle specie maggiormente osservabili dai turisti. Spesso rimangono tranquilli e possono essere avvicinati e osservati con cura.

Come altre specie sono in grado di saltare, emergere con il capo e dare colpi con la coda, effettuando qualche acrobazia. In genere però a fare i movimenti acrobatici sono soprattutto i giovani esemplari. La produzione di suoni è una caratteristica anche di questi cetacei, i quali possono emetterne di vario tipo e simili a ronzii, cigolii e fischi. Si ipotizza che questi suoni servano agli animali per comunicare tra loro. Un altro tipo di suoni vengono emessi sottoforma di click e utilizzati per attivare il sistema biologico che funziona come sonar per riuscire a cacciare le prede in ambienti torbidi o poco o nulla illuminati. I suoni emessi da questi cetacei rientrano in una gamma di frequenze compresa tra 1 e 20 khz. Questa specie è famosa per essere stata vittima di grandi spiaggiamenti di massa. Questi eventi sembrano innescati dai forti legami esistenti tra i diversi animali. Se un esemplare importante o prezioso per il gruppo appare in difficoltà, per malattia o disorientamento, gli altri sembrano prendersi cura di lui e cercano di salvarlo, anche se per farlo si devono mettere in condizioni rischiose. Questo comportamento amorevole e altruistico è stato da secoli sfruttato dai balenieri per catturare ed uccidere i globicefali. Il suo studio, però, ha dato alcuni frutti, ad esempio in Nuova Zelanda, dove, intorno al 1999, si sono evitati danni a questa specie trasportando giovani esemplari che erano spiaggiati e in difficoltà, verso il mare aperto, “ormeggiandoli” temporaneamente ad una boa al largo. Questa azione ha attratto gli esemplari più anziani del gruppo verso i giovani, che inizialmente, con probabili segnali di aiuto, avevano attratto a riva e verso lo spiaggiamento il branco. I globicefali manifestano una sorta di fedeltà ai luoghi da dove sono partiti. Ad esempio, anche se sono presenti comunque tutto l’anno con alcuni esemplari nella zona, in estate tornano in gran numero alle Isole Faroe e questo particolare viene sfruttato dagli abitanti locali per farne strage.

Più in generale questi animali si spostano in acque fresche in estate per partorire. Quindi giungono per scopi riproduttivi a Terranova in questa stagione (picco riproduttivo in agosto) per poi ripartire in autunno. È stato visto che i movimenti di queste balene in mare aperto sono spesso legati a quelli dei molluschi cefalopodi dei quali si ciban0. Più che migrazioni, questi animali compiono movimenti periodici e stagionali. Nel Mar Mediterraneo possono ad esempio spostarsi dalle aree del Mare di Alboran, presso Gibilterra, al Mar Ligure. I globicefali sono una specie che ama le acque fresche e relativamente fredde. La gamma di temperature delle acque nelle quali vivono va da 25° a 0°. Questi animali si possono incontrare in acque costiere, ma più spesso, come ad esempio intorno alle Isole Faroe, questi cetacei sono soliti stazionare in acque limitrofe alla piattaforma continentale. Nel Mediterraneo si trovano in acque con profondità comprese tra i 300 ed i 2000 metri, in ragione delle loro esigenze alimentari. Questi dati sono però relativi al Mare di Alboran e non a tutto il Mediterraneo. Anche in acque cilene i globicefali avvistati prediligono acque prossime alla piattaforma continentale, relativamente vicine alla costa. Baird et al. (2002) ha effettuato uno studio su 5 globicefali nelle acque del Mar Ligure, in una zona con acque profonde oltre 2.000 metri.

Cosa mangia?

Da questo interessante rapporto si è osservato che di giorno questi cetacei stanno nei primi metri di acqua (tra 0 e 15 metri), svolgendo attività sociali o effettuando periodi di riposo, mentre dopo il tramonto del sole, quando ha inizio la migrazione verticale di organismi dai fondali profondi, due esemplari hanno iniziato dal immergersi con nuoto veloce a rilevanti profondità (punte massime di immersione circa 350 metri e circa 650 metri), probabilmente per alimentarsi. Anche altri studi in altre zone del mondo hanno do fatto confermato questo comportamento. Le immersioni in genere durano 15-18 minuti e possono raggiungere i 900 metri di profondità. L’alimento preferito dai globicefali sono i molluschi cefalopodi che vivono in profondità. In alcune zone però della dieta possono far parte soprattutto pesci gregari o comunque questi possono rappresentare una frazione importante della dieta. Da osservazioni effettuate su esemplari in cattività è stato osservato che le prede vengono ingerite creando una pressione negativa in bocca, realizzata dalla lingua a pistone dell’animale, ma senza utilizzare la dentatura. Le prede vengono poi spostate e posizionate meglio in bocca, utilizzando i movimenti di lingua e mascelle, per poi aspirarle nell’orofaringe. Nell’Oceano Atlantico Occidentale le prede principali sono costituite dai calamari a pinne corte del nord (Illex illecebrosus). In assenza di grandi quantità di calamari i globicefali possono alimentarsi con rombi della Groenlandia (Rheinhardtius hippoglossoides) e merluzzi bianchi (Gadus morhua). Nell’Atlantico del Nord è il totano (Todarodes sagittatus) ad essere la preda principale di questi cetacei e in minor parte anche specie appartenenti al genere Gonatus, piccoli calamari lunghi indicativamente dai 10 ai 30 centimetri.

Anche alle Isole Faroe i calamari sono il principale alimento dei globicefali. Tra i pesci che vivono in questa zona i globicefali sembrano prediligere alcune specie come il melù (Micromesistius poutassou) e la grande argentina (Argentina silus). Sul lato americano dell’Oceano Atlantico del Nord, questi cetacei sembrano alimentarsi prevalentemente di pesci come sgombri (Scomber scombrus ), naselli atlantici (Merluccius bilinearis), merluzzi bianchi (Gadus morhua), aringhe atlantiche (Clupea harengus) e spinaroli (Squalus acanthias ). Nelle acque antistanti la Carolina del Nord, negli Stati Uniti, i globicefali sembrano nutrirsi prevalentemente di calamari costieri dalle lunghe pinne (Loligo pealei). Con variazioni di poco rilievo nelle sottospecie, le femmine divengono pronte per riprodursi in un’età compresa tra i 6 e gli 8 anni di età e indicativamente quando misurano poco meno di quattro metri (3,6-3,8). Per i maschi l’età riproduttiva viene raggiunta oltre i 10 anni di età (11-12) e quando superano i 4,5 metri di lunghezza. Prima dell’accoppiamento i maschi adulti possono entrare in competizione e ingaggiare scontri tra loro, nei quali provano a mordersi e, prendendo la rincorsa, ad urtarsi anche violentemente. L’istinto combattivo non termina nella lotta tra maschi, ma continua durante l’accoppiamento vero e proprio, quando questi sono soliti mordere le femmine. I morsi non sono lievi perché lasciano segni evidenti sulla pelle delle femmine. Non ci sono dati scientifici a confortare questo dato, ma si pensa che i globicefali si accoppino tra esemplari di gruppi diversi, quando gli stessi gruppi si incontrano.

L’accoppiamento ha luogo in tarda primavera (maggio e giugno), ma alcuni globicefali, nell’Atlantico del Nord, possono accoppiarsi in autunno (ottobre). Per questo il parto può verificarsi in ogni periodo dell’anno. Ovviamente nell’Emisfero Australe il grosso delle nascite avviene in gennaio e marzo-aprile, ossia nell’estate e nell’autunno australi. Tuttavia la natura regola la gran parte degli eventi riproduttivi, facendo in modo che quasi tutti si verifichino nel periodo estivo in tutti i mari e gli oceani. Anche lo svezzamento, di conseguenza, seguendo il parto è soggetto alle stesse regole. Il periodo di gestazione è relativamente lungo e dura oltre l’anno (da 12 a 15 mesi). L’intervallo tra un parto e l’altro è anch’esso solitamente piuttosto lungo e va dai 3 ai 5 anni. I piccoli in questa specie sono piuttosto sviluppati già alla nascita e possono sfiorare i 2 metri di lunghezza e pesare più di un quintale. In questa specie i giovani sono molto legati alle madri, che possono svezzare i propri piccoli sino ad un massimo di due anni e tre mesi. Per il 50-55 delle femmine, l’allattamento, dopo l’ultimo parto della vita, può durare più dei precedenti e anche 6-8 anni. In ogni caso è stato osservato che il legame madre figlio, non relativo all’allattamento, in molti casi può continuare anche fino e oltre la pubertà. L’areale di questa specie appare disgiunto. Negli areali, che sono distinti e molto distanti tra loro, vivono però due sottospecie diverse. Si tratta di Globicephala melas subsp. melas, che vive nel Nord Atlantico e anche in parte del Mediterraneo, e di Globicephala melas subsp.

edwardii, che vive nella zona prossima a quella antartica. La sottospecie nominale vive lungo le coste statunitensi sino quasi alla Florida, lungo le coste canadesi, lungo le coste dell’Islanda e lungo quelle meridionali e orientali della Groenlandia. Frequenta tutta la costa atlantica dal sud della Spagna (secondo alcuni dal Marocco) al nord della Norvegia, ma sembra evitare la parte interna del Mar Baltico. Anche nel Mar Mediterraneo frequenta la parte occidentale del bacino prossima a Gibilterra, sino alla costa centrale della Libia e ai mari dell’Italia. Frequenta anche le isole atlantiche come le Faroe e le Azzorre. La sottospecie edwardii raggiungerebbe probabilmente le acque antartiche che si trovano in corrispondenza del 68° parallelo, non temendo il ghiaccio o il gelo. In questa zona australe gli esemplari di questa sottospecie dimostrano di essere più resistenti rispetto a quelli appartenenti alla sottospecie nominale. Questi globicefali abitano tutte le acque intorno al Polo Sud ed i loro spostamenti sembrerebbero associati anche alle correnti di Humboldt e a quelle del Benguela e delle Falkland. Si possono trovare nelle acque antistanti tutta la costa meridionale australiana e parte di quella occidentale ed orientale ed in quelle antistanti tutta la costa neozelandese. In America del Sud, l’areale di questa sottospecie abbraccia il continente, da un lato sino alla costa centrale del Perù e dall’altro sino alla costa meridionale del Brasile. L’areale abbraccia anche l’Africa del Sud, dal Sudafrica all’Angola. Come per molte altre specie che vivono nel mare distante dalla costa, la stima delle popolazioni appare estremamente difficile. Per quel che riguarda gli esemplari presenti nel nostro emisfero, alcuni ricercatori, nel 1993, hanno definito stime approssimative che parlano di quasi 800.000 esemplari nell’Atlantico del Nord (zona compresa tra la Groenlandia Orientale ed il Regno Unito e l’Irlanda). 100.000 esemplari sono stati stimati solo per le Isole Faroe.

Nel loro lavoro i ricercatori non hanno distinto in mare i globicefali appartenenti alle due specie a pinne corte e a pinne lunghe, i cui areali si sovrappongono in alcune zone oceaniche. Altri studi indicano la presenza di 13.000 esemplari nella zona canadese (Terranova). Resta il fatto che dal 1993 non vi sono più state valutazioni sul numero degli esemplari in mare. Per la sottospecie antartica, uno studio del 1999 parla di circa 200.000 esemplari. Attualmente anche questo cetaceo è soggetto alle regole di tutela che valgono per tutte le specie di mammiferi marini. Oggi in realtà l’unica minaccia diretta è rappresentata dalla pesca alle Isole Faroe. Tale attività è consentita in quanto si tratterebbe di una pesca che si protrae da tempo immemorabile nelle acque delle isole, sembra addirittura dal 9° secolo dopo Cristo.

Mentre nella zona di Terranova il numero di globicefali si è ridotto parecchio a causa di una pesca eccessiva, nelle Isole Faroe ciò non è avvenuto e, nonostante il costante prelievo annuo di esemplari, il numero di questi animali non sembrerebbe diminuito drasticamente. Oggi però la mancanza di dati non consente di trarre conclusioni sullo stato degli animali che vivono alle Isole Faroe. Ulteriore problema è quello che questa caccia è comunitaria ed è praticata per tradizione da tutta la popolazione delle isole. Diviene quindi difficile impedirla o limitarla. In questa attività non ha voce in capitolo la Commissione Baleniera Internazionale per via che non si tratta di balene ma di piccoli cetacei. In ogni caso da alcune analisi effettuate su animali catturati, sono state riscontrate, nei tessuti di questi animali, quantità anomale di mercurio ed è stato quindi sconsigliato il consumo della carne di globicefalo. UNIGE

Sono soprattutto le popolazioni che gravitano intorno alla costa nordamericana e canadese ad essere le più minacciate, perché si tratta di popolazioni decimate dalla caccia, che ora stanno subendo gli effetti negativi di pesca ed inquinamento. In passato (1947) infatti in questa zona (Canada) un capitano norvegese impiantò un’attività industriale di caccia dei globicefali. L’attività duro sino al 1956, ma con ritmi eccessivi; sino a 10.000 globicefali catturati e uccisi ogni anno. Ritmi che la piccola popolazione che viveva nei pressi di Terranova non poteva sostenere. Quello che avviene alle Isole Faroe è molto “spettacolare” e cruento, perché i globicefali vengono prima aggregati e poi spinti verso una piccola baia o in un fiordo e, così intrappolati, vengono uncinati e uccisi in modo violento. A parte la tecnica relativamente crudele, sicuramente il prelievo è molto inferiore a quello che veniva effettuato in passato a Terranova; si parla ufficialmente di circa un migliaio di individui catturati all’anno, anche se gli esemplari potrebbero essere di più. Secondo alcuni studi, il prelievo ininterrotto dal 1709 ad oggi ha previsto la cattura di un numero medio di balene pari a circa 850 all’anno. La costanza del numero di esemplari catturati e le stime dei globicefali nella zona di oceano nella quale si trovano le Isole Faroe suggerisce a diversi ricercatori che i globicefali catturati siano ogni anno una piccola parte dell’ampia popolazione oceanica che vive intorno alle isole. Questo è un dato a favore delle teorie di sostenibilità ambientale di questa pesca. Le sostanze tossiche accumulate nei loro tessuti renderebbero di fatto i globicefali una specie non commestibile, soprattutto alle Isole Faroe dove questo cetaceo è pescato attivamente.

Negli abitanti di queste isole, i livelli di inquinanti nei tessuti e soprattutto di organo clorurati sono molto alti e ciò probabilmente prima o poi sancirà la fine delle catture in queste isole. Molte morti di globicefali sono provocate dalla pesca professionale, effettuata nelle acque di diverse zone nelle quali vive questa specie. I numeri delle catture accidentali sono alti e non tutti gli incidenti vengono documentati per cui i numeri sono probabilmente ancora più elevati. Ad esempio nel 1988 sono stati contati circa 150 globicefali uccisi sulla costa atlantica degli Stati Uniti, perché rimasti impigliati nelle reti per gli sgombri. Nelle stesse acque in tempi più recenti i globicefali sono rimasti spesso vittima di palangari posizionati in mare aperto. Lungo le coste europee i globicefali finiscono in reti di diverso tipo (fisse, a strascico o a circuizione) posizionate soprattutto in Cornovaglia e, in generale, lungo le coste del Regno Unito e della Francia. Gli animali che finiscono nelle reti possono annegare e rimanere nelle reti stesse, o anche finire spiaggiati dopo essere deceduti o dopo un periodo di sofferenza succeduto ad un eventuale liberazione dagli attrezzi di pesca. Nel Mar Mediterraneo la minaccia più grave è rappresentata dalle reti derivanti, le cosiddette spadare per la pesca del pesce spada. Ad essere meno insidiata dagli attrezzi di pesca sembrerebbe invece la sottospecie vivente nell’Emisfero Australe, che rischia solo in aree particolari, come lungo le coste brasiliane del sud, dove le reti derivanti, utilizzate per catturare alcune specie di squali, intrappolano anche globicefali, ma in numero di qualche decina di individui all’anno.Anche la riduzione degli stock di organismi marini può influire sulle popolazioni di globicefali, soprattutto nell’Atlantico del Nord. In questo caso la pesca depaupera le riserve di calamari che costituiscono l’alimento principale di questi mammiferi.

Le sostanze inquinanti immesse nell’ambiente si accumulano nei tessuti di questi cetacei e possono provocare problemi fisiologici e la morte di alcuni esemplari. È probabile che alti livelli di inquinanti nei tessuti siano anche causa di spiaggiamenti. Sembra poi piuttosto evidente che in gruppi diversi di glibicefali si possano ritrovare livelli diversi di inquinanti, o inquinanti diversi, proprio in ragione dei diversi tipi di prede catturate nelle diverse zone di alimentazione. Nello specifico, lungo le coste statunitensi e lungo quelle europee di Francia e Regno Unito, nonché alle Isole Faroe , i globicefali possono mostrare livelli elevati di Policlorobifenili (PCB) e DDT. Ciò appare ancora più evidente negli esemplari più vecchi.

In particolare, sempre nelle Isole Faroe, sono stati osservati globicefali con livelli discreti nei tessuti di metalli pesanti. Al contrario in zone poco contaminate, come in Tasmania e al largo di Terranova, i globicefali hanno livelli molto bassi di inquinanti. Come accade agli esemplari di alcune altre specie di cetacei anche gli esemplari di globicefalo sono sensibili ai suoni emessi da apparecchiature, come i sonar, soprattutto quelli militari, o come le apparecchiature simili utilizzate per l’esplorazione del fondale marino. Pur non esistendo di fatto prove che certifichino il nesso tra i rumori emessi dalle apparecchiature e gli spiaggiamenti, si sono osservati episodi di questo genere in Oceania (Australia e Tasmania), con circa 150 esemplari di globicefali spiaggiati, poco prima e in corrispondenza all’utilizzo di sonar ad alta frequenza in mare. Si stratta di fatto di tre episodi (spiaggiamenti) per due dei quali (il secondo e il terzo) si ha la certezza dell’utilizzo contemporaneo del sonar in mare, mentre per il primo episodio non sembrano esistere ipotesi sulle cause.

Per la Nuova Zelanda esistono dati su spiaggiamenti anche di grandi quantità di questi animali che possono verificarsi con maggiore frequenza nel periodo invernale compreso tra dicembre e marzo. Le collisioni con le navi possono essere per i globicefali un’ulteriore causa di morte, soprattutto quando questi animali incontrano navi o traghetti veloci, che magari non riescono ad individuare bene. Il dato sulle morti per questa causa è solo calcolato approssimativamente e va da una decina a due o tre decine. Si tratterebbe quindi di una piccola quantità di animali. Oggi i globicefali, animali pacifici e simpatici, sono anche “sfruttati” a scopi turistici. Ciò favorisce la conversione delle attività di pesca, con i pescherecci che vengono convertiti in vaporetti. L’osservazione di questi cetacei (whale-watching) è particolarmente assidua in Canada (nel Golfo di San Lorenzo e a Terranova).

Questo perché nella stagione più calda (estate) questi animali sono soliti avvicinarsi alla costa e la loro osservazione può essere facilitata. I globicefali a pinne lunghe si potrebbero confondere con quelli a pinne corte, ma per il Mediterraneo non esistono segnalazioni ufficiali della presenza del globicefalo a pinne corte nel bacino. In questo caso l’osservazione delle pinne aiuterebbe a determinare la specie, ma dalla superficie non appare facilissimo osservare le appendici di questi animali con attenzione e precisione. In ogni caso nei “pinne lunghe” queste misurano tra il 18 e il 30% della lunghezza del corpo degli animali, mentre nei “pinne corte”, le pinne misurano dal 15 al 19% della lunghezza degli animali. Le due specie differiscono anche per forma del cranio, più piccolo nei “pinne lunghe”, e il numero dei denti. A parte la problematica citata sopra e relativa alle due specie di globicefalo, nel Mediterraneo la balena pilota a pinne lunghe non si confonde con altre specie di cetacei, perché mostra una misura intermedia tra delfini e balene (5-8 metri), un colore molto scuro e una grande protuberanza sulla fronte che la rende inconfondibile. controllata da un esperto dello specifico gruppo sistematico cui appartiene la specie descritta.

🧬Classificazione

Nome Comune

Globicephala Melas

Nome Scientifico

Globicephala Melas

Categoria ASPIM

mammiferi

Segnalazioni ASPIM

0 avvistamenti registrati

Stato di Protezione

Allegato II

Specie in pericolo

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